Elogio del tempo lungo - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

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Elogio del tempo lungo

Act 1
Pubblicato da in Parliamo di scuola ·
Tags: educazionediscussionescuola

Modesta proposta per la scuola media

“Vite et bien ne vont jamais ensemble” recita un proverbio francese che mi piace citare per la sua musicalità; il corrispondente italiano è “piano e bene non conviene”: sintetico ed efficace. Se poi si vuol dar credito alla saggezza popolare si può dire che”la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”: tenero e colorito. Me lo ripeteva sempre mia madre quando ero troppo sbrigativa nelle cose che facevo, volevo correre per arrivare non si sa dove senza fermarmi a meditare su ciò che stavo facendo. Saggezza di madre! Il significato di queste citazioni si può sintetizzare in un altro aforisma: la fretta è una cattiva maestra. Soprattutto quando si accompagna ai processi di apprendimento, mi sento di aggiungere.
Un lungo preambolo per sostenere una posizione che vorrei proporre come argomento di discussione e che vede nel recupero dei “tempi lunghi” una possibile strategia per arginare il calo di motivazione dei ragazzi, in particolare nella fascia d’età pre-adolescenziale, quella che interessa la scuola secondaria di primo grado.
Questo segmento del sistema scolastico italiano è infatti, tra tutti, quello più problematico e purtroppo maggiormente trascurato. Procedendo con piccole modifiche, correzioni, introduzione di innovazioni che hanno negli anni stravolto l’impianto sostanziale della scuola media si è perso di vista che cosa si vuole ottenere alla fine dei tre anni. Nonostante l’innalzamento dell’obbligo scolastico il passaggio alle scuole superiori costituisce infatti ancora uno stacco importante non fosse altro perché lo studente sperimenta per la prima volta cosa significhi sostenere un vero e proprio esame. Un esame - lo dico per inciso perché l’argomento meriterebbe una trattazione a parte – che prevede ben cinque prove scritte, una orale su tutte le materie e un voto di ammissione. A tredici anni non è poco! Sottolineo il dato anagrafico perché è un’osservazione tutt’altro che trascurabile. I ragazzi che frequentano le medie, il primo anno, quando si rivolgono all’insegnante, solo alla terza opzione la chiamano professoressa dopo aver provato prima con mamma e poi con maestra. A questi ragazzi, arrivati bambini dalle elementari, viene imposta un’organizzazione scolastica che è la copia delle scuole superiori: tante materie (nella maggior parte teoriche), tanti insegnanti, uno entra e uno esce. Insegnanti che si ritrovano ai consigli di classe per parlare soprattutto dell’andamento didattico della classe e dei risultati dei singoli alunni.
Ossessionati dal programma chiediamo ai ragazzi ancora immersi in una dimensione ludica di sostenere dei ritmi che non sono in grado di sostenere dimenticandoci che l’apprendimento è soggetto alle varie fasi dello sviluppo cognitivo dell’individuo e che la capacità di astrazione in questa fascia d’età non può dirsi ancora acquisita in maniera soddisfacente. È vero che il ragazzo incomincia a staccarsi dal contenuto concreto e a formulare ipotesi inoltrandosi nel mondo del possibile, a staccarsi dal dato tangibile per giungere a concetti sempre più generali ma si tratta di un processo graduale che non può dirsi compiuto se non verso i sedici anni. (1) Affrontare contenuti troppo teorici e soprattutto in grande quantità diventa una fatica troppo grande e determina una perdita di interesse negli argomenti proposti. Bambini che alle elementari erano pronti e collaborativi diventano svogliati alle medie, rispetto agli anni precedenti incominciano a chiedersi perché si devono studiare certe cose, a cosa servono. Domande che, quando interessano la sua materia, rischiano di essere molto frustranti per un insegnante portandolo su posizioni di difesa quando non decisamente ostili, a trincerarsi dietro a un programma da svolgere e infine a giustificarsi con l’obbligo di raggiungere degli obiettivi “in vista dell’esame finale”. Tutto vero ma forse si dovrebbe ripensare al modo di farlo.
Sarebbe necessario recuperare i tempi lunghi di apprendimento e ridurre almeno in parte contenuti che verranno ripetuti con maggiore profondità alle scuole superiori concentrandosi sull’acquisizione di un metodo di studio; lasciare spazio alla creatività dei ragazzi, assecondarne le attitudini, orientarli verso proposte “forti” che non ammicchino alle mode del momento ma costruiscano dei veri percorsi formativi sul lungo periodo come la buona prassi della didattica incentrata sul teatro. (2) Non si tratta di aumentare le ore di scuola ma di renderle più a misura di ragazzo, di creare un clima di apprendimento favorevole e disteso, di non avere sempre e solo in mente il risultato e la valutazione con una mentalità che si adatta di più ad un’organizzazione aziendalistica che a quella formativa. L’introduzione dei voti numerici nella scuola del primo ciclo e dell’informatica nella registrazione dei risultati non ha aiutato questo processo; si è rivelata indubbiamente utile per l’immediatezza della comunicazione con le famiglie ma ha tolto all’insegnante quella discrezionalità che gli permetteva di valutare un ragazzo nella sua complessità e non solo su delle prove oggettive. Oltre a ciò ha creato un clima di falsa competizione tra gli alunni basata prevalentemente su ciò che si fa e non su ciò che si è. Inutile dire che un simile modo di intendere il processo formativo con i suoi ritmi serrati e il tecnicismo dei contenuti ha fortemente deviato dai propositi su cui era nata la scuola media unificata e su cui si basavano i programmi del ’79.
Tornare indietro non è facile, sarebbe necessario un ripensamento radicale sul significato della scuola secondaria di primo grado che si fondi su valori discussi e condivisi, ma qualcosa è ancora possibile fare da parte di chi opera nella scuola e cioè tenere in maggior considerazione il “tempo lungo” che non è una “perdita di tempo” ma la consapevolezza che per processi delicati come quelli che riguardano l’apprendimento la fretta è appunto una cattiva maestra.

Note:
1. Il Decreto Ministeriale del 9 febbraio 1979 (Programmi, orari di insegnamento e prove di esame per la scuola media statale) all’art. 1 La realtà dell'alunno che si trova nella fase della preadolescenza, Parte II recita: “Gli alunni ai quali questa scuola si rivolge si trovano ad affrontare (pur nella diversità delle situazioni personali, dei ritmi dello sviluppo psico-fisico e dei livelli di maturazione) il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza per giungere ad una più avvertita coscienza di sé, alla conquista di una più strutturata capacità di astrazione e di problematizzazione e ad un nuovo rapporto con il mondo e con la società. L'aderenza alle caratteristiche psicologiche di una fase evolutiva, nella quale si sviluppa la capacità sociale di reciproca relazione e collaborazione e si avvia l'organizzazione della personalità in una responsabile autonomia, deve costituire un criterio direttivo costante dell'azione educativa e didattica dei docenti e della scuola, affinché possano realizzarsi, da parte degli alunni, proficui processi di apprendimento e di auto-orientamento. Dato per scontato che alla scuola media accedono alunni che hanno un retroterra sociale e culturale ampiamente differenziato, la scuola deve programmare i propri interventi in modo da rimuovere gli effetti negativi dei condizionamenti sociali, da superare le situazioni di svantaggio culturale e da favorire il massimo sviluppo di ciascuno e di tutti.”
2. Si veda il recente documento del MIUR: “Indicazioni Strategiche per l’utilizzo didattico delle Attività Teatrali - a.s. 2016/2017”




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