Appunti di viaggio n. 13 - Redipuglia - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

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Appunti di viaggio n. 13 - Redipuglia

Act 1
Pubblicato da in Impressioni di viaggio ·
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Questo è forse il momento migliore per apprezzare il Sacrario: la pietra bianca, abbagliante e quasi ostile d’estate, poi cupa d’inverno, si adatta sotto il cielo settembrino, luminoso ancora ma già pesante d’autunno.
Attorno, il verde dei cipressi e, più oltre, sul Carso, i primi accenni di sommaco evidenziano il contrasto cromatico. La fine dell’estate è il momento in cui i pensieri si raccolgono e questo stato d’animo predispone il visitatore al silenzio e alla sacralità del luogo.
Dall’ampio piazzale, su cui sono fissate le lastre di bronzo con i nomi dei luoghi delle battaglie, si arriva fino ai sacelli dei generali posti alla base della scalinata e poi si sale percorrendo i gradoni fino in cima: sulle pareti di ogni piano i nomi dei caduti in ordine alfabetico. Cerchi il nome conosciuto - se per caso un lontano parente… - con la serenità e la leggerezza di chi si sente sicuro perché quella guerra è ormai un fatto passato.
Il Sacrario ha un aspetto maestoso, si distende, occupandolo interamente, lungo il pendio del Monte Sei Busi. Con i suoi gradoni, come soldati schierati prima della battaglia, le tombe dei generali simbolicamente al centro, ai lati le linee continue dei cipressi aperte come se fossero un sipario, è la metafora di una grande rappresentazione intesa a generare pietà attraverso un’architettura tutta forza e potenza. Il Sacrario di Redipuglia è un spazio allestito per conservare la memoria di un popolo esaltandone gli eroi. Ma la retorica celebrativa ha un effetto anestetizzante: la ritualità spettacolare conforma e svuota il privato in una dimensione pubblica, di maniera, a volte quasi sfacciata.

Eppure, a dispetto della sua monumentalità, del suo essere dichiaratamente troppo pubblico, il Sacrario rimane un luogo intimo, un posto in cui si è costretti a stare con se stessi e a misurarsi con il proprio destino; a considerare quanto siano fragili le nostre certezze in equilibrio tra l’essere e il non essere; a toglierci di dosso la patina di vanità per prepararci, nel nostro andare, a “viaggiare leggeri”.



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