Appunti di viaggio n. 16 - Le finestre - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

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Appunti di viaggio n. 16 - Le finestre

Act 1
Pubblicato da in Impressioni di viaggio ·
  
Che cosa ci raccontano le finestre? O, meglio, che cosa ci lasciano immaginare? Perché le storie, quelle vere, sono una proprietà privata ed è bene tenersele strette, ma la fantasia, quella è di tutti e non c’è un limite nel creare immagini e situazioni.

Così, per liberare un po’ la mente, mi piace immaginare che cosa sta dietro alle finestre che incontro, ma non mi interessano tutte: a dir la verità, le scelgo senza criterio né metodo. A volte mi colpiscono finestre del tutto banali - e sono quelle a me familiari - che vedo durante le mie passeggiate: mi basta un appiglio, una luce, uno scaffale supposto nello spazio tra due tende; altre volte sono finestre più complicate che ho trovato in altri paesi e che per la loro forma, per la loro bellezza o per altro particolare si sono distinte.

C’era un terrazzino di fronte alla mia prima casa da sposa, trascurato e sporco, subiva le continue incursioni dei colombi che tormentavano tutto il quartiere. La casa sembrava quasi abbandonata ma c’era vita dietro a quelle persiane che venivano aperte ogni mattina. Ero ancora all’università e tra il falsificazionismo di Popper e l’ontologia di Heidegger mi piaceva prendermi delle pause e fare congetture sugli inquilini del terrazzino. Il mio ultimo esame prima della tesi, uno dei più temuti: il terzo di Storia della Filosofia ma, forse, ad essere temuto era soprattutto il professore, figura austera che aveva fama di essere poco “amichevole”. Oppure era il corso monografico - quell’anno su Hegel – che mi ossessionava con quel suo sistema in cui finito ed infinito dialetticamente si nascondono, si rincorrono e si palesano, proprio come quei bambini di cui mi piaceva immaginare l’esistenza oltre il terrazzino e ogni volta che mi sembrava di vedere le tende muoversi avevo come la sensazione di sentirli ridere e gridare. Non ho mai visto nessuno affacciarsi a quelle finestre, l’unico segno di vita rimasero le persiane che si aprivano con regolarità ogni mattina e un triciclo pencolante sul terrazzino.
  
Le finestre a sporto di San Gallo sono bellissime, decorate in mille modi: colorate con tinte vivaci, istoriate, eccentriche, più sobrie, mai scontate. Ma sono troppo ricche per raccontarmi delle storie. L’immaginazione ha bisogno di poco. Ho visto però una finestra che tra le altre mi è sembrata più interessante: quella con le facce di manichini.
In quella casa, ne sono sicura, ci sono dei ragazzi, artisti di strada, di quelli che si vedono nelle piazzette delle città più grandi. Vivono lontano dalle loro famiglie e per qualcuno di loro forse è un mezzo per pagarsi gli studi, per altri solo la passione per la scena. Adesso i manichini sono stati riposti fino a sera, quando ci sarà l’esibizione. Le bambole hanno lo sguardo fisso davanti a sé e sembrano non curarsi della gente che passa di sotto ma qualcosa nelle loro espressioni mi fa capire che invece sono molto attente e, come quei bambini del terrazzino, in assenza dei loro padroni aspettano il momento giusto per fare le marachelle.

Dietro alla finestra con il tetto a punta coperto di neve, invece, c’è una donna che macina caffè e fiuta tabacco, lo fa da tanto tempo e lo farà ancora per chissà quanto perché vive in un ricordo. È vestita di nero e tutto intorno la stanza è scura, con il soffitto che sembra si sia alzato quando la bambina è entrata. La finestra è piccola e non faceva pensare ad un interno così grande. La bambina si spaura vedendo la donna che gira tre volte la manovella e fiuta una presa di tabacco, poi altri tre giri e una presa di tabacco, e così via, senza stancarsi mai. Solo ogni tanto si ferma per soffiarsi il naso. Non è benevola con la bambina: se non le piace il posto, la casa, che se ne torni da dove è venuta. La bambina piange ed esce; va nel fienile dove trova la piccola gerla che qualcuno le ha regalato. Così si consola ma nella casa della finestra con il tetto a punta coperto di neve non vuole più tornare.

Nel Connemara vivono due leprechaun, Munachar e Manachar, li vedo dietro le tendine che ballano in maniera scomposta e si tormentano facendosi dispetti. Sono così piccoli che, pur di affacciarsi alla finestra, curiosi come sono, darebbero una fortuna per una spanna in più, in compenso ne hanno messe sui berretti, di spanne, voglio dire: quelle punte si agitano come forsennate! E se fossero invece le donne con le corna?
L’ipotesi è interessante e qui la fantasia può andare…



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