Formazione non fa rima con votazione - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

ACT 1
Vai ai contenuti

Formazione non fa rima con votazione

Act 1
Pubblicato da in Parliamo di scuola ·
Tags: Formazionevotivalutazionegiudizio
Formazione non fa rima con votazione e questo a dispetto della struttura dei vocaboli che invece in maniera inequivocabile smentiscono l’assunto.
Non fa rima perché il giudizio su un ragazzo, quello che è diventato, il modo in cui il suo sapere si è costruito e consolidato non può venir espresso da un numero.
Chi insegna sa come nell’ultimo mese di scuola genitori ansiosi, che mai prima si erano visti durante l’anno e a volte nemmeno negli anni precedenti, affollino i corridoi aspettando pazientemente il proprio turno e a volte rincorrendo l’insegnante fuori dall’orario di ricevimento per informarsi sull’andamento del figlio - sostanzialmente sui voti - per perorare cause, esercitare malcelate pressioni, chiedere tardivi consigli.
Invano il colloquio cercherà di indirizzarsi su un piano costruttivo: parliamo del ragazzo, di come è maturato, di ciò che ha acquisito… vede, dovrebbe cercare di…
Sì, ma avrà il sei in pagella?... Mio figlio punta all’otto, lei dice che ce la farà?... Sa, ha sempre avuto nove, mi spiacerebbe adesso che…
Ecco, appunto, il voto: in due sillabe la capacità di stravolgere un intero impianto educativo. Sì, perché considerarlo come unico obiettivo di un percorso di formazione è nello stesso tempo diseducativo per i ragazzi e contraddittorio rispetto alle finalità che la scuola si è data. La valutazione numerica mortifica chi si impegna cercando di compensare i propri limiti e vede che nonostante i suoi sforzi il suo valore è basso; d’altra parte spesso i primi della classe, quelli che i voti ce li hanno alti, tendono a porsi al di sopra dei compagni, a ritagliarsi un posto speciale che rafforza il loro individualismo a scapito del lavoro collaborativo, dell’idea di aiuto tra pari che, almeno a parole, la scuola persegue.
E poi c’è il valore del lavoro dell’insegnante: che senso ha un due che diventa sei a fine anno perché l’ammissione alla classe successiva o all’esame non prevede insufficienze? Perché insistere con la valutazione numerica durante tutto l’anno se poi questa cambia? Perché creare frustrazioni, rivalità, tensioni, minare l’autostima dei ragazzi? Che valenza educativa ha tutto questo? I ragazzi si temprano, dirà qualcuno. Forse, ma anche imparano i trucchi, gli imbrogli, le strategie per scansare le valutazioni negative o per mantenere la “media alta” nella convinzione che sia più importante ciò che si prende rispetto a ciò che si è.
La modesta proposta che mi sento di avanzare sarebbe quella di un giudizio globale serio e motivato che prescinda da qualsiasi incasellamento in gabbie numeriche e che tenga conto invece dello sviluppo, dell’impegno, dei risultati raggiunti dal ragazzo. Un giudizio che esprima veramente i progressi formativi, evidenzi le difficoltà su cui lavorare prima di passare al grado successivo. Ma questo implicherebbe un’organizzazione scolastica diversa, con classi aperte e percorsi flessibili che si conciliano poco con test standardizzati e somministrati a tutti indistintamente con scarso riguardo alla centralità del discente. Si tratterebbe di una rivoluzione copernicana in campo scolastico, di una vera riforma nel modo di concepire la formazione, che tenga conto delle diverse intelligenze, che dia risorse vere alla scuola in termini di denaro e motivi i docenti a rivedere i propri metodi di insegnamento.
Forse ho volato un po’ troppo in alto e il suono della campanella mi riporta alla realtà: ci sono ancora un paio di genitori a cui dare i numeri…




Nessun commento


Torna ai contenuti | Torna al menu