Appunti di viaggio n. 7 - Pwll Mawr - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

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Appunti di viaggio n. 7 - Pwll Mawr

Act 1
Pubblicato da in Impressioni di viaggio ·
Tags: BigPitGallesBlaenafonminierecarboneviaggioappunti
Big Pit, nel Galles meridionale, è una vecchia miniera di carbone che attiva dalla rivoluzione industriale, ha cessato la sua attività nel 1980. Il suo nome gallese, “Pwll Mawr”, è per noi impronunciabile ostico come la landa che la ospita.
Ci si arriva dopo aver percorso proprio quei paesaggi inglesi che ti aspetti di vedere, con le stradine tortuose che assecondano le staccionate dei campi e si insinuano tra gruppi di cottage sparsi tra il verde. Di colpo, superata la cittadina di Blaenafon, ci si ritrova in una distesa spoglia e battuta dal vento.
Nel corso degli anni la miniera è stata adeguata alle tecniche moderne di estrazione: gli ascensori hanno sostituito le ceste con cui si calavano uomini e animali; i cunicoli sono diventati più grandi del corpo delle donne che, piegate in avanti, trascinavano carponi e in salita i carrelli pieni di carbone in uno spazio in cui riuscivano appena a passare; anche le docce sono state piastrellate di bianco (ammesso che all’inizio ci fosse un po’ d’acqua per lavarsi dalla caligine); da tempo sono vuote anche le gabbie dei canarini che rivelavano la presenza del monossido di carbone, se continuavano a cantare si poteva star sicuri seull’assenza di gas.
Le gallerie di una miniera sembrano parlare, come se il buio riportasse il pulsare delle tante anime che vissero sotto terra la maggior parte della vita, in una notte che durava tutto il giorno e collegandosi alle altre notti non finiva mai.
A Big Pit c’era un lavoro che veniva riservato ai bambini. “Spegnete le vostre lampade per qualche minuto”, disse l’ex minatore che ci accompagnava nella visita. Prima di scendere ci erano state fornite delle torce e i caschetti che avevamo dovuto indossare erano dotati di una lampada sulla parte davanti. Seguimmo il suggerimento della nostra guida e divertiti dall’insolita richiesta spegnemmo le torce. Il buio divenne assoluto, gli occhi non riuscirono ad abituarsi all’assenza totale di luce, solo il respiro ci dava il senso della prossimità.
Ci eravamo fermati in un piccolo slargo vicino a due porte che immettevano in un’altra galleria. Proprio lì, per tutto il giorno, rimanevano dei bambini di sei, sette anni, senza una candela perché sarebbe stato uno spreco, al buio: era il loro lavoro. Ogni tanto vedevano profilarsi le sagome degli animali nella debole luce che i convogli portavano con sé. Il compito dei bambini era quello di aprire le porte per permettere ai muli di passare con i carri di carbone.
I commenti cessarono e il buio, se ancora fosse stato possibile, mi sembrò farsi più denso. A malapena il senso di angoscia si diluì quando accendemmo le torce.




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