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Jamaica

Act 1
Pubblicato da in Impressioni di viaggio ·
Tags: JamaicaFernGullyRioGrande
Jamaica: suonava sufficientemente esotico. Jamaica: la nostra “luna di miele”.
 
Qui andava di moda Bob Marley e la scelta poteva essere un singolare tributo al reggae, un’idea distante da un viaggio di nozze tradizionale oppure una suggestione di paese lontano colta chissà dove.
 
Comunque sia, partimmo, il mio “nuovo” marito ed io, giovanissimi, con tante idee per la testa e la voglia di amarci e stare insieme.
 
In Jamaica c’era un odore caldo e tropicale, un odore dolce e speciale così come dolce e speciale è stata la nostra avventura.


 
 
Il rafting sul Rio Grande è un'attrattiva per turisti: forse un tempo il seguire la corrente del fiume con delle chiatte fatte di tronchi e manovrate con lunghi pali era una necessità. Ora, con le moderne strade asfaltate che tagliano la splendida Fern Gully, la foresta di felci, da una parta all'altra dell'isola, l'attrazione è riservata ai pallidi viaggiatori che, arrossati da eritemi e bolle solari si ammassano sulle sponde del fiume per poi scendere a valle trasportati dai barcaioli.
 
Intorno a noi una natura fantastica, uno di quei paesaggi che si vedono solo in cartolina. Ad un certo punto, come in un copione scontato, compaiono frotte di bambini, si tuffano a raccogliere le monetine che i turisti nella loro onnipotenza vacanziera hanno gettato; poi, un'altra sequenza da film: una donna, sottane alzate a scoprire le cosce, si muove tra le secche attraversando a guado il fiume, porta sulla testa una fascina, senz'altro la stessa del giorno prima, e forse del mese prima ma noi, turisti estasiati, stiamo al gioco e la scena ci sembra tanto folkloristica.
 
Al nostro arrivo incappiano in un premuroso indigeno che si offre di fotografarci ma poi non ci lascia scendere ripetendo insistentemente “tip, tip”con una pronuncia larga, americana. Noi, sbalorditi escursionisti, già piuttosto frastornati dall'avventura sul fiume, non capiamo e ci scambiamo sguardi imbarazzati finché dai ricordi scolastici, ma quelli di seconda categoria perché al liceo andava per la maggiore Shakespeare, Rossetti, Wilde e roba simile, emerge il significato di quella parola. Un processo piuttosto faticoso perché tu sai benissimo che il Bardo per dire you diceva thou – ma questo non ti serve, almeno sul Rio Grande – e non ti ricordi proprio che tip vuol dire mancia. Alla fine, paghiamo e riusciamo a scendere dall'imbarcazione.
 
Sul pullman che ci riporta all'albergo, sfiniti ma felici, avvertiamo qualcosa di stonato ma l'eccitazione e l'impegno del viaggio ci obbligano a sentirci in armonia con quello che ci circonda, proprio come si addice al ruolo del turista esotico, di quello che crede di aver fatto un'esperienza unica e, soprattutto, ha qualcosa di caratteristico da raccontare tornato a casa.
 
Intanto si è fatta ora di pranzo e provvidenzialmente l'autista si ferma in un punto di ristoro. Il locale, situato in una zona polverosa e isolata, ricorda uno di quelli, questa volta sì molto reali, visti nei film americani, quei film che descrivono la periferia. L'interno non delude.


 
 
Avevamo abbastanza fame, in fondo avevamo lasciato l'albergo la mattina presto per quell'escursione ed erano già quasi le due del pomeriggio ma pensai che fosse meglio andare sul sicuro e la nostra fame si ridimensionò in un sandwich al pollo. A dire la verità non c'era molto altro che avesse un aspetto passabilmente commestibile e il sandwich sembrò adeguato a tutti e due.
 
Tentai di ordinare al banco ma la donna addetta alle ordinazioni, prima che potessi fare la richiesta, mi mandò in cucina. Così il mio discorsetto rimase monco lasciando nell'aria le solite formulette di rito in buon inglese scolastico (anche quelle praticamente inutili per la circostanza).
 
La cucina, come il resto, non lasciava presagire molto di buono (in termini gastronomici, naturalmente) ma era animata da frenetici garzoni che si passavano la roba e dicevano cose per me incomprensibili. Tutto dava l'idea di una certa efficienza, un po' disorganizzata, forse, ma allegra. Mi incantai a osservare l'insieme, esclusi l'audio per concentrarmi meglio sulla scena, come la spettatrice di un film muto. Ma quella cucina... non c'era niente di artefatto, era proprio così. Quella sì che era un’esperienza fuori dal comune!
 
Fui colta di sorpresa quando uno dei lavoranti mi si rivolse con uno sguardo sbrigativo e, mi parve, un po' insolente. Ordinai in fretta per non fare brutta figura: “Two sandwiches with kitchen, please!” E invece dovetti incassare, vergognandomi, un evidente lapsus. Mi risposero due occhi sgranati che mi illuminarono sull'errore: “Two sandwiches with chiken, please!”, corressi prontamente. Il ragazzo non sembrò preoccuparsene più di tanto, forse aveva capito già prima dato che i fraintendimenti sembrano essere abbastanza comuni in inglese; dietro c'era la fila e si mise subito all'opera.
 
Cinque minuti dopo ci sistemammo fuori dal locale per consumare il nostro pranzo e ridere su tutto immersi in quel dolce e speciale odore della Jamaica.



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