Pagine e luoghi: gli ambienti della letteratura decadente

Alessandra Nardon
Scrivere, leggere, fare teatro
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Pagine e luoghi: gli ambienti della letteratura decadente

Act 1
Pubblicato da Alessandra Nardon in Recensioni libri · 14 Maggio 2022
Tags: DecadentismoestetismodannunzianesimoPiacereFuoco

Roma, il Vittoriano, Monumento equestre a Vittorio Emanuele II

La letteratura svela e nasconde la realtà. La nasconde perché ci dà un'immagine filtrata, a volte artefatta, comunque costruita del mondo, visto attraverso gli occhi dello scrittore che reifica, riproducendo forma e sostanza, secondo il suo pensiero. La svela perché, per ricostruire quel mondo, si devono presentare parti di esso in maniera verosimile; queste  parti, prese come le tessere di un mosaico, mantengono la loro genuinità e la corrispondenza con la realtà anche se lo fanno in maniera frammentaria. Questo succede sia quando la letteratura racconta del passato che quando si occupa della contemporaneità. L'aspetto duplice della letteratura è uno dei modi che abbiamo dunque per conoscere e capire non solo il passato ma anche il presente.
Prendiamo ad esempio la letteratura decadente: quale immagini del costume e della società italiana del tempo vengono fuori dalla pagine dei romanzi scritti tra la fine dell'Ottocento e, più o meno, la prima decade del secolo successivo?
Un inquadramento storico-letterario sarà opportuno per indicare il perimetro entro il quale ci si muove.
Il Decadentismo, come movimento culturale e letterario, si colloca in quel periodo della storia europea denominato Belle Époque. Un'epoca che è definita dal suo stesso nome, che, pur nelle sue sotterranee contraddizioni, rappresenta un periodo di fiducia ed è allo stesso tempo preludio, nella sua apparente spensieratezza, del primo conflitto mondiale. In Italia coincide con l'età giolittiana e, dal punto di vista del gusto, si manifesta nel cosiddetto stile umbertino.
Dopo la parentesi torinese e fiorentina, Roma diventa la capitale d'Italia nel 1871; sette anni dopo Umberto I succede al padre, Vittorio Emanuale II fino al suo assassinio avvenuto nel 1900. È la “terza Roma”, quella che intenderà il rinnovamento come l'adesione a un apparato architettonico celebrativo, che ammalierà con il suo stile la società aristocratica e alto-borghese italiana, ansiosa di apparire e di stare al passo con le corrispondenti classi sociali europee, soprattutto di  Francia e Gran Bretagna. L'esigenza di monumentalità e di enfasi si evidenzia nell'architettura, di cui sono attestazione i piani regolatori di Roma del 1873 e quello di dieci anni più tardi, che hanno profondamente modificato la città, e le grandi realizzazioni come il Vittoriano del Sacconi, ma anche nella dimensione più domestica e individualista degli arredi, con il loro carico di ornamentalità eccessiva e di simbolismo ricercato si palesa la modificazione del gusto.

Roma, il Vittoriano, Interno

Nell'allestimento degli interni predominano le decorazioni a intaglio, altorilievi che a volte diventano vere e proprie sculture a tutto tondo inglobate nella fattura dei mobili, i motivi zoomorfi, i festoni e le ghirlande di fiori, gli stemmi in uno strabordare di forme e simboli che nobilitano e danno lustro alla quotidianità delle classi medio-alte. L'aspetto scenografico e teatrale degli ambienti risponde bene al principio secondo cui la vita stessa deve diventare un'opera d'arte. La trasfigurazione estetica e immaginativa dell'anima è infatti una delle caratterizzazioni del Decadentismo quando esso diventa estetismo, quello stile di vita che si può ricondurre a una parola, “dannunzianesimo”.
Gabriele D'Annunzio arrivò a Roma nel 1881, quindi pochi anni dopo l'incoronazione di Umberto I, e iniziò a collaborare con le sue cronache mondane per la rivista "Cronaca Bizantina", prima, e per la "Tribuna", più tardi, firmandosi come il Duca Minimo. D'Annunzio fu, nella Roma umbertina, un abile propagatore e creatore di mode e stili e per tutto il resto della sua vita incarnò un “personaggio” tanto che è difficile dire se le figure che popolano i suoi romanzi siano creature originali o copie del loro autore, oppure il contrario.

Il romanzo che maggiormente esprime gli ideali estetici dannunziani è senza dubbio Il Piacere. Già dalle prime pagine D'Annunzio ci presenta il suo alter ego, Andrea Sperelli, come un ricercatore assoluto del bello. Attendendo l'amante nella sua casa egli vedeva “nell'aspetto delle cose intorno riflessa l'ansietà sua; e come il suo desiderio si sperdeva inutilmente nell'attesa e i suoi nervi si indebolivano, così parve a lui che l'essenza direi quasi erotica delle cose anche vaporasse e si dissipasse inutilmente. Tutti quegli oggetti, in mezzo a' quali egli aveva tante volte amato e goduto e sofferto, avevano per lui acquistato qualche cosa della sua sensibilità.”
La sua abitazione era infatti “un perfettissimo teatro; ed egli un abilissimo apparecchiatore”. Ma quanto fosse fragile tutta questa “apparecchiatura” lo dice lui stesso accennando alla profusione del suo impegno, tanto che “non di rado rimaneva ingannato dal suo stesso inganno, insidiato dalla sua stessa insidia, ferito dalle sue stesse armi, a simiglianza d'un incantatore il qual fosse preso nel cerchio stesso del suo incantesimo.” D'Annunzio-Sperelli, abilmente, gioca su quel che è e su quel che vuole apparire.



Il Vittoriale, Pagine autografe dannunziane

In un altro romanzo, Il Fuoco, che segue di undici anni la pubblicazione del primo, D'Annunzio prosegue sulla linea dell'estetismo. Stelio Effrena, il protagonista, “era giunto a compiere in sé stesso l'intimo connubio dell'arte con la vita e a ritrovare così nel fondo della sua sostanza una sorgente perenne di armonie.”
Ambientazioni ricche, strabordanti, eccessive quelle di D'Annunzio, aliene da qualunque sobrietà anche quando si appropria dello stile claustrale piegando la simbologia religiosa ad una esistenza intesa ancora una volta come opera d'arte. Ne sono state testimonianza le varie dimore del Vate e, nell'ultima parte della sua vita, la teatralità della villa di Cargnacco, il Vittoriale.







A Cargnacco D'Annunzio riassume tutta la sua esistenza di scrittore, poeta, drammaturgo, combattente, ideologo, creatore di mode e amante. Il motto che campeggia sul frontone d'ingresso al giardino della villa ne è la sintesi: “Io ho quel che ho donato”, ripreso da una frase già citata da Seneca nel suo De beneficiis: “Hoc habeo quodcumque dedi”.
E infatti D'Annunzio ha donato tanto e tanto ha ottenuto e conservato in quella sua ultima dimora, più un museo che una abitazione...




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