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... e il naufragar m'è dolce in questo mare

Act 1
Pubblicato da in Parliamo di scuola ·
Tags: InfinitoLeopardiRecanati
Rileggere l’Infinito è per me ogni volta emozionante, quando lo faccio con i miei alunni non sono sicura però che i sentimenti siano gli stessi. E la cosa, anche se mi provoca sempre una certa delusione, non mi stupisce considerando la loro giovane età. Rimangono perplessi (pochi), indifferenti (i più), ostili (i coraggiosi!). Eppure ad ogni classe che termina il ciclo delle scuole medie la ripropongo fiduciosa: qualcosa arriverà, prima o poi, nel tempo riusciranno a cogliere quelle sensazioni e forse, rileggendola quando saranno più grandi, si ricorderanno di me e del mio entusiasmo solitario…

 
Mi colpisce la potenza che quella lirica esprime, uno stato d’animo che alterna momenti tanto forti, quasi insopportabili, alla percezione dell’ordinario come il fruscio del vento, sensazioni contrastanti che si placano nella meravigliosa chiusa.
 
Nei primi tre versi Leopardi introduce l’idea di limite ricorrendo alla metafora del colle e della siepe che materialmente precludono lo sguardo verso l’orizzonte. È un’immagine concreta, obiettiva, che in maniera inesorabile definisce la nostra condizione esistenziale. Subito dopo, però, a contrastare il tono a prima vista rassegnato ma che quel “caro” riferito all’ostacolo tradisce come carico di aspettativa, viene posto, all’inizio del quarto verso, l’avversativo “ma” che in maniera contrastiva ed eroica apre la possibilità dell’immaginazione, facoltà immateriale che il poeta rivendica con forza come prerogativa umana e che ci permette di superare l’angustia dei limiti e dei condizionamenti. Il “ma” posto all’inizio spezza l’atmosfera idilliaca dell’inizio e la annulla aprendo un varco verso una dimensione più alta.
 
Subito però questa infinità disorienta, “per poco il cor non si spaura” ed è necessario recuperare quei confini che, seppur odiosi, ci fanno comprendere (e apprezzare) la possibilità assoluta. Perché è di questo che si tratta e forse deve essere ricercato proprio qui il senso della vita: nella “possibilità” di raggiungere vette insperate, di superare limiti e confini intesi non in senso materiale ma come capacità di determinare la nostra esistenza. All’inizio l’imposizione del limite deriva all’uomo all’esterno, poi è l’uomo stesso che si vincola e il condizionamento gli permette di comprendere e di spingere sempre più il là l’idea del limite e del suo superamento.
 
Ma di nuovo un pensiero ci costringe a piegare su noi stessi: il fluire del tempo e l’inesorabile trascorrere della nostra vita. Solo il presente ci dà la concretezza dell’esistenza tra i due limiti estremi della nascita e della morte, quelli sì invalicabili.
 
Sono pensieri che inebriano, danno lo stordimento, ci fanno volare in alto per farci ritornare poi al punto di partenza ma più ricchi, con l’ossimorico conforto del “dolce naufragar”.
 
Forse i miei alunni sono ancora troppo giovani per capire tutto questo ma, sono sicura, fra qualche anno l’Infinito emozionerà anche loro. Basta aspettare.
 
 
L’Infinito di Giacomo Leopardi

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.



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