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Appunti di viaggio n. 14 - Crespi d'Adda

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Pubblicato da in Impressioni di viaggio ·
Tags: archeologiaindustrialeCrespiAdda
Crespi d’Adda è uno dei villaggi operai che tra Otto e Novecento venivano costruiti attorno agli opifici e poi alle fabbriche di più ampie dimensioni e che ha conservato intatto il suo assetto urbanistico originario. La sua costruzione inizia negli ultimi vent’anni dell’Ottocento per concludersi nel 1920 su una sponda dell’Adda, in una zona particolarmente favorevole per la ricchezza d’acqua, essenziale alla produzione cotoniera.
Il signor Crespi infatti aveva acquistato il terreno per costruire il cotonificio che diventerà l’impresa di famiglia. A parte l’abitazione-castello del padrone che, con la chiesa costituisce il centro del potere, quasi un retaggio feudale, il vero fulcro del paese, ciò che lo rende “moderno” è la fabbrica che con la sua maestosità attira immediatamente l’interesse del visitatore.
La costruzione del villaggio risponde ad un’idea paternalistica della società e del lavoro, effetto di quell’utopia sociale che si impose nella prima metà del secolo con l’intento lungimirante più o meno dichiarato di opporsi alle idee socialiste e rivoluzionarie. L’obiettivo era infatti quello di istituire un ordine sociale in cui capitale e forza lavoro potessero convivere in armonia e concordia.
Le case degli operai di Crespi d’Adda erano sufficientemente spaziose per ospitare una o due famiglie che condividevano lo stesso edificio diviso in due abitazioni separate.
Accanto o sul retro c’era un orto da coltivare che veniva regolarmente controllato dal padrone il quale sapeva bene ciò che serviva ai propri operai. Prendersi cura di un piccolo appezzamento di terra significava, infatti, non sperperare il proprio tempo libero, evitare le lusinghe dell’osteria e la conseguente piaga dell’alcolismo e contribuire con il ricavato al sostentamento della famiglia. Infine allo stare a piedi nudi sulla terra veniva attribuita una funzione terapeutica perché permetteva, secondo le idee igieniste di Crespi, di arrestare negli operai più giovani e gracili i primi segni di rachitismo dovuti alle posizioni viziate che assumevano durante i turni di lavoro.
Nel villaggio si scandiva una vita organizzata attorno ai ritmi della fabbrica; dopo il lavoro erano previste strutture di sostegno, aggregazione e svago, prime fra tutte l’asilo e la scuola, l’ambulatorio, il lavatoio, la chiesa, il teatro, il velodromo.
Ai dirigenti dell’azienda erano riservati degli eleganti villini in stile eclettico costruiti con materiale più ricercato. Ma è soprattutto il cimitero il luogo in cui le differenze sociali vengono rimarcate. Esso si presenta con un lungo viale ai cui lati stanno le tombe degli operai: semplici tumuli con i simboli del lavoro; di fronte, alla fine del viale, il grande mausoleo dei Crespi sovrasta imponente lo spazio circostante con la sua massiccia forma piramidale.
È innegabile che la vita degli operai dell’opificio Crespi fosse migliore di quella di tanti altri lavoratori e che le motivazioni della sua edificazione derivino da una sensibilità filantropica non tanto comune all’epoca, eppure l’esistenza stessa del villaggio rivela un atteggiamento che “concedendo” delle condizioni di vita vantaggiose vuole legare a sé il subalterno, un soggetto ritenuto incapace di organizzare liberamente la sua vita manifestando i propri bisogni e rivendicando i propri diritti.

Guardando dall’alto il villaggio con le sue file di case ordinate vien da porsi l’eterna domanda, un dilemma più che una domanda (tanto più urgente nei momenti di insicurezza), se sia più conveniente mantenere la libertà di pensiero e di scelta o avere la certezza di un tetto sulla testa. All’idealista verrebbe da rispondere la prima, ma come si fa a pensare e scegliere nell’indigenza? Se invece si decide per la seconda alternativa, quella della sicurezza - garantita però da un rapporto di subordinazione - che ne è del rispetto per noi stessi?
E di rimando si presenta un’altra questione: il povero, il derelitto, di quale rispetto gode? Di quello degli altri? o di se stesso?
Domande che mettono in crisi e che certamente superano l’impegno di una visita.



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