Il servo Jernej e la sua giustizia

Alessandra Nardon
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Il servo Jernej e la sua giustizia

Act 1
Pubblicato da Alessandra Nardon in Recensioni libri · 25 Ottobre 2021
Tags: CankargiustiziaJernej

"Il servo Jernej e la sua giustizia" dello scrittore sloveno Ivan Cankar, è un libro da leggere o da rileggere, uno di quegli incontri importanti che si fanno quando su certe questioni abbiamo iniziato un dialogo con noi stessi e compaiono al momento giusto per sviluppare riflessioni avviate in precedenza.
Già l’introduzione presenta un’osservazione interessante: Maria Bidovec, la traduttrice e curatrice del volume, precisa infatti che la parola pravica del titolo, "che in sloveno ha sia il significato di giustizia che quello di diritto", viene tradotta con il primo dei due traducenti. Un’annotazione che potrebbe sembrare solo tecnica ma che contiene un aspetto più sostanziale per cui la giustificazione della scelta viene definita dal contesto in cui viene utilizzata. Jernei infatti cerca proprio la giustizia.
Le sue pretese sono assurde per i principi che gli uomini si sono dati e che appartengono al diritto positivo, non a una giustizia che, secondo il protagonista, li dovrebbe sovrastare perché derivata direttamente dall'alto. Alla morte del padrone, Jernej vorrebbe prendere il suo posto sulla terra che aveva coltivato e reso fertile e sulla casa che aveva costruito e mantenuto in quaranta anni di servizio. Ma la pretesa è manifestamente assurda: ci sono i diritti del figlio, un uomo arrogante ma che ha buon gioco a rivendicare ciò che è suo.
Il racconto si sviluppa partendo da questi presupposti. Le richieste di Jernej sono ingiustificate non solo per la legge ma anche per l'opinione comune che riconosce i meriti del servo ma non è disposta ad accettare soluzioni che stravolgano l'ordine costituito. Jernej però vuole la sua giustizia e attorno ad essa gira il suo cercare: il diritto è cosa umana mentre la giustizia è cosa di Dio. In questa richiesta Jernej è coerente, sono gli altri che confondono i due concetti e lo deridono prendendolo per pazzo. Viene messo in prigione e nella sua testarda richiesta, nella non accettazione dell'ingiustizia dimostra la sua coerenza: è lui l'uomo libero, gli altri, quelli che accettano le cose come sono pur riconoscendone le storture sono gli schiavi di una società che li vuole ai margini, che nella gerarchia che si è costruita non riconosce le rivendicazioni di chi non ha il potere. Quelli che non sono "pazzi", quelli che hanno accettato di essere privati della giustizia sanno, e lo dicono, che i giudici non sono imparziali, che arrivare all'imperatore, garante di giustizia, è impossibile nella pratica; sanno di aver accettato l'incoerenza e la menzogna di cui Jernej non si dà per vinto, ma nascondono la loro ignavia facendosi beffe di lui.
Il culmine del suo fallimento sarà quando si rivolge al parroco che gli suggerisce di mettersi al cospetto di Dio con atteggiamento umile e fiducioso della sua misericordia. Non è questo quello che chiede Jernej che adesso parla con Dio non "come un servo col padrone, ma come l'esattore con il debitore". Ad un certo punto sbotta: "Non mendicherò e non piangerò, la mia giustizia è la giustizia di Dio; ciò che lui stesso ha fondato non lo distruggerà, ciò che ha sempre detto non lo rinnegherà! È mio debitore: non mi inginocchio. Sto in piedi davanti a lui e pretendo!"
Insomma Jernej è una figura semplice ma tenace perché confida nei suoi principi fino allo stremo, non si dà ragione del fatto che la realtà sia invece ben diversa e non ci sia giustizia al mondo né chi ne garantisca il rispetto.
Quello che colpisce, però, sopra ogni altra cosa e che fa riflettere in questo lungo racconto non è soltanto il sopruso ma la sua accettazione da parte di chi ne è vittima: il popolo si assoggetta ad esso, pur sapendo che le cose dovrebbero essere diverse, anzi, pur di non mettersi contro il potere e di rischiare di venir escluso dal gruppo sociale, deride e umilia chi non si conforma a quello stato di cose. Uno stato di cose che, nella sua immutabilità, si auto alimenta e non necessita più di conferme perché è la stessa acquiescenza ad attribuirgli legittimità e garantirgli durata.
Nihil sub sole novum.

I. Cankar, Il servo Jernej e la sua giustizia, Marietti, Bologna, 2021




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