Il canto della caduta - Recensione - ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon - Act 1

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Il canto della caduta - Recensione

Act 1
Pubblicato da in Recensioni teatro ·
Tags: CantocadutaCuscunàCSSFanes

Marta Cuscunà è brava, molto brava. La sua voce ha una notevole capacità espressiva, una abilità non comune nella modulazione di toni e registri diversi in un continuum dialogico che non vede incertezze o sbavature. Una giovane artista ma già con una buona padronanza scenica. La tecnica di rappresentazione è originale, l’uso delle figure meccaniche in scena definisce o, meglio, evoca una dimensione archetipica e nello stesso tempo esprime lo straniamento del futuro. Il tema affrontato, la guerra, è un tema forte, su cui si può lavorare in profondità ma anche cadere banalmente nella superficialità della retorica, ciò che non avviene nello spettacolo Il canto della caduta, rappresentato per la prima volta a Udine il 25 ottobre 2018. Un lavoro che non è scontato anche perché alla base della performance c’è una riflessione, a mio avviso molto stimolante, che è stata chiarita dalla stessa attrice nel colloquio con il pubblico e che, attraverso il mito ladino di Fanes, propone la contrapposizione tra una società in cui le differenze di genere condannano gli uomini alla guerra e una in cui il riconoscimento dei diritti per tutti è il naturale presupposto per la collaborazione e la pace.
 
Eppure, malgrado la bravura della protagonista e di tutto il suo gruppo di lavoro, malgrado l’originalità della messa in scena, c’è qualcosa nello spettacolo che non convince completamente ed è la presenza, a mio avviso troppo invadente, di quel monitor al centro della scena. Mi sembra che l’averlo introdotto crei una disarmonia nell’insieme perché il mezzo non è congruente con la scelta meccanica che costituisce invece il carattere forte dell’allestimento. Il video propone delle suggestioni, rocce, montagne, elementi astratti che risultano in contrasto con l’essenzialità delle montagne “concrete”, costruite con sottili tubi metallici ai lati del palco su cui vengono animati i corvi meccanici ai quali è affidata la narrazione. Sullo schermo passano delle parole e delle frasi che servono a spiegare e a risolvere certi passaggi che non trovano una collocazione nei dialoghi. La necessità di spiegare quello che forse avrebbe potuto essere lasciato implicito provoca una certa frammentazione del testo che ha invece il suo punto di coesione nei dialoghi dei corvi e che si chiude, a fine spettacolo, chiamando in causa direttamente il pubblico che non può non sentirsi coinvolto in quella brutta faccenda che è la guerra.
 
Ho trovato molto suggestiva e pregnante l’essenzialità della scena definita dagli stessi artisti “animatronica” e cioè tutto quell’insieme di congegni, fili, leve che la stessa Marta aziona per animare i personaggi meccanici progettati da Paola Villani. Forse, in un lavoro come questo che è di buon livello e nel quale si intuisce una ricerca seria e continua e una passione “giovane” che fa piacere scoprire, si sarebbe dovuto insistere di più sull’aspetto, per così dire, “industriale” e lasciar perdere quello tecnologico visivo certo molto accattivante e di effetto ma che rimane più in superficie.




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