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L'oblò sul Creato - raccolta di poesie

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Alessandra Nardon
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L'oblò sul Creato - raccolta di poesie

Act 1
Pubblicato da Alessandra Nardon in Recensioni libri · Venerdì 28 Ago 2026 · Tempo di lettura 4:00
Conosco Alberto Morganti solo per via epistolare,- un tempo si sarebbe detto così - adesso i contatti hanno trovato altre strade, più veloci, non sempre efficaci, indubbiamente più effimere ma il tratto comune è la distanza. Ciò che invece rimane e avvicina è ancora la scrittura e, in questo senso, la mia vicinanza ad Alberto si è rafforzata dopo aver incontrato i suoi versi. Come lui stesso ebbe a dirmi in una interminabile telefonata una sera di agosto, L’oblò sul Creato (Astro Ed., Roma, 2024), la sua raccolta di poesie, è l’opera di una vita, rivelatrice di grandi passioni e di meritati riconoscimenti ottenuti nel tempo partecipando a molti concorsi di poesia.
 
Già il titolo è spia di quanto in esso contenuto, le sue poesie, infatti, toccano i temi più diversi, l’amore, la natura, l’ansia e l’incontro con Dio… Alberto si avvicina però ad essi con rispetto, senza forzature, guardando da un oblò, appunto.
 
Sono liriche perlopiù in versi sciolti anche se qualche volta la rima strizza l’occhio a una musicalità più sostenuta, il lessico è vario, adattandosi ai diversi contesti, più aulico in alcune liriche o mediano quando Alberto ci rende partecipi della sua quotidianità. Frequenti sono le metafore, i simboli così come altre figure retoriche di stile come ad esempio l’anafora, presente in più componimenti per dare risalto ad un concetto. Insomma, un sapiente “gioco di parole” che invita alla lettura e alla meditazione.
 
Non è possibile per lo spazio breve e il mezzo utilizzato entrare maggiormente nei dettagli con un’analisi più approfondita dell’opera ma vorrei soffermarmi in particolare su tre poesie presenti nella silloge per poter render conto, anche se superficialmente, della poetica di Alberto.
 
Due di esse sono, a mio avviso, come le facce di una stessa medaglia perché ognuna acquista maggior senso dall’altra e, per così dire, si completa. Mi riferisco a “Il sorriso di Dio” e a “Deus in homine moritur”. Mi piace citarle in quest’ordine perché sembrano offrirci, così lette, l’evoluzione di un pensiero che però è già compiuto nell’autore. Nella prima Dio è lontano, incomprensibile, apparentemente staccato dalle sofferenze dell’umanità (salvo poi trovarlo nel sorriso di un bambino). Qui l’uomo sembra subire la sua sorte e che gli sia riservata solo la faticosa ricerca di un Dio che non riesce a comprendere. Nella seconda, invece, quel Dio distante si avvicina all’uomo e muore in esso, ma l’uomo non lo riconosce o non se ne cura. Ecco che adesso ci pare di trovare la risposta alla prima lirica che, se si concludeva sul volto di un bambino e un volo di aquiloni, lasciava però anche in sospeso tante dolorose domande. Da questa poesia forse intuiamo che è proprio l’uomo che tiene distante quel Dio che egli dice di non comprendere.
 
La terza poesia di cui vorrei render conto è collocata fra le ultime della raccolta e credo non sia un caso dato che si intitola “Vespro” e allude probabilmente a una conclusione.
 
Questa lirica mi è piaciuta particolarmente per i rimandi a tante liriche della nostra letteratura. Al secondo verso, infatti, “l’erma selva” come non ci può ricondurre alla solitaria pensosità di Petrarca? Che dire poi dell’accenno alla cosmologia dantesca espresso poco dopo con quell’ “astro nascente” che illumina l’intorno? Subito, nel verso successivo, con “sovviemmi l’olezzo” si insinua una malinconica ed eroica ricerca che ricorda molto Leopardi, e poi si scende (ma si fa per dire) ad un robusto vitalismo di stampo carducciano con quel “mosto selvatico” che avvolge e ci riporta alla quotidianità e ai suoi passi “concitati” per le vie… Potrei continuare perché ogni verso è un riferimento raffinato alla nostra tradizione letteraria ma le poesie vanno prima lette e forse ho chiosato già troppo. Mi si permetta però in conclusione di commentare gli ultimi versi della poesia che, vagheggiando la serenità della sera, non possono non farci pensare a Foscolo. In essi però si può anche ritrovare quella “poesia onesta” di cui parlava Saba che trovava la santità anche negli aspetti della vita più scontati e a volte meno “poetici”. (Or non più claudicante/il sospiro,/ma imperioso e profondo/la Spiro/santificato). Ecco, è proprio questo che mi sembra emerga dal lavoro di Alberto Morganti: la spiritualità del Creato che si ritrova in ogni cosa.


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