Il caso di Stevan Karajan

Alessandra Nardon
Scrivere, leggere, fare teatro
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Il caso di Stevan Karajan

Act 1
Pubblicato da Alessandra Nardon in Recensioni libri · 23 Febbraio 2024
Il fulcro attorno al quale si situa la produzione di Ivo Andrić, premio Nobel per la letteratura nel 1961, è senza dubbio Il ponte sulla Drina e non solo per il grande affresco della Bosnia che si snoda per quattrocento anni ma per il significato simbolico del ponte posto a crocevia di genti e culture diverse. Quella Bosnia, raccontata da Andrić come luogo di incontro di esseri umani di varia provenienza e estrazione sociale, si ritrova anche nella raccolta Il caso di Stevan Karajan, recentemente pubblicata da Bottega Errante Edizioni di Udine.

Le figure che animano i racconti vengono osservate e annotate da Andrić con un atteggiamento sempre pacato che non si arroga il compito di giudicare ma si pone di fronte a quella varia umanità come un cronista dell’anima.
 
Una delle caratteristiche che emerge dai racconti è il senso di quotidianità in cui tutto rientra nel già vissuto, nella normalità del gioco che ricomincia da capo l’indomani (Caccia al gallo cedrone, 1959) o, come nel racconto Il caso di Stevan Karajan (1949), che dà il titolo al libro, nella cosa principale, “sopravvivere” in cui tutto alla fine si riduce. Anche nelle situazioni impreviste o pericolose come nel racconto La porta chiusa (1951) quando, durante il coprifuoco, l’arrivo di Predrag sconvolge la tranquillità della famiglia dell’ing. Šeparević, l’eccezionalità viene filtrata e decantata dal senso del dovere, da ciò che si deve fare in quel momento, in ultima analisi da ciò che è giusto fare per non spezzare la normalità.
 
Nella “consuetudine” in cui i personaggi di Andrić prendono forma e vivono c’è spazio anche per una canzone “sovversiva” che irrompe dalle celle del carcere dove sono rinchiuse le scioperanti tappetaie. Ancora una volta, nell’eccezionalità della situazione, le operaie cantano una di quelle sevadlinke che parlano di albe, di usignoli, d’amore e “di cui sono piene le povere case di tutta la Bosnia”, canzoni che sono la metafora del confine entro cui si svolge la vita di donne semplici. (Sciopero nella tessitura di tappeti, 1950)
 
Ma non sempre la normalità di “una lunga vita e una bella carriera” riesce a tacitare la coscienza e un infamante peccato di gioventù rompe la regolarità di una porta socchiusa e fa rivivere il rimorso, come nel racconto L’inferno del 1926.

Nel senso di vissuto, di ordinario rientra anche la “percezione dell’ingiustizia”, una caratteristica che viene evidenziata nella postfazione di Božidar Starišić. L’ingiustizia sembra essere un elemento costitutivo di molte vite, cercare di rovesciare certe situazioni consolidate è illusione.
 
Significativo a questo proposito il racconto del servo Siman (Storia del servo Siman, 1948). Siman pensa di ottenere un riscatto dalla sua condizione approfittando dell’arrivo dell’esercito austriaco e “aspettando di vedere che legge ci sarebbe stata sotto il nuovo imperatore”. Nella sua ricerca di giustizia forza le cose per portarle a come dovrebbero essere e non sono, nel pretendere i suoi diritti assomiglia però sempre di più per arroganza a ciò che vuole combattere. Alla fine, pur rimanendo stritolato dal sistema, è ancora illuso che tutto possa cambiare. Nonostante ciò, sconfitto, rimane “così sulla terrazza accanto al fiume” nei giorni sempre uguali fino alla fine. Il “così” che introduce la citazione sintetizza bene il senso dell’ora e sempre, della continuità del vivere giorno dopo giorno accettando la propria sorte.
 
Situazioni quotidiane, dunque, o che rimandano a un desiderio di quotidianità, eppure questi racconti, nonostante la presenza in molti di essi di precisi riferimenti storici, sembrano immersi in un’atmosfera senza tempo che fa da contrasto al dato reale e che esercita sul lettore la fascinazione delle fiabe. Questo potrebbe sembrare strano in uno scrittore come Ivo Andrić, che fu prima attivista fra i giovani irredentisti croati e poi tra la prima e la seconda guerra mondiale diplomatico all’estero per il proprio paese. Ma proprio questa versatilità evidenzia le sue capacità di narratore che attingendo temi e contenuti diversi dalla memoria collettiva, dalla storia, dalla tradizione leggendaria e favolistica riesce a guardare con sereno rispetto alla condizione umana.
 
 
(Ivo Andrić, Il caso di Stevan Karajan, Bottega Errante Edizioni, Udine, 2024.)
 


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