Dei dialetti, la poesia, il furore

Alessandra Nardon
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Dei dialetti, la poesia, il furore

Act 1
Pubblicato da Alessandra Nardon in Parliamo di scuola · 6 Dicembre 2020
Tags: dialettiitalianoLoiBruno
Quale spazio dovrebbe trovare il dialetto nello studio della lingua in ambito scolastico?
Questa è la domanda di partenza, un punto però che necessita di un preambolo.
Nella mia esperienza come studente prima e come insegnante poi (ho una frequentazione scolastica che occupa la maggior parte della mia vita) ho potuto vedere come il valore dato ai dialetti e alle lingue minoritarie della Penisola si sia modificato nel tempo. Negli anni Sessanta e Settanta, periodo della mia formazione scolare, ricordo una certa attenzione per le parlate locali: i racconti della maestra erano arricchiti da espressioni popolari, le antologie scolastiche riportavano motti, proverbi, testi non in lingua (come si diceva). Nel tempo le antologie hanno mantenuto alcune proposte, perlopiù di poesie, nei dialetti italiani ma soprattutto sono comparsi esempi di scrittura in altre lingue. Anche a voler trascurare l'introduzione di una lingua straniera, prevalentemente l'inglese, nelle discipline curricolari attraverso la metodologia CLIL, l'incontro con culture diverse nella scuola richiede una attenzione per le altre lingue, quelle dei migranti. Attenzione che non si esaurisce in operazioni che spesso rispondono più al politicamente corretto che ad un efficace strumento didattico come l'inserimento di brani in lingua straniera nelle antologie. È vero che per avvicinare il ragazzo non italofono alla lingua si usa la mediazione culturale ma è anche vero che una pagina scritta ad esempio in una lingua indoaria serve solo a riempire una pagina e a nient'altro posto la non conoscenza di quella lingua da parte dell'insegnante e forse, relativamente al codice scritto, neanche da parte del discente. Quindi una operazione del tutto di facciata mentre il problema dell'integrazione scolastica e culturale è una cosa seria e va affrontata con sensibilità e coscienza. Ma non è mia intenzione parlare di questo né mettere a confronto culture diverse e tanto meno affermare le superiorità di una sull'altra. Questa comunque è la situazione attuale.
Allora la domanda si potrebbe riformulare così: in un'epoca di incontro tra culture diverse quale spazio dovrebbe trovare il dialetto nello studio della lingua in ambito scolastico? Nel tempo della globalizzazione ha ancora senso proporre testi che si riferiscono a gruppi sociali ristretti?
Se la questione viene proposta così un certo scetticismo pare quasi scontato, sostengo invece il contrario e cioè che confrontarsi con la tradizione, con una lingua minoritaria, con la cultura radicata sul territorio sia ancora una prospettiva essenziale per capire se stessi e il nostro stare al mondo.
Esemplificherò quanto detto proponendo una questione lessicale e riferendomi a un testo poetico.
Se da un lato è vero che per descrivere determinate cose, fatti, eventi (di solito di ambito scientifico, tecnico o troppo attuali) il dialetto non ha le parole sufficienti e il suo lessico è legato più alla quotidianità che settori più specifici, per altro verso ci sono delle espressioni in quella che si può definire la lingua degli affetti che raggiungono grande intensità espressiva.
Ho detto che mi servirò di un testo poetico per esemplificare quanto affermo. Si tratta del primo verso di una poesia di Franco Loi, poeta genovese che scrive in meneghino: “De Diu sun matt, se streppa la cunscienza”, di Dio sono matto, si strappa la coscienza: decisamente meno forte nella traduzione. Nel verso colpisce subito invece quel definirsi “matt de Diu”, pazzo di Dio, ma dirlo in italiano non ha la stessa efficacia. Mi viene in mente un verbo, quello sì in lingua italiana, “indïarsi”, cioè avvicinarsi a Dio, farsi quasi simile a lui. Lo usa Dante forse per primo ma ritrovo il furore di questo verbo, che me lo avvicina alla pazzia suggerita da Loi, in Giordano Bruno e nel suo proclamarsi come uomo co-artefice della realtà. Quel “matt” non è usato in maniera banale, è un vocabolo della quotidianità ma espresso in un contesto profondo, porta alla coscienza tutto il tormento di una ricerca di senso dell'esistenza, di una religiosità che, proprio come per Bruno, trascende il dogma rivelato e apre l'umanità a una dimensione più alta e infinita. De Diu sun matt è un avvicinarsi a lui in maniera disperata così come fu disperato l'indiarsi di Giordano Bruno.
Ma siccome non si può sempre restare negli “spazi infiniti” e negli “universi mondi” mi tocca ripiombare nella realtà più concreta di una lezione di italiano e dire che sì, io quella poesia in dialetto la proporrei ai miei studenti e non importa se le parole non ci sono familiari, se quel lessico non lo useremo mai ed è più lontano del pur lontanissimo it's all right “va tutto bene”. In quella poesia c'è un uso profondo della lingua degli affetti che merita di essere indagato.




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