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Quel mio strano andare

Act 1
Pubblicato da in Impressioni di viaggio ·
Tags: SanClementeFoscoloPetrarcaCatulloRomaGardalagotrahere

Quel mio strano andare comincia su una pagina. “Multas per gentes”, l’incipit di una lirica: un buon inizio per chi si appresta al cammino. Di gente in gente, da un posto all’altro…
 
I versi mi ritornano alla mente un pomeriggio mite d’autunno, una mitezza che solo la presenza del lago può dare. La superficie si increspa e si mescola ai frammenti di versi. Anche Catullo evidentemente apprezzò il clima del lago di Garda se, come si dice, costruì una grande villa sulla punta della penisola di Sirmione. Un giorno o l’altro ci devo proprio andare alle grotte di Catullo. Non lo so perché io le abbia sempre trascurate. E adesso il ricordo di quel carme latino, un commiato dal fratello sepolto nella Troade...
 
Catullo nasce a Verona ma, ben provvisto di mezzi, si reca presto a Roma dove conosce l’amore di una donna, la Lesbia delle sue poesie. Roma è troppo grande e troppo carica di passato per sperare di ritrovare l’atmosfera elegiaca di quei componimenti di amore e di affetti ma qui sul lungolago ritornano i versi che credevo dimenticati.
 
Mi spingo un po’ più in là e ritrovo, tra quelle, altre parole per un fratello, per quel Giovanni di cui Foscolo piange la morte lamentando l’impossibilità di recarsi sulla tomba dove solo la madre “suo dì tardo traendo” funge da legame tra gli affetti che l’esilio e la morte hanno allontanato, un legame che non è mai stato spezzato. Non c’è più la calma e l’accettazione del destino della lirica di Catullo ma la disperazione di chi è lontano e si “strugge” per le “secrete cure”, di chi ha come unico conforto la speranza di una sepoltura in patria.
 
Ma ecco che il mio peregrinare tra quei versi me ne richiama altri, più antichi, e con altri sentimenti: la stanca vecchiezza della madre è come l’andare di quel “vecchierel canuto e bianco” del Petrarca. A dispetto dell’età, egli, “trahendo (…) l’antiquo fianco”, se ne va a Roma (ancora Roma!) per ricercare l’immagine di Cristo nel velo della Veronica. Così anche il Poeta (e questa è la chiusa del sonetto) spera di trovare in quello delle altre donne il volto della sua amata.
 
La mia attenzione si sofferma adesso su quel verbo di derivazione latina, “trahere”, ed è una nuova partenza, questa volta sì con destinazione Roma. “Trahere”, trascinare, condurre, portare da un luogo ad un altro. Mi colpisce il suo ritrovamento in un affresco dell’XI secolo nella chiesa inferiore di San Clemente a Roma. Si tratta di uno dei primi documenti in volgare italiano, l’iscrizione di San Clemente, appunto. “Fili de pute, traite!”, dice il pagano Sisinnio ai suoi servi che hanno legato con delle corde il Santo per portarlo in prigione. I suoi aguzzini non si accorgono però, ed è questo il miracolo, che il Santo è stato trasformato in una pesante colonna.

 
La chiesa è fuori dai percorsi turistici anche se si trova a breve distanza dal Colosseo. Quando ci sono andata per vedere l’iscrizione ho dovuto chiedere più volte per trovarla, molti non la conoscevano. Un volta entrati ci si trova di fronte ad un caleidoscopio di marmi che rivestono il pavimento e al meraviglioso mosaico absidale con il Trionfo della Croce. La chiesa superiore è una vera rarità per bellezza. Ma non era lì che si trovava il “mio tesoro”.

Si scende per le scalette e si arriva nella basilica del IV secolo, un ambiente uniforme per colorazione che all’inizio delude l’occhio assuefatto alla policromia della parte superiore. Ma quale suggestione trovarsi sopra un altro insediamento in cui c’è un mitreo del I secolo!
 
L’altare di San Clemente mi passa quasi inosservato, lo cerco ma ci passo davanti senza accorgermene. Torno indietro ed eccola lì la preziosa testimonianza in una lingua ancora incerta ma, voglio credere, già abbastanza risoluta da apparire sull’affresco di una chiesa. Fantastico! Ho avuto quello che cercavo, era dai tempi del liceo che quella scritta mi frullava nella testa. Ritrovare secoli dopo, nell’uso già maturo della lingua, un verbo che qualcuno aveva scritto come un fumetto per accompagnare un’immagine in una chiesa e poi ritrovarlo ancora in un sonetto dell’Ottocento è stato come partecipare ad una caccia al tesoro. E vincerla, per giunta.
 
L’umidità si fa sentire e il ricordo romano svanisce, i frammenti di versi si ricompongono, resta il formicolio del lago. Ritorno sui miei passi, fa freddo, è tempo di rientrare.



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