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Laboratorio vs rappresentazione

Act 1
Pubblicato da in Scuola e Teatro ·
Tags: Laboratorioteatrorappresentazionespettacolo
Messa così sembra più un match che una tesi.
In realtà la contrapposizione non è così netta come l’affermazione farebbe supporre; ciò non toglie che delle due modalità non si possano evidenziare i tratti specifici e quello che rende maggiormente praticabile in ambito formativo la prima opzione rispetto alla seconda, vale a dire ciò che mi fa propendere per un avvicinamento al teatro che sia prima di tutto di tipo laboratoriale.
 
Affronterò per prima la rappresentazione e le sue implicazioni in campo educativo.
 
Quale valenza ha la messa in scena di uno spettacolo teatrale come proposta didattica?
 
È innegabile che ci sia un notevole impegno e coinvolgimento degli studenti, sia dal punto di vista più strettamente tecnico e teorico che emotivo, personale e di gruppo. Tutto il lavoro che precede il risultato finale costituisce un momento importante nella formazione di un ragazzo in termini di acquisizione di contenuti, di tecniche formali, di assunzione di responsabilità verso se stessi e gli altri, di messa in gioco di sé. Nella parte conclusiva (e non solo) sono fondamentali i fattori emotivi che condizionano spesso la prestazione; la sfida con se stessi è più evidente, così come la scoperta o la conferma delle proprie potenzialità. E a volte si prova anche la delusione delle cadute, anch’esse occasioni di crescita. Insomma, ci sono buoni argomenti a favore di un approccio più tradizionale: preparazione, recita.
 
Orientare il lavoro al risultato finale, cioè a uno spettacolo ben confezionato, presenta però anche dei rischi. Innanzitutto la tentazione di lavorare sempre con un occhio rivolto al pubblico  attribuendo un’eccessiva importanza alla fase conclusiva. Riporre troppe attenzioni sulle aspettative mette spesso in secondo piano la cura che si dovrebbe avere per i processi di autoanalisi e per l’attenzione nella gestione del gruppo con le sue dinamiche relazionali non sempre solide: si deve confezionare qualcosa di estetico e si punta tutto il lavoro sul raggiungimento di tale obiettivo evitando il più possibile gli intoppi. Così il ragazzo più intraprendente, quello più bravo, su cui non si deve lavorare molto, farà il protagonista, gli altri le parti minori, le comparse, i servi di scena… Tutti ruoli importantissimi nel teatro, ma nel teatro degli adulti, perché per i ragazzi la “distribuzione delle parti” è quasi sempre un ulteriore motivo di frustrazione. Invece sono proprio i ragazzi più “fragili” quelli che dovrebbero trovare nel teatro un motivo di affermazione.
 
Anche l’insegnante, nella modalità “rappresentazione finale”, da facilitatore quale dovrebbe essere in una visione più aperta, rimane ingabbiato in un ruolo più tradizionale di dispensatore di compiti e di consegne perché il suo obiettivo, come ho già detto, è quello di produrre un buon lavoro.
 
Non è questo (o non solo questo) il modo di fare teatro a scuola.
 
E allora, laboratorio. Ma perché?
 
Darò alcune definizioni del termine cercando di spiegarne il senso.
 
  • Il laboratorio dovrebbe essere “un ambiente in cui sia possibile svolgere un lavoro continuativo.” (E. Barba) Questo primo enunciato si adatta al campo della formazione dove i risultati non si possono ottenere in tempi brevi ma il loro raggiungimento necessita di un impegno costante e duraturo come avviene a scuola, appunto.
  • Nel teatro-laboratorio ci si mette in gioco con le proprie esperienze, come si è, con le sicurezze e le paure perché si lavora insieme, non c’è giusto o sbagliato ma si fa qualcosa con i compagni e con gli insegnanti. Si sviluppa cioè una vera comunità educante senza le preoccupazioni del prodotto a breve termine o delle prestazioni personali sottoposte a giudizio.
  • Il teatro-laboratorio ha in sé l’idea di ricerca e quindi di un processo che, come l’apprendimento, non si esaurisce mai.
  • Infine, anche se l’assunzione è implicita in quanto è stato già detto, nel laboratorio-teatro il lavoro è su di sé e ha come obiettivo la scoperta delle proprie capacità.
       
Per concludere: se è vero che lavorare con il corpo e sul corpo porta a rendere “visibile” la nostra attività, e in questo senso ci conduce al palcoscenico, è altrettanto vero che nella modalità laboratoriale il prodotto è il laboratorio stesso, nel suo farsi, indipendentemente dal risultato finale.



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