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		<title><![CDATA[ACT1 - BLOG di Alessandra Nardon]]></title>
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		<description><![CDATA[Educazione, teatro, libri e viaggi. Il blog di Alessandra Nardon]]></description>
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		<lastBuildDate>Sun, 25 Jan 2026 22:17:00 +0100</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[Dordolec - Albania]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003F"><div class="imTAJustify">In quale rapporto stanno le
vecchie usanze con la modernità?</div>

<div class="imTAJustify">La domanda si presenta quasi come
un ossimoro e sembra non avere risposta ma forse nello spazio di una vacanza
estiva ci si può rendere conto che le due cose non sono così antitetiche come
potrebbero sembrare.</div>

<div class="imTAJustify">Girando per l’Albania non si
possono non notare degli orsetti di peluche o altri pupazzi, spesso di grandi
dimensioni, appesi ai terrazzi e alle impalcature di case non completate. Ce
n’è uno anche fuori dall’aeroporto di Tirana, un giocattolo che, come se fosse caduto
da chissà dove, sembra impigliato sulla moderna facciata metallica lavorata
come un merletto. Sono la versione moderna (e forse un po’ globalizzata) dei <i>dordolec</i>, gli spaventapasseri contro il
malocchio. Già in passato la loro funzione era quella di spaventare i
malintenzionati, di allontanare il malocchio, erano dei fantocci vestiti con
abiti logori come siamo abituati a vederne ancora nelle campagne. Poi, in epoca
di regime, si sono persi.<img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Tirana-Airport_cr.jpg"  width="513" height="278" /></div><div class="imTAJustify">Adesso, invece, dopo che anche in Albania si è
sviluppata un’economia di mercato e gli stili di vita non sono più livellati,
il timore dei proprietari di case è quello di attirare l’invidia dei vicini e
quindi il <i>dordolec</i> ha assunto la funzione
di allontanare dalla famiglia i pensieri poco benevoli. Apparentemente è un
aspetto folcloristico, un recupero del passato forse trascurabile se non fosse
per la sua insistenza, in realtà racconta molto del cambiamento avvenuto in
quel paese, dei sentimenti, delle rivalità, delle paure che inevitabilmente il
capitalismo impone e anche della strada che l’Albania ha iniziato a percorrere.</div>

<div class="imTAJustify">Stupisce infatti l’accelerazione
con cui il Paese si sta modernizzando: la prima sensazione che si ha è
rassicurante poiché il modello di sviluppo è conosciuto e sperimentato da chi
viene da fuori ma ben presto quella sicurezza si trasforma in disagio. La
cementificazione di cui sono oggetto le belle coste del Paese, luoghi che ci si
aspetterebbe di trovare più naturali e adatti all’uomo e che invece si stanno
ricoprendo di <i>residence</i> per facoltosi
turisti perlopiù stranieri, di centri commerciali, di alberghi, lascia davvero
stupiti e amareggiati. Ricorda lo sfregio subito decenni fa anche da parte del
nostro territorio e vien da chiedersi se il progresso, il miglioramento sociale
debba proprio passare per uno sviluppo così forzato, impersonale e, alla fine,
per una perdita di identità.</div>

<div class="imTAJustify">Così i <i>dordolec</i>, retaggio di una tradizione, hanno finito per
rappresentare la modernità, un cambio di prospettiva, l’idea che ciò che è nostro
possa creare invidia, un atteggiamento individualista di chiusura all’altro che
porta inevitabilmente all’atomizzazione della società.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 25 Jan 2026 21:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[W. Heisenberg,  "Fisica e Filosofia"]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003E"><div class="imTAJustify"><i>Fisica e Filosofia</i> di Werner Heisenberg uscì per la prima volta nel <st1:metricconverter productid="1958 in" w:st="on">1958 in</st1:metricconverter> piena guerra fredda ma, come l’autore si chiede in apertura “quello politico è realmente l’aspetto più importante della fisica moderna?”, domanda che viene seguita da quest’altra: “Quando il mondo avrà trovato il modo di adattarsi, nella sua struttura politica, alle nuove possibilità tecniche, che cosa resterà dell’influenza della fisica moderna?”. Le domande sono cruciali perché alla parola “politico” si possono dare almeno due significati: uno più ristretto che riguarda i fatti, gli eventi, il momento storico, l’altro più generale che interessa le dinamiche sociali, i valori, i rapporti tra le civiltà (e molto altro si potrebbe dire).</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ciò che il libro intende evidenziare è il legame della “fisica moderna”, e più in generale della scienza, con “i più tradizionali procedimenti di pensiero” e ritrovare nei portati della tradizione classica alcune idee su cui poi si è sviluppata la scienza. L’obiettivo alto che si propone Heisenberg è di mettere in evidenza in questo confronto il carattere “internazionale” del pensiero, sia esso fisico o filosofico, che possa costituire un territorio comune di dibattito e di crescita delle civiltà. E questo mi pare sia invece l’aspetto squisitamente “politico” del libro.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Al centro del volume, come un perno attorno al quale tutta la trattazione gira è la discussione sulla cosiddetta “interpretazione di Copenaghen” che si sviluppa attorno ad alcune questioni sollevate dalla meccanica quantistica e in particolare dal principio di indeterminazione definito da Heisenberg nel 1927. Secondo questo principio tutte le quantità fisiche che noi possiamo osservare risentono di fluttuazioni imprevedibili determinate dai mezzi di osservazione per cui è impossibile la precisa definizione dei loro valori. Questo è tanto più vero quanto più ci addentriamo nell’infinitesimamente piccolo. Detto in altri termini, non possiamo conoscere in maniera assolutamente precisa contemporaneamente la posizione e la quantità di moto di una particella.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ma se il principio di indeterminazione è la questione cruciale da cui Heisenberg prende le mosse, il suo discorso si allarga indagando il rapporto tra filosofia e scienza su alcuni concetti in particolare come quelli di spazio e tempo e soprattutto su una questione epistemologica di non poca rilevanza e cioè del rapporto che c’è tra l’osservatore e la realtà. Assieme a questa si impone anche un’altra questione, questa volta di tipo ontologico, costitutivo: di quale realtà stiamo parlando? I progressi della fisica in campo quantistico pongono infatti in discussione non solo una visione del mondo che si basa sulla fisica newtoniana e che, per le macrostrutture, continua a funzionare ma hanno anche in sé il paradosso secondo cui il linguaggio utilizzato negli esperimenti subatomici per la loro preparazione e per descrivere i risultati raggiunti è quello della fisica classica che però gli stessi esperimenti mettono in crisi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Tutte queste considerazioni aprono la strada e speculazioni di tipo filosofico-esistenziale che riguardano il nostro modo di rapportarci al mondo. Heisenberg ritrova nei pensatori del passato elementi di continuità e a volte di crisi rispetto a questa nuova prospettiva ma quello che intende sottolineare è l’importanza, per la formulazione di una teoria, dell’aspetto filosofico, propedeutico a quello strettamente scientifico ma essenziale nella sua potenzialità creativa. In questo rapporto fecondo tra passato e presente, ma meglio sarebbe dire, futuro, va letta la copertina del libro che presenta una chiave antica di una porta e una chiavetta del computer unite da un anello, un’immagine che sembra anticipare la problematicità del testo.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Leggere questo libro è stato per me ritornare al tempo dei miei studi universitari e alla preparazione della tesi di laurea che di questi argomenti si era interessata. Tuttavia, anche se non si ha uno specifico legame con le due discipline, la lettura, pur presentando delle parti un po’ più complesse, risulta scorrevole e molto piacevole per chi ha un interesse su questi argomenti. </div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div><span class="fs10lh1-5">Werner Heisenberg, <i>Fisica e Filosofia</i>, Feltrinelli, Milano 2025.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 09 Aug 2025 16:23:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pagine e luoghi: Giuseppe Ungaretti, Natale]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003D"> 	 	 	 &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify">Questa poesia dal titolo semplice, <i>Natale</i>, fa parte della raccolta <i>L'Allegria</i>, pubblicata nel 1931, nella quale sono confluite le due precedenti opere <i>Il porto sepolto</i> e <i>Allegria di naufragi</i> a cui in origine apparteneva la poesia.</div> <div class="imTAJustify">A dispetto del titolo che potrebbe evocare stati d'animo gioiosi e di festa, in essa è espressa tutta la stanchezza del poeta che, ottenuta una licenza dal fronte, si trova a Napoli in casa di amici nel dicembre del 1916. &nbsp;</div> <div class="imTAJustify"><br> </div> <div class="imTAJustify">Ungaretti era stato arruolato l'anno prima e dopo pochi mesi assegnato al 19° Reggimento sul Carso. Il 1916 fu l'anno in cui gli austroungarici utilizzarono per la prima volta i gas asfissianti contro le truppe italiane tra il Monte San Michele e il paese di San Martino del Carso. Poco più di un mese dopo, agli inizi di agosto, l'esercito italiano conquistò Gorizia.</div> <div class="imTAJustify">Ungaretti riuscì a scampare l'eccidio del San Michele perché in quel momento si trovava con il suo battaglione nelle retrovie, a Versa.</div> <div class="imTAJustify">In dicembre, come già detto, ottenne una licenza che lo portò a Napoli.</div><div class="imTAJustify"><br></div> <div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/natale_ungaretti.jpg"  width="400" height="626" /><br> </div> <blockquote><blockquote><div data-text-align="start" style="text-align: start;">
	
	
	


<div data-text-align="center" class="imTACenter"><span class="fs12lh1-5"><i>(Napoli il 26 dicembre 1916)</i></span></div>
<div data-text-align="center" class="imTACenter"><br>
</div>
<div data-text-align="center" class="imTACenter">Non ho voglia<br>di tuffarmi<br>in un
gomitolo<br>di strade</div>
<div data-text-align="center" class="imTACenter">Ho tanta<br>stanchezza<br>sulle spalle</div>
<div data-text-align="center" class="imTACenter">Lasciatemi così<br>come
una<br>cosa<br>posata<br>in un<br>angolo<br>e dimenticata</div>
<div data-text-align="center" class="imTACenter">Qui<br>non si sente<br>altro<br>che il
caldo buono</div>
<div data-text-align="center" class="imTACenter">Sto<br>con le quattro<br>capriole<br>di
fumo<br>del focolare</div></div></blockquote></blockquote> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div><br> </div> <div class="imTAJustify">Il testo di questa lirica è giocato sulla contrapposizione tra lo spazio interno, la casa che lo accoglie con il “caldo buono” del camino e il “gomitolo di strade” della città dove il poeta non ha voglia di “tuffarsi”.</div> <div class="imTAJustify">Secondo lo stile ermetico, di cui Ungaretti fu uno dei massimi esponenti, i versi sono frammentati per restituire alla parola isolata dal resto tutta la sua pregnanza. Una serie di allitterazioni muovono il ritmo subito spezzato dai numerosi <i>enjambement</i>. Non ci sono rime e il testo procede in maniera quasi prosaica a sottolineare forse l'ordinarietà di una situazione che di ordinario ha ben poco. Questo registro colloquiale e si può dire quotidiano sembra essere la spia di una rassegnazione agli eventi, il risultato di quella stanchezza non solo fisica che la guerra impone all'uomo: <i>lasciatemi così/ come una/cosa/posata/in un/angolo/e dimenticata.</i></div> <div class="imTAJustify">L'analogia conclusiva che evoca il gioco infantile delle capriole giustapponendolo alle capriole di fumo del focolare apre però alla speranza e, ancora una volta, alla vita.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 13:11:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Frammenti di verità a teatro]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003C"><div class="imTAJustify">Ho conosciuto Sandro Conte
diversi anni fa quando ho partecipato ad un suo seminario a Roma al <span class="fs12lh1-5"><i>Teatro di
Nessuno</i></span> di cui è direttore. In quell'occasione si era rinnovato il mio
entusiasmo per l’applicazione del teatro nella didattica, prassi a cui mi
dedicavo già da tempo, ma che forse si era un po’ adagiato su schemi troppo
sicuri e collaudati.</div>

<div class="imTAJustify">Ho ritrovato quella stessa
passione leggendo il suo libro, <span class="fs12lh1-5"><i>Frammenti di verità a teatro</i></span>, uscito quest’anno
per le edizioni Editoria &amp; Spettacolo.</div>

<div class="imTAJustify">In questo libro, ma meglio
sarebbe definirlo manuale operativo per attori, registi, pedagoghi mutuandone
il sottotitolo, Sandro Conte riesce a dosare in maniera equilibrata la parte
teorica, quella esperienziale e quella pratica degli esercizi. La lezione di
Stanislavskij fa da sottofondo a tutto il lavoro, ad essa si aggiunge la
sperimentazione di Grotowski e la frequentazione dei laboratori di Eugenio
Barba. Quelli citati però sono solo gli estremi del percorso di Sandro Conte e
del <span class="fs12lh1-5"><i>Teatro di Nessuno</i></span>, nel testo vengono proposti altri nomi importanti nella
sperimentazione e pratica teatrale, Lee Strasberg, ad esempio, o Ryzard
Cieslak, e ancora Michail Checov o Etienne Decroux, solo per citarne alcuni.
Insomma un ricco compendio di posizioni e modi di operare in ambito teatrale. <span class="fs12lh1-5">Su questo terreno Sandro propone
il suo training attoriale, una serie di esercizi sempre finalizzati ad un
obiettivo reso esplicito dalle esaurienti spiegazioni presenti nel testo. Non
mancano, come si è detto, i riferimenti alle esperienze collezionate in anni di
attività teatrale, come quella all’ISTA (</span><span class="fs12lh1-5"><i>International School of Thetra
Anthropology</i></span><span class="fs12lh1-5">) in Polonia.</span></div>

<div class="imTAJustify">Una struttura composita che è
tenuta assieme dal collante della pratica teatrale, nella ferma convinzione, apparentemente
ovvia ma che viene ben motivata in tutta l’opera, che per fare l’attore non è
necessaria una “illuminazione divina” ma “quanto più sarà solida la tua
tecnica, tanto più coinvolgerai lo spettatore”.</div>

<div class="imTAJustify">Il libro propone in appendice,
oltre a un’utile biografia presentata come “consigli di lettura” opportunamente
introdotti da un breve commento su ogni libro, alcuni stralci dell’opera di
Stanislavskij e il <span class="fs12lh1-5"><i>Manifesto per un nuovo teatro, 1968</i></span> di Pier Paolo Pasolini.</div>

<div class="imTAJustify">Tutti i dieci frammenti di verità
che compongono il libro terminano con un “se…”. Cosa vuol significare? Mi piace
attribuire a quella parola l’idea della possibilità, dell’apertura verso il
mondo e verso l’altro, o ancora di qualcosa che, prima indeterminato, diventa
reale e concreto nella pratica teatrale. Quel “se” è, in definitiva, la
metafora del lavoro dell’attore. Sostiene questo mio convincimento l’uso dei
puntini di sospensione che lasciano supporre proprio questo, oltre,
naturalmente, la coerenza espositiva di tutto il lavoro.</div>

<div class="imTAJustify">E non è un caso che la prima citazione che Sandro
Conte ha scelto in apertura del suo lavoro sia tratta dal principio di indeterminazione di Werner Heisenberg.</div><div class="imTAJustify">Qui, nel teatro,
non si tratta però di rimettere la realtà “al gioco del caso”, come sostiene il
fisico tedesco, ma di dare alla realtà una delle tante forme che essa può
assumere. Ciò che è appunto il ruolo del teatro.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Sandro Conte, </span><span class="fs10lh1-5"><i>Frammenti di verità a teatro</i></span><span class="fs10lh1-5">, Editoria &amp; Spettacolo, Bari, 2024</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 05 Dec 2024 17:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Salita al Sacrario]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003B"><div>Il Sacrario militare di Redipuglia è uno dei luoghi legati alla prima guerra mondiale e ne perpetua la memoria con i centomila caduti lì sepolti. Ma si riferisce anche ad altri momenti della storia d’Italia poiché è stato voluto da Mussolini in sostituzione del vecchio cimitero del Colle Sant’Elia, che per primo ospitò gli Invitti della Terza Armata e che si trova proprio di fronte al Sacrario.</div><div><span class="fs12lh1-5"> </span><br></div><div>Costruito su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni seguendo il declivio del versante occidentale del Monte Sei Busi, fu inaugurato dal Duce nel 1938 durante la sua visita alla Regione. L’anno e l’occasione sono tristemente significativi perché, proprio in questo contesto, a Trieste, fu annunciata la promulgazione delle leggi razziali.</div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/c-Carso_Sacrario.jpg"  width="262" height="393" /><br></div> &nbsp;<div>Nell’audio video è possibile affrontare la salita al Sacrario accompagnati da alcune pagine della nostra letteratura legate a questi luoghi e a quel tempo.</div><div><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs16lh1-5"><a href="https://sacrarioredipuglia.it/salita-al-sacrario.html" onclick="return x5engine.imShowBox({ media:[{type: 'iframe', url: 'https://sacrarioredipuglia.it/salita-al-sacrario.html', width: 1920, height: 1080, description: ''}]}, 0, this);" class="imCssLink"><b>Ascolto</b></a></span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 22 Aug 2024 17:27:00 GMT</pubDate>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Il caso di Stevan Karajan]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000003A"><div class="imTAJustify">Il fulcro attorno al quale si situa la produzione di Ivo Andrić, premio Nobel per la letteratura nel 1961, è senza dubbio <i>Il ponte sulla Drina</i> e non solo per il grande affresco della Bosnia che si snoda per quattrocento anni ma per il significato simbolico del ponte posto a crocevia di genti e culture diverse. Quella Bosnia, raccontata da Andrić come luogo di incontro di esseri umani di varia provenienza e estrazione sociale, si ritrova anche nella raccolta <i>Il caso di Stevan Karajan</i>, recentemente pubblicata da Bottega Errante Edizioni di Udine.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/large-889168.jpg"  width="431" height="277" /></div><div class="imTAJustify">Le figure che animano i racconti vengono osservate e annotate da Andrić con un atteggiamento sempre pacato che non si arroga il compito di giudicare ma si pone di fronte a quella varia umanità come un <i>cronista dell’anima</i>.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Una delle caratteristiche che emerge dai racconti è il senso di quotidianità in cui tutto rientra nel già vissuto, nella normalità del gioco che ricomincia da capo l’indomani (<i>Caccia al gallo cedrone</i>, 1959) o, come nel racconto <i>Il caso di Stevan Karajan</i> (1949), che dà il titolo al libro, nella cosa principale, “sopravvivere” in cui tutto alla fine si riduce. Anche nelle situazioni impreviste o pericolose come nel racconto <i>La porta chiusa</i> (1951) quando, durante il coprifuoco, l’arrivo di Predrag sconvolge la tranquillità della famiglia dell’ing. Šeparević, l’eccezionalità viene filtrata e decantata dal senso del dovere, da ciò che si deve fare in quel momento, in ultima analisi da ciò che è giusto fare per non spezzare la normalità. </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Nella “consuetudine” in cui i personaggi di Andrić prendono forma e vivono c’è spazio anche per una canzone “sovversiva” che irrompe dalle celle del carcere dove sono rinchiuse le scioperanti tappetaie. Ancora una volta, nell’eccezionalità della situazione, le operaie cantano una di quelle <i>sevadlinke</i> che parlano di albe, di usignoli, d’amore e “di cui sono piene le povere case di tutta la Bosnia”, canzoni che sono la metafora del confine entro cui si svolge la vita di donne semplici. (<i>Sciopero nella tessitura di tappeti</i>, 1950)</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ma non sempre la normalità di “una lunga vita e una bella carriera” riesce a tacitare la coscienza e un infamante peccato di gioventù rompe la regolarità di una porta socchiusa e fa rivivere il rimorso, come nel racconto <i>L’inferno</i> del 1926.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/large-436552.jpg"  width="244" height="339" /></div><div class="imTAJustify">Nel senso di vissuto, di ordinario rientra anche la “percezione dell’ingiustizia”, una caratteristica che viene evidenziata nella postfazione di Božidar Starišić. L’ingiustizia sembra essere un elemento costitutivo di molte vite, cercare di rovesciare certe situazioni consolidate è illusione.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Significativo a questo proposito il racconto del servo Siman (<i>Storia del servo Siman</i>, 1948). Siman pensa di ottenere un riscatto dalla sua condizione approfittando dell’arrivo dell’esercito austriaco e “aspettando di vedere che legge ci sarebbe stata sotto il <i>nuovo imperatore</i>”. Nella sua ricerca di giustizia forza le cose per portarle a come dovrebbero essere e non sono, nel pretendere i suoi diritti assomiglia però sempre di più per arroganza a ciò che vuole combattere. Alla fine, pur rimanendo stritolato dal sistema, è ancora illuso che tutto possa cambiare. Nonostante ciò, sconfitto, rimane “così sulla terrazza accanto al fiume” nei giorni sempre uguali fino alla fine. Il “così” che introduce la citazione sintetizza bene il senso dell’ora e sempre, della continuità del vivere giorno dopo giorno accettando la propria sorte.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Situazioni quotidiane, dunque, o che rimandano a un desiderio di quotidianità, eppure questi racconti, nonostante la presenza in molti di essi di precisi riferimenti storici, sembrano immersi in un’atmosfera senza tempo che fa da contrasto al dato reale e che esercita sul lettore la fascinazione delle fiabe. Questo potrebbe sembrare strano in uno scrittore come Ivo Andrić, che fu prima attivista fra i giovani irredentisti croati e poi tra la prima e la seconda guerra mondiale diplomatico all’estero per il proprio paese. Ma proprio questa versatilità evidenzia le sue capacità di narratore che attingendo temi e contenuti diversi dalla memoria collettiva, dalla storia, dalla tradizione leggendaria e favolistica riesce a guardare con sereno rispetto alla condizione umana.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs11lh1-5">(Ivo Andrić, </span><i><span class="fs11lh1-5">Il caso di Stevan Karajan</span></i><span class="fs11lh1-5">, Bottega Errante Edizioni, Udine, 2024.)</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 15:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Storia dell'Adriatico]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000039"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Ivetic.jpg"  width="278" height="371" /><span class="fs12lh1-5">La </span><i class="fs12lh1-5">Storia dell’Adriatico</i><span class="fs12lh1-5"> di Egidio Ivetic, docente si Storia moderna e Storia del Mediterraneo all’Università di Padova, è un viaggio attraverso i secoli e i luoghi di questo mare che è frontiera e punto di incontro tra Occidente e Oriente. Con uno stile leggero, ma non per questo meno rigoroso, il professor Ivetic ripercorre le tappe che dall’antichità hanno reso questo mare chiuso un luogo di scambio, dove si sono intrecciate le vicende e le sorti di popolazioni, diverse per cultura, religione, sentimenti politici, ma che hanno trovato in questo bacino il minimo comun denominatore che ha dato loro una specificità. Una specificità che ha riguardato non solo i popoli rivieraschi ma che ha determinato anche la fisionomia dei popoli dell’entroterra che con le coste si sono rapportati.</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L’Adriatico come elemento di unione dunque, pur nei diversi interessi, “una regione storica, ma anche uno spazio di contemplazione su ciò che sono state le diverse civiltà e culture lungo le sue sponde”.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Così l’autore ripercorre le epoche del <i>Mare Superum</i>, come veniva definito dai romani in contrapposizione al <i>Mare Inferum</i>, il Tirreno, dalle prime identificazioni che lo vedevano un golfo dello Jonio (<i>Jonois kolpos</i>) per i greci per diventare dal IV secolo <i>Adriatike talassa</i> e poi indietro fino a ritrovare le tracce umane dell’epoca neolitica; “illirici, messapi, piceni, greci, romani, slavi, veneziani, normanni, regioni e città, civiltà, imperi, stati fino alle sette nazioni della modernità: tutti protagonisti di questa storia, di questo mare e di una comune eredità culturale”. Il libro si sviluppa raccontando il susseguirsi di vicende che hanno coinvolto popolazioni diverse attratte da questo mare-cerniera che per lungo tempo ha visto Venezia come la Dominante fino ad arrivare al declinarsi delle nazionalità e al conseguente problematico Novecento.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ma si diceva di Venezia, “Adriatico e Venezia dunque come binomio indissolubile” ma anche un rapporto complesso tra litorale e terraferma che permise la convivenza di popolazioni diverse per lingue e cultura creando una struttura di rapporti a livello locale tra comunità differenti e stringendo patti con istituzioni più grandi. </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L’Adriatico divenne un nodo cruciale per l’assetto geopolitico tra l’occidente e l’oriente soprattutto dopo la prima guerra mondiale quando divenne sempre più evidente la dicotomia tra città e campagna che ha da secoli caratterizzato l’Adriatico orientale e soprattutto “riaffiorarono tutte le aspettative di chi fece e subì la guerra”. L’ingerenza della politica statunitense che, con i quattordici punti del presidente Wilson si dimostrò contraria ai patti segreti, - come lo era stato quello di Londra in forza del quale l’Italia entrò in guerra - e favorevole a una ridefinizione dei territori dell’ex impero austro-ungarico e ottomano in base al principio di autodeterminazione dei popoli, la nascita della Jugoslavia dall’unione di province austriache, ungheresi e ottomane a cui Francia e Gran Bretagna guardavano con favore, il malumore italiano per la piega che le trattative di Versailles avevano assunto e la conseguente vicenda fiumana di Gabriele D’Annunzio resero l’Adriatico il teatro di uno scontro tra nazionalità diverse e aprirono la strada a una contrapposizione ideologica che durante gli anni del ventennio divenne sempre più accesa. Fu in questo periodo che per la Venezia Giulia si aprì la questione del rapporto dello Stato italiano con le minoranze presenti in esso e della non identificazione dell’idea di frontiera con quella di confine di una nazione. Era stato Graziadio Isaia Ascoli che già nella seconda metà dell’Ottocento aveva definito la parte nord-orientale d’Italia come <i>Le Venezie</i> adducendo l’esistenza di una identità italiana di tipo culturale e linguistico al confine con il mondo tedesco e slavo e tale identità aveva fornito la motivazione nobile del conflitto.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">E poi ci fu il secondo conflitto mondiale, la guerra fredda e la dissoluzione della Jugoslavia, in ognuno di questi tempi l’Adriatico ebbe un ruolo suo specifico perché se fu reale la contrapposizione e la radicalizzazione di posizioni ideologiche e rivendicazioni nazionali fu altrettanto vero che quel concetto di mare-cerniera riuscì a tenere, con fatica, malamente rabberciato, sofferente ma capace di superare gli eventi per rivendicare oggi una sua autonomia e le prerogative di essere appunto un luogo di incontro.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Tutto questo viene affrontato con una narrazione molto chiara e coinvolgente nel libro del prof. Ivetic. Ma c’è anche altro: una storia che si fa geografia nella definizione dei luoghi, una puntuale ricognizione dei monumenti e dei manufatti dei territori considerati che mette sempre in relazione la parte a occidente, quella italiana, più compatta pur nella sua difformità tra nord e sud, con quella a oriente frammentata e divisa.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Insomma, un viaggio nella storia che prelude ad un viaggio reale per ricercare quel passato e quei luoghi già conosciuti che piano piano si ripresentano nella memoria o che, mai visitati, meritano il nostro interesse futuro.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs10lh1-5">Egidio Ivetic, <i>Storia dell’Adriatico</i>, Il Mulino, Bologna, 2019.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 19 Nov 2023 18:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pagine e luoghi: gli ambienti della letteratura decadente]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000038"><div class="imTACenter"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/large-1615341.jpg"  width="550" height="357" /></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Disincantata ma, nello stesso tempo affettuosa, è la descrizione decisamente antidannunziana che Gozzano fa del salotto de </span><span class="fs12lh1-5"><i>L'amica di nonna Speranza</i></span><span class="fs12lh1-5">: lungo elenco di suppellettili di cui si dà un sommario riscontro con “loreto impagliato e il busto d'Alfieri (…) Venezia ritratta a musaici (…) il gran lampadario vetusto che pende in mezzo al salone (…) le sedie parate a damasco (...)”.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Ancora più esplicito l'intento prosaico nella descrizione di villa Amarena della <span class="fs12lh1-5"><i>Signorina Felicita</i></span> in cui vi sono accenni puntuali alla descrizione delle ville venete del Brenta presenti ne Il Fuoco. Ai frutteti e alle vigne “tra i cavoli argentati, tra i legumi, in mezzo ai pascoli, su i cumuli di concime e di vinaccia(...)” di D'Annunzio si richiamano i porri e l'insalata che dormono “fra mucchi di letame e di vinacce” di Gozzano e le dannunziane “statue superstiti” che s'innalzano “Iddie, Eroi, Ninfe, Stagioni, Ore... amiche del bosso e del mirto sempreverdi” sono sostituite da “Stagioni camuse e senza braccia”.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-3 fleft" src="https://www.act1.it/images/Gozzano1-mini.jpg"  width="467" height="714" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Così in Gozzano le tematiche quotidiane vissute nella malinconia degli interni stemperano gli aspetti rutilanti del secolo e nell'esserne una copia modesta ne fanno la parodia. Ambienti e personaggi borghesi vengono descritti con toni ironici e auto ironici propri del poeta che adotta strutture stilistiche narrative e colloquiali adatte a rappresentare formalmente un mondo che egli vagheggia e respinge al tempo stesso. Un mondo fatto di &nbsp;“buone cose di pessimo gusto”, appunto.</div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Quadri diversi, dunque, ambienti se non opposti che sottintendono però un diverso stile di vita. Queste pagine di letteratura ci lasciano tutto questo, la possibilità cioè non solo di immaginare ma anche di raccogliere testimonianze dal passato per poter ricostruire nella nostra mente quei frammenti di vita e quegli atteggiamenti che si sono persi e altri che hanno resistito e sono giunti fino a noi.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Se l'atmosfera più dimessa e intima della poesia crepuscolare ci è forse più facile da comprendere non possiamo allo stesso tempo non dare credito e sostanza all'ampollosità delle ambientazioni estetizzanti e spesso artificiali della borghesia di altro livello anche se vien da pensare quanto fosse difficile sostenere a lungo e in ogni momento della giornata il ruolo di un attore sul palcoscenico sia pur esso il palcoscenico della nostra vita. Ma questa è un'altra considerazione che pur risultando sempre attuale rischia di inaridirsi in vuota lamentazione.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/large-2994497.jpg"  width="540" height="467" /></div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 10 Jul 2022 16:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pagine e luoghi: gli ambienti della letteratura decadente]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000037"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella prima parte dell'articolo, con riferimento all'estetismo decadente, non si poteva prescindere dalla figura di Gabriele D'Annunzio, scrittore che non rimase circoscritto al panorama italiano ma per i suoi modi e le sue mode fece scuola anche in Europa. Ricorrendo a categorie attuali - cosa che per altro mi piace poco poiché &nbsp;la semplificazione spesso non tiene conto del tempo che costituisce sempre una dimensione importante con cui misurare l'analisi – seguendo però la tendenza dei divulgatori contemporanei direi che la vita e l'opera di D'Annunzio siano quelle di un “influencer” ante litteram che, senza la mediazione tecnologica, è riuscito a orientare il gusto delle classi medio-alte come pochi altri hanno saputo fare. Cosa che lo rende anche a distanza di tempo una figura moderna.</span></div><div class="imTAJustify">Lo stile di vita dannunziano trova estimatori ed epigoni ai suoi tempi sia nella vita che in campo letterario ma non mancano anche quelli che osservano con distacco o addirittura ne fanno una parodia. Per rimanere all'interno del perimetro letterario e i suoi rapporti con il gusto dell'epoca, infatti, alle opulente descrizioni dannunziane fa eco contraria la descrizione del villino nel romanzo di Pirandello <span class="fs12lh1-5"><i>Suo marito</i></span> o il crepuscolarismo gozzaniano che, con intelligente ironia, ribalta, in una visione più dimessa e prosaica, l'estetismo in voga.</div><div class="imTALeft"><br><div class="imTAJustify">Merita riportare un passo dal sopra citato romanzo pirandelliano uscito nel 1911, non prima però di averne sinteticamente delineato il contesto. Giustino Boggiòlo, un oscuro impiegato che ha profuso tutti i suoi sforzi nel promuovere l'attività di scrittrice di sua moglie Silvia Roncella che dovrebbe essere la protagonista della storia ma a cui lui ruba letteralmente la scena, riesce a imporsi nel mondo letterario sopportandone le meschinità e la derisione cui è fatto oggetto pur di ottenere il successo, apparentemente per la moglie, in realtà per se stesso. Giunto all'apice della fama, acquista un villino, una tipologia abitativa della media borghesia “in quella via nuova, tutta di villini, di là da Ponte Margherita, ai Prati, in via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e tutto.” Boggiòlo replica alle critiche che gli vengono mosse perché la zona è fuori mano dicendo che “la via è signorile e con due passi si arriva al Corso”.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/Villino-Florio-Olivuzza-Palermo.jpg"  width="540" height="540" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5">Palermo, Villino Florio all'Olivuzza, uno dei primi esempi di Liberty in Italia</span></div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Nella descrizione degli interni Pirandello indugia con un sottinteso intento antidannunziano che diventa esplicito distacco nell'atteggiamento della moglie che non apprezza gli sforzi fatti dal marito per ben apparire. Lui intanto continuava a magnificare “la finezza, la convenienza, il gusto” di quelle suppellettili. “Vedi? Di porcellana... Sono del... (…) Ah, già, del Lerche... Lerche, norvegese... Pajono niente; eppure, cara mia... costano! Costano! Ma che finezza, eh?... questo gattino, eh? Che amore! Sì, andiamo innanzi, andiamo innanzi... Tutta roba del Ducrot!... È il primo, sai? (…) Non c'è che lui... Mobili del Ducrot! Tutti mobili del Ducrot... </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Anche questo... E guarda qua questa poltrona... come la chiamano? Tutta di pelle fina... non so che pelle... Ne hai due compagne su nello studio... pure del Ducrot! Vedrai che studio!” E continua su questo tono a illustrare tutte quelle cose e quelle raffinatezze che non aveva ben assimilato ma le comprendeva necessarie per avere un posto in quella società.</span><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Soffitto-e-scale.jpg"  width="540" height="359" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5">Palermo, Villino Florio all'Olivuzza, soffitto ligneo e scale (Ducrot)</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div></div><div class="imTAJustify">Si diceva all'inizio dell'ansia di apparire delle classi medio-alte, sentimento mai sopito e che nel nostro tempo si è esteso a tutta la società; nei romanzi dell'epoca questa vera e propria smania si riflette nella ricchezza di descrizioni, nella dovizia di particolari e ridondanza della forma stilistica, un vero e proprio abuso della figura dell'ipotiposi, tanto da riuscire, quelle descrizioni, a volte pesanti e noiose.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Ducrot-mini.jpg"  width="450" height="441" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5">Inserto pubblicitario Ditta Ducrot</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 21 Jun 2022 15:41:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Pagine e luoghi: gli ambienti della letteratura decadente]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000036"><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/Altare-della-Patria--20--mini.jpg"  width="540" height="360" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5">Roma, il Vittoriano, Monumento equestre a Vittorio Emanuele II</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La letteratura svela e nasconde la realtà. La nasconde perché ci dà un'immagine filtrata, a volte artefatta, comunque costruita del mondo, visto attraverso gli occhi dello scrittore che reifica, riproducendo forma e sostanza, secondo il suo pensiero. La svela perché, per ricostruire quel mondo, si devono presentare parti di esso in maniera verosimile; queste &nbsp;parti, prese come le tessere di un mosaico, mantengono la loro genuinità e la corrispondenza con la realtà anche se lo fanno in maniera frammentaria. Questo succede sia quando la letteratura racconta del passato che quando si occupa della contemporaneità. L'aspetto duplice della letteratura è uno dei modi che abbiamo dunque per conoscere e capire non solo il passato ma anche il presente.</span></div><div class="imTAJustify">Prendiamo ad esempio la letteratura decadente: quale immagini del costume e della società italiana del tempo vengono fuori dalla pagine dei romanzi scritti tra la fine dell'Ottocento e, più o meno, la prima decade del secolo successivo?</div><div class="imTAJustify">Un inquadramento storico-letterario sarà opportuno per indicare il perimetro entro il quale ci si muove.</div><div class="imTAJustify">Il Decadentismo, come movimento culturale e letterario, si colloca in quel periodo della storia europea denominato <span class="fs12lh1-5"><i>Belle Époque</i></span>. Un'epoca che è definita dal suo stesso nome, che, pur nelle sue sotterranee contraddizioni, rappresenta un periodo di fiducia ed è allo stesso tempo preludio, nella sua apparente spensieratezza, del primo conflitto mondiale. In Italia coincide con l'età giolittiana e, dal punto di vista del gusto, si manifesta nel cosiddetto stile umbertino.</div><div class="imTAJustify">Dopo la parentesi torinese e fiorentina, Roma diventa la capitale d'Italia nel 1871; sette anni dopo Umberto I succede al padre, Vittorio Emanuale II fino al suo assassinio avvenuto nel 1900. È la “terza Roma”, quella che intenderà il rinnovamento come l'adesione a un apparato architettonico celebrativo, che ammalierà con il suo stile la società aristocratica e alto-borghese italiana, ansiosa di apparire e di stare al passo con le corrispondenti classi sociali europee, soprattutto di &nbsp;Francia e Gran Bretagna. L'esigenza di monumentalità e di enfasi si evidenzia nell'architettura, di cui sono attestazione i piani regolatori di Roma del 1873 e quello di dieci anni più tardi, che hanno profondamente modificato la città, e le grandi realizzazioni come il Vittoriano del Sacconi, ma anche nella dimensione più domestica e individualista degli arredi, con il loro carico di ornamentalità eccessiva e di simbolismo ricercato si palesa la modificazione del gusto.</div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Altare-della-Patria--15--mini.jpg" title="Roma, il Vittoriano, Interno" width="540" height="360" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5">Roma, il Vittoriano, Interno</span></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify">Nell'allestimento degli interni predominano le decorazioni a intaglio, altorilievi che a volte diventano vere e proprie sculture a tutto tondo inglobate nella fattura dei mobili, i motivi zoomorfi, i festoni e le ghirlande di fiori, gli stemmi in uno strabordare di forme e simboli che nobilitano e danno lustro alla quotidianità delle classi medio-alte. L'aspetto scenografico e teatrale degli ambienti risponde bene al principio secondo cui la vita stessa deve diventare un'opera d'arte. La trasfigurazione estetica e immaginativa dell'anima è infatti una delle caratterizzazioni del Decadentismo quando esso diventa estetismo, quello stile di vita che si può ricondurre a una parola, “dannunzianesimo”.</div><div class="imTAJustify">Gabriele D'Annunzio arrivò a Roma nel 1881, quindi pochi anni dopo l'incoronazione di Umberto I, e iniziò a collaborare con le sue cronache mondane per la rivista "Cronaca Bizantina", prima, e per la "Tribuna", più tardi, firmandosi come il Duca Minimo. D'Annunzio fu, nella Roma umbertina, un abile propagatore e creatore di mode e stili e per tutto il resto della sua vita incarnò un “personaggio” tanto che è difficile dire se le figure che popolano i suoi romanzi siano creature originali o copie del loro autore, oppure il contrario.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-4 fleft" src="https://www.act1.it/images/Gardone-7-mini.jpg"  width="300" height="450" /></div><div class="imTAJustify">Il romanzo che maggiormente esprime gli ideali estetici dannunziani è senza dubbio <span class="fs12lh1-5"><i>Il Piacere</i></span>. Già dalle prime pagine D'Annunzio ci presenta il suo alter ego, Andrea Sperelli, come un ricercatore assoluto del bello. Attendendo l'amante nella sua casa egli vedeva “nell'aspetto delle cose intorno riflessa l'ansietà sua; e come il suo desiderio si sperdeva inutilmente nell'attesa e i suoi nervi si indebolivano, così parve a lui che l'essenza direi quasi erotica delle cose anche vaporasse e si dissipasse inutilmente. Tutti quegli oggetti, in mezzo a' quali egli aveva tante volte amato e goduto e sofferto, avevano per lui acquistato qualche cosa della sua sensibilità.”</div><div class="imTAJustify">La sua abitazione era infatti “un perfettissimo teatro; ed egli un abilissimo apparecchiatore”. Ma quanto fosse fragile tutta questa “apparecchiatura” lo dice lui stesso accennando alla profusione del suo impegno, tanto che “non di rado rimaneva ingannato dal suo stesso inganno, insidiato dalla sua stessa insidia, ferito dalle sue stesse armi, a simiglianza d'un incantatore il qual fosse preso nel cerchio stesso del suo incantesimo.” D'Annunzio-Sperelli, abilmente, gioca su quel che è e su quel che vuole apparire.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.act1.it/images/Gardone-8-mini.jpg"  width="540" height="360" /><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs10lh1-5">Il Vittoriale, Pagine autografe dannunziane</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">In un altro romanzo, <span class="fs12lh1-5"><i>Il Fuoco</i></span>, che segue di undici anni la pubblicazione del primo, D'Annunzio prosegue sulla linea dell'estetismo. Stelio Effrena, il protagonista, “era giunto a compiere in sé stesso l'intimo connubio dell'arte con la vita e a ritrovare così nel fondo della sua sostanza una sorgente perenne di armonie.”</div><div class="imTAJustify">Ambientazioni ricche, strabordanti, eccessive quelle di D'Annunzio, aliene da qualunque sobrietà anche quando si appropria dello stile claustrale piegando la simbologia religiosa ad una esistenza intesa ancora una volta come opera d'arte. Ne sono state testimonianza le varie dimore del Vate e, nell'ultima parte della sua vita, la teatralità della villa di Cargnacco, il Vittoriale.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/Gardone-1-mini.JPG"  width="300" height="450" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">A Cargnacco D'Annunzio riassume tutta la sua esistenza di scrittore, poeta, drammaturgo, combattente, ideologo, creatore di mode e amante. Il motto che campeggia sul frontone d'ingresso al giardino della villa ne è la sintesi: “Io ho quel che ho donato”, ripreso da una frase già citata da Seneca nel suo <span class="fs12lh1-5"><i>De beneficiis</i></span>: “Hoc habeo quodcumque dedi”.</div><div class="imTAJustify">E infatti D'Annunzio ha donato tanto e tanto ha ottenuto e conservato in quella sua ultima dimora, più un museo che una abitazione...</div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 14 May 2022 15:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 25 - Il Sacrario militare di Caporetto]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000035"><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220319_125440-mini.jpg"  width="520" height="293" /><br></div><div><br></div><div class="imTAJustify">Il Sacrario militare di Caporetto è l’unico cimitero militare italiano della prima guerra mondiale in territorio sloveno. Vi sono raccolte le spoglie di 7014 caduti, di cui più di mille ignoti. L’impianto a gradoni ha forma ottagonale ed è simile a quello del Sacrario di Redipuglia, la scritta “presente” campeggia su tutte le nicchie ad arco che contengono i resti dei soldati.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220319_125341-mini.jpg"  width="520" height="293" /><br></div> &nbsp;<div class="imTACenter"> </div><div class="imTAJustify">L’opera fu progettata dagli stessi architetti e scultori del sacrario italiano, Greppi e Castiglioni e, come per Redipuglia, l’opera fu inaugurata nel 1938 da Mussolini durante la sua visita in questi territori quando, a Trieste, diede l’annuncio della imminente proclamazione delle leggi razziali.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Tutto questo è storia, con i suoi ricordi, le sue inquietudini, i suoi presagi...</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-2 fleft" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220319_125230-mini.jpg"  width="225" height="400" /></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Adesso la visita al Sacrario, che è posto in posizione elevata rispetto al paese (per accedervi si percorre una strada in salita segnata dalle stazioni della via crucis in forma di edicole scolpite nelle pietra), infonde un senso di tranquillità come se quei lastroni di bronzo che racchiudono le spoglie dei soldati segnassero il limite tra la guerra e la pace.</span><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Illusione: la storia insegna sempre a uno studente svogliato e le cose si sono ripetute e continuano a ripetersi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Però la sensazione di pace rimane, così come a Redipuglia.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-3 fleft" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220319_125034-mini.jpg"  width="225" height="400" /></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">L’Isonzo, fiume conteso, scorre in basso, attorniato da montagne; segna meandri e a tratti diventa insidioso con rapide improvvise: siamo ancora vicini alla sorgente e il suo carattere torrentizio si manifesta con prepotenza ma il suo corso si farà più largo e tranquillo lungo la valle che lo porta a Gorizia e, per l’ultimo tratto italiano, fino alla foce.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ungaretti, nella sua poesia “I fiumi”, lo considera come ciò che riassume tutte le sue esperienze di vita e ne fa un bilancio (questi sono i miei fiumi/contati nell’Isonzo) e quella serenità data dallo scorrere delle sue acque, di “quelle occulte mani” che avvolgono e “intridono” ci comunicano ancora, pur in momenti e con presagi di guerra, ora come allora, una “rara felicità”.</span><br></div><div class="imTAJustify"><br></div> &nbsp;<img class="image-4 fright" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220321_111832-mini.jpg"  width="400" height="225" /><div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Stamani mi sono disteso</i></div><i><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">In un’urna d’acqua</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">E come una reliquia</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Ho riposato</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><span style="font-style: normal;" class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div></i></div><div><img class="image-6 fright" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220405_183050-mini.jpg"  width="400" height="225" /><br><div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">L’Isonzo scorrendo</i></div><i><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Mi levigava</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Come un suo sasso</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Ho tirato su</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Le mie quattro ossa</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">E me ne sono andato</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Come un acrobata</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Sull’acqua</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div></i></div> &nbsp;</div><div><img class="image-7 fright" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220321_161558-mini.jpg"  width="400" height="225" /><br><div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Questo è l’Isonzo</i></div><i><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">E qui meglio</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Mi sono riconosciuto</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Una docile fibra</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Dell’universo</i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div></i></div> &nbsp;<div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div><div class="imTAJustify"><img class="image-8 fright" src="https://www.act1.it/images/IMG_20220321_161538-mini.jpg"  width="400" height="225" /></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Questi sono i miei fiumi</i></div><i><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Contati nell’Isonzo</i></div></i></div><div class="imTARight"><span class="fs12lh1-5"> </span><i class="imTAJustify fs12lh1-5">Questa è la mia nostalgia</i></div><div><i><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Che in ognuno</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Mi traspare</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Ora ch’è notte</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Che la mia vita mi pare</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Una corolla</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5">Di tenebre</i></div><div class="imTARight"><i class="fs12lh1-5"><br></i></div></i></div> &nbsp;<div> </div> &nbsp;<div class="imTARight">Giuseppe Ungaretti, <span class="fs12lh1-5"><i>I Fiumi</i></span></div><div class="imTARight">(Cotici il 16 agosto 1916)</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 09 Apr 2022 15:31:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000031"><div class="imTAJustify">Leggere o rileggere oggi <i>Scritti corsari</i> di Pier Paolo Pasolini a cento anni dalla sua nascita e, soprattutto, a quasi cinquanta dalla sua morte è un esercizio di realtà e concretezza. Mutate alcune circostanze contingenti (referendum, compromesso storico, diatribe tra cultura e lingua “alta” e “bassa” ecc.) e sostituiti i nomi della “vecchia” politica con quelli attuali, molte delle situazioni paiono sostanzialmente immutate e sovrapponibili a quelle del giorno d’oggi. L’analisi pasoliniana sembra protendersi nel tempo e abbracciare molti aspetti della nostra storia presente e non a caso si parla spesso di visione profetica riferendosi al suo pensiero.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Mi vorrei riferire, tra i temi trattati nella raccolta di scritti e interviste, al timore della riproposizione del fascismo che, evidentemente, ha costituito un motivo ricorrente all’attenzione dell’opinione pubblica.</div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Omino.jpg"  width="323" height="430" /></div><div class="imTAJustify">Pasolini, dopo aver definito l’antifascismo presente come “archeologico” un “pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale” perché “dà battaglia o finge di dar battaglia a un fenomeno morto e sepolto, archeologico, appunto (…)”, passa a dire ciò che invece è il “ vero fascismo”. Prima però di riportare quanto scrive nel suo scritto <i>Fascista</i> che riguarda una intervista rilasciata a Massimo Fini, è necessario spiegare perché per Pasolini quel fascismo è “morto e sepolto”. Egli sostiene che una personalità come quella di Mussolini al giorno d’oggi (siamo negli anni Settanta) non potrebbe più incantare le masse non solo “per la nullità e l’irrazionalità di quello che dice” ma anche perché “non troverebbe nessuna credibilità nel mondo moderno”. E qui sta proprio la tesi che Pasolini intende sostenere. Come e perché è cambiato questo mondo moderno? Perché quelle teorie non possono più far presa? Cosa le ha sostituite?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Pasolini individua il nuovo fascismo nella società dei consumi. Detta così, a noi che siamo completamente immersi in essa, sembra una forzatura, una <i>boutade</i> da intellettuale. Ma Pasolini aveva visto lungo e gli ultimi risvolti che la nostra società ha assunto lo confermano. Cercherò di spiegarmi ricorrendo ancora una volta alle parole di Pasolini.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Egli sostiene che il fascismo aveva reso le persone e i giovani in particolare “dei pagliacci, dei servi, e forse in parte anche convinti, ma non li aveva toccati sul serio, nel fondo dell’anima, nel loro modo di essere”: un’affermazione forse non pienamente condivisibile ma che ha una certa consistenza, ciò che invece convince di più sono le frasi seguenti: “Questo nuovo fascismo, questa società dei consumi, invece, ha profondamente trasformato i giovani, li ha toccati nell’intimo, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali. Non si tratta più, come all’epoca mussoliniana, di una irreggimentazione superficiale, scenografica, ma di una irreggimentazione reale” che, aggiunge con il tocco del letterato, “ha rubato e cambiato loro l’anima”. E conclude: “Insomma se la parola fascismo significa la prepotenza del potere, la società dei consumi ha bene realizzato il fascismo.”</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Visione profetica, si è detto. Ecco, proprio in questi tempi assistiamo al fatto che il diritto al consumare ha subordinato tutti gli altri diritti fondamentali. L’introduzione del “tesserino verde” o <i>green pass</i>, piegando ai propri fini una situazione pandemica, non ha infatti incontrato troppi ostacoli da parte della popolazione perché il cittadino aveva già perso la sua prerogativa di <i>cives</i> ed era già stato educato ad essere consumatore. Ora i termini del ragionamento sono chiari: il tuo valore all’interno della società è definito dai tuoi consumi, il <i>green pass</i> ti permette di consumare, dunque è perfettamente legittimo accettarlo come un dato di fatto. Quello che non viene compreso o si vuole non comprendere è l’infondatezza del provvedimento che pretendeva di basarsi su criteri scientifici e di salvaguardia della salute pubblica. E ormai non è neanche necessario smontare queste tesi perché sono state dichiarate infondate anche dagli stessi sostenitori del provvedimento. Dunque cosa resta?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Scrive ancora Pasolini: “secondo me la vera intolleranza è quella della società dei consumi, della permissività concessa dall’alto, voluta dall’alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata da tolleranza. Perché non è vera. Perché è revocabile ogniqualvolta il potere ne senta il bisogno. Perché è il vero fascismo da cui viene poi l’antifascismo di maniera: inutile, ipocrita, sostanzialmente gradito al regime.”</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Cosa resta? Restano brandelli di diritti conculcati, discriminazione, intolleranza e odio, spregio per l’esercizio democratico del potere. Restano le macerie di una società.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Concludo dicendo che adesso che siamo nel tempo delle ipocrite commemorazioni sarebbe davvero banale suggerire questi argomenti all’esame di maturità da quest’anno rivestito di “rigore e serietà” e quindi non credo che Pasolini verrà proposto. Ma non è mai detto perché le vie del conformismo tracciano percorsi tortuosi per arrivare allo stesso punto di partenza e, soprattutto, sono infinite…</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">P.P. Pasolini, <span class="fs12lh1-5"><i>Scritti corsari</i></span>, Garzanti, Milano, 2000.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 04 Mar 2022 14:24:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Trilogia della città di K]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002F"><div class="imTAJustify">La <span class="fs12lh1-5"><i>Trilogia della città di K</i></span> di Agota Kristof si compone di tre romanzi che trovano il filo conduttore nella storia di due gemelli durante una guerra, presumibilmente la seconda guerra mondiale, che però non viene mai precisata così come non vengono precisati i luoghi in cui si svolge la vicenda anche se l’atmosfera fa pensare ad un paese dell’Est Europa.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Le tre parti in cui è divisa l’opera sono narrate da prospettive diverse, la prima, a mio giudizio la più interessante sia dal punto di vista narrativo che per il contenuto, è raccontata in prima persona plurale: noi. Sono infatti i due gemelli, all’unisono, “il narratore” della storia e la focalizzazione è interna, cioè il punto di vista è quello di un personaggio (in questo caso doppio) che narra i fatti in prima persona.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Grafica.jpg"  width="544" height="312" /><br></div><div class="imTACenter"><i class="fs10lh1-5">Mario Di Iorio, Grafica, 1984</i></div><div class="imTACenter"><span class="fs9lh1-5"><i><br></i></span></div><div class="imTAJustify">Ci sono, nel racconto, tutti gli elementi della fiaba, quelle che Propp ha indicato come funzioni caratterizzanti del genere. Il tempo, non ben definito se non per essere genericamente indicato come un tempo di guerra; il luogo in cui si svolge la vicenda, al limitare del bosco, dove si va a cercare e si trova l’avventura; gli eroi della storia, i due gemelli, che passando per una serie di prove acquisiscono la loro formazione; la strega, l’antagonista, rappresentata dalla nonna; l’indeterminatezza dei nomi che dei due gemelli non si conoscono e di altri personaggi che vengono chiamati con il nome comune diventato proprio con l’uso dell’iniziale maiuscola: Madre, Padre, Nonna: sono questi tutti elementi della fiaba. Il ruolo dell’aiutante è svolto dal soldato che fa da attendente a un ufficiale nemico, affittuario in una stanza della vecchia. Ma anche altri personaggi possono essere considerati degli aiutanti come il calzolaio che regala ai due bambini degli stivali, oggetti (magici?) senza i quali non potrebbero continuare nelle loro attività, l’uomo che gestisce la cartoleria che fornisce gratuitamente penne e quaderni essenziali per la loro formazione. E poi ci sono i personaggi più torbidi, si presentano come dei benefattori ma hanno il loro tornaconto: l’ufficiale, la fantesca, il curato. C’è la vittima che va salvata, una povera ragazza soggetta ai capricci della madre e ai soprusi dei paesani, segnata dal degrado nel fisico e nella mente, soprannominata dai bambini Labbro-leporino. Infine ci sono le prove, molte, a cui i due fratelli si sottopongono per fortificare il corpo e la mente in un processo di iniziazione che ha come scopo la capacità di affrontare le insidie della vita sopportandone privazioni e dolori.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Un altro <i>topos</i> della fiaba classica è il genitore, madre o padre che sia, che lascia i figli in un luogo ritenuto più sicuro ma in realtà infido per sottrarli ad un destino peggiore. Così il Grande Quaderno, la prima parte della trilogia, si apre proprio con la Madre che dalla Grande Città porta i bambini all’altro capo della Piccola Città, nella “casa di Nonna”.</div><div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/Mario_particolare.JPG"  width="474" height="714" /></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le azioni dei due gemelli che solo negli altri romanzi avranno un nome, Lucas e Klaus, sono prive di empatia. Anche quando aiutano Labbro-leporino non lo fanno per pietà ma perché così si deve fare, come se fossero spinti da una causa estranea a qualsiasi sentimento e partecipazione umana. Nella terza parte del libro alcune frasi possono spiegare questo loro agire spinto da una necessità superiore. Lucas-Claus (Klaus) (le due personalità si confondono) colpisce in sogno il fratello con un posacenere di vetro e lo fa stramazzare a terra. Tutto avviene senza pietà e senza rimorso. Un vecchio che passa di là gli dice: “Hai fatto quello che dovevi. Bene. C’è poca gente che fa quello che bisogna fare.” E ancora: “Hai fatto bene. Hai fatto bene ad impedirglielo. Bisognava che lo ammazzassi. Così tutto rientra nell’ordine, nell’ordine delle cose.”</span></div></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ecco, appunto, “l’ordine delle cose” quel dover essere che spinge all’azione e travalica ogni altra considerazione umana. Attraverso i loro addestramenti i due gemelli diventano così più simili a delle macchine che a degli uomini, pronti a rispondere a dei comandi preordinati che non lasciano alcuno spazio alla dimensione sentimentale. Così deve essere.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questa mi sembra sia la chiave di lettura della trilogia ma, in particolare, della prima parte del racconto che si configura come una fiaba grottesca e </span><span class="fs12lh1-5"><i>noir</i></span><span class="fs12lh1-5">.</span><br></div><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><blockquote><div class="imTAJustify"><div class="imTALeft"><i class="fs10lh1-5">Mario Di Iorio, Grafica (particolare), 1980</i></div></div></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote></blockquote><div class="imTAJustify"><div><i><span class="fs9lh1-5"><br></span></i></div></div><div class="imTAJustify fs12lh1-5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le altre due parti subiscono uno sdoppiamento rispetto l’io narrate perché i due fratelli si dividono e uno di loro lascia il paese per ritornare, anni dopo, già uomo. L’equilibrio narrativo si spezza, gli stilemi della fiaba scompaiono e la narrazione diventa a tratti confusa, forse pretestuosa. Insomma l’aver unito in una trilogia i tre racconti, tra l’altro composti in epoche diverse, sembra a volte una forzatura e, a mio giudizio, toglie efficacia all’insieme.</span></div></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Ad ogni modo la lettura coinvolge, si vuol sapere come va a finire e il libro si legge tutto d’un fiato. Anche lo stile, asciutto e pulito, che nella prima parte è una scelta più cosciente e funzionale al racconto, contribuisce alla scorrevolezza del testo.</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div><div class="imTAJustify">Alla fine non è un’opera che lascia indifferenti e, comunque sia, costringe ad un giudizio.</div> &nbsp;<div> </div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 11 Jan 2022 10:38:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il servo Jernej e la sua giustizia]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000002B"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/large-1072828.jpg"  width="536" height="302" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">"Il servo Jernej e la sua giustizia" dello scrittore sloveno Ivan Cankar, è un libro da leggere o da rileggere, uno di quegli incontri importanti che si fanno quando su certe questioni abbiamo iniziato un dialogo con noi stessi e compaiono al momento giusto per sviluppare riflessioni avviate in precedenza.</span></div><div class="imTAJustify">Già l’introduzione presenta un’osservazione interessante: Maria Bidovec, la traduttrice e curatrice del volume, precisa infatti che la parola pravica del titolo, "che in sloveno ha sia il significato di giustizia che quello di diritto", viene tradotta con il primo dei due traducenti. Un’annotazione che potrebbe sembrare solo tecnica ma che contiene un aspetto più sostanziale per cui la giustificazione della scelta viene definita dal contesto in cui viene utilizzata. Jernei infatti cerca proprio la giustizia.</div><div class="imTAJustify">Le sue pretese sono assurde per i principi che gli uomini si sono dati e che appartengono al diritto positivo, non a una giustizia che, secondo il protagonista, li dovrebbe sovrastare perché derivata direttamente dall'alto. Alla morte del padrone, Jernej vorrebbe prendere il suo posto sulla terra che aveva coltivato e reso fertile e sulla casa che aveva costruito e mantenuto in quaranta anni di servizio. Ma la pretesa è manifestamente assurda: ci sono i diritti del figlio, un uomo arrogante ma che ha buon gioco a rivendicare ciò che è suo.</div><div class="imTAJustify">Il racconto si sviluppa partendo da questi presupposti. Le richieste di Jernej sono ingiustificate non solo per la legge ma anche per l'opinione comune che riconosce i meriti del servo ma non è disposta ad accettare soluzioni che stravolgano l'ordine costituito. Jernej però vuole la sua giustizia e attorno ad essa gira il suo cercare: il diritto è cosa umana mentre la giustizia è cosa di Dio. In questa richiesta Jernej è coerente, sono gli altri che confondono i due concetti e lo deridono prendendolo per pazzo. Viene messo in prigione e nella sua testarda richiesta, nella non accettazione dell'ingiustizia dimostra la sua coerenza: è lui l'uomo libero, gli altri, quelli che accettano le cose come sono pur riconoscendone le storture sono gli schiavi di una società che li vuole ai margini, che nella gerarchia che si è costruita non riconosce le rivendicazioni di chi non ha il potere. Quelli che non sono "pazzi", quelli che hanno accettato di essere privati della giustizia sanno, e lo dicono, che i giudici non sono imparziali, che arrivare all'imperatore, garante di giustizia, è impossibile nella pratica; sanno di aver accettato l'incoerenza e la menzogna di cui Jernej non si dà per vinto, ma nascondono la loro ignavia facendosi beffe di lui.</div><div class="imTAJustify">Il culmine del suo fallimento sarà quando si rivolge al parroco che gli suggerisce di mettersi al cospetto di Dio con atteggiamento umile e fiducioso della sua misericordia. Non è questo quello che chiede Jernej che adesso parla con Dio non "come un servo col padrone, ma come l'esattore con il debitore". Ad un certo punto sbotta: "Non mendicherò e non piangerò, la mia giustizia è la giustizia di Dio; ciò che lui stesso ha fondato non lo distruggerà, ciò che ha sempre detto non lo rinnegherà! È mio debitore: non mi inginocchio. Sto in piedi davanti a lui e pretendo!"</div><div class="imTAJustify">Insomma Jernej è una figura semplice ma tenace perché confida nei suoi principi fino allo stremo, non si dà ragione del fatto che la realtà sia invece ben diversa e non ci sia giustizia al mondo né chi ne garantisca il rispetto.</div><div class="imTAJustify">Quello che colpisce, però, sopra ogni altra cosa e che fa riflettere in questo lungo racconto non è soltanto il sopruso ma la sua accettazione da parte di chi ne è vittima: il popolo si assoggetta ad esso, pur sapendo che le cose dovrebbero essere diverse, anzi, pur di non mettersi contro il potere e di rischiare di venir escluso dal gruppo sociale, deride e umilia chi non si conforma a quello stato di cose. Uno stato di cose che, nella sua immutabilità, si auto alimenta e non necessita più di conferme perché è la stessa acquiescenza ad attribuirgli legittimità e garantirgli durata.</div><div><span class="fs12lh1-5"><i>Nihil sub sole novum.</i></span></div><div><br></div><div>I. Cankar, <span class="fs12lh1-5"><i>Il servo Jernej e la sua giustizia</i></span>, Marietti, Bologna, 2021</div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 25 Oct 2021 18:50:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 24 - Saturnia sulla via Clodia]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000026"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Saturnia-via-Clodia--4--mini.jpg"  width="300" height="450" /><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Il basolato della via Clodia nei
pressi della porta romana di Saturnia conserva i solchi dei carri che transitarono
lungo la strada soprattutto in epoca repubblicana visto che la sua decadenza
iniziò in età imperiale per tornare poi importante in epoca bizantina come
confine con la parte longobarda.</div>

<div class="imTAJustify">A differenza di altre strade più
lunghe, però, non era stata costruita per scopi militari ma come via di
collegamento tra Roma e i centri dell’entroterra dell’Etruria sul versante
tirrenico dell’Appennino, tra la Cassia e l’Aurelia.</div>

<div class="imTAJustify">Saturnia era una delle <i>mansiones</i> - come riportato dalla Tavola
Peutingeriana – punti di sosta che, a differenza delle <i>mutationes</i>, offrivano non solo il cambio dei cavalli ma anche
ristoro per i passeggeri e un presidio di soldati che assicurava le strade dai
briganti.</div>

<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div>

<div class="imTAJustify"><img class="image-1 fright" src="https://www.act1.it/images/Saturnia-via-Clodia--3--mini.jpg"  width="300" height="450" />Passiamo la porta romana che si
trova nel centro del paese, vicino alla chiesa, e scendiamo lungo il percorso. Il
tragitto che conduce alla strada asfaltata scende fra orti e campi, non è largo
ma sufficiente a far incrociare due carri che venivano da parti opposte, sembra
però che la strada appartenesse alle vie importanti dei Romani perché in altri
tratti rinvenuti la larghezza supera i quattro metri, misura che, secondo le
leggi delle XII Tavole, definiva le strade principali.</div>

<div class="imTAJustify">Subito, a lato, vediamo una
piccola volpe, ci osserva, non si muove ma, lo capiamo, è pronta a
squagliarsela se percepisce ostilità nei nostri gesti. Ci avviciniamo piano, la
superiamo fingendo indifferenza, lei sta lì, guardinga. La spiamo anche noi con
la coda dell’occhio. È sparita.</div>

<div class="imTAJustify">La zona è abitata da volpi che ci
capita di incontrare ai bordi della strada la sera: illuminate dai fanali,
indugiano, poi ritornano nella boscaglia. Così come i caprioli che hanno fatto
la tana in una radura nei pressi della provinciale. Ogni sera, al tramonto,
sbucano e guardano curiosi le macchine che passano. Non sembrano spaventati
dalla forma del mezzo e anche il rumore non li fa scappare: siamo noi gli
intrusi, infatti.</div>

<div class="imTAJustify"> </div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div>

<div class="imTAJustify">I Romani, abili costruttori di
strade, sceglievano sempre la via più breve per collegare le località, sfidando
le asperità del terreno costruivano ponti, scavavano gallerie per non deviare
dalla linea retta. Ma non erano solo gente pratica amavano anche i benefici
delle acque per ristorare i corpi, i bagni termali, le soste e Saturnia, posta su
un’altura da cui poi probabilmente il percorso proseguiva verso il mare fino
all’Aurelia dove sorgeva la città di Cosa, l’antica Ansedonia, si trova proprio
in uno dei parchi termali più grandi d’Europa e le sue piscine di acque
solforose che sgorgano dalla montagna sono una vera delizia per gli occhi e le
membra.</div>

<div class="imTAJustify">Narra una delle tante leggende
sorte attorno a questi luoghi che Saturno, in preda all’ira contro gli uomini
sempre in guerra, con gesto violento (destinato poi ad essere smentito da tutte
le teorie pedagogiche ed educative basate sull’esempio) scagliò sulla terra un
fulmine. Proprio così: per far cessare la violenza non trovò nulla di meglio
che imporsi con la violenza, probabilmente era uno di quelli che ogni tanto uno
scappellotto... Ma noi non lo seguiamo su questa strada e continuiamo invece il
racconto. La roccia si squarciò e da essa uscirono acqua calda e vapori
sulfurei che calmarono gli animi degli uomini. E così nacque Saturnia, ameno luogo
di acque termali.</div>

<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Cascate_molino-mini.jpg"  width="400" height="410" /></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Le cascate del molino (le
cascatelle) che scendono con più balzi sono alimentate dal torrente Gorello e formano
delle pozze in cui ci si può immergere. Di giorno il bianco è abbagliante, la
notte il luogo diventa magico…</div>

<div class="imTAJustify">Saturnia è un luogo dove è bello
ritornare e ogni volta è come essere a casa propria, sembra di non averlo
lasciato mai. Sarà il richiamo dell’acqua che sgorga dalla terra, sarà la
suggestione del passato…</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 10 Aug 2021 20:25:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[A proposito di un libro mai uscito]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000020"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Donna_hvs86fzl.jpg"  width="300" height="622" />Harlem Renaissance: quanti conoscono questo movimento? Credo pochi, almeno qui in Italia. Io stessa non ne avevo sentito parlare fino a quando, per caso, mi imbattei in una poesia di una scrittrice afro-americana mai tradotta in italiano, Gwendolyn Bennett. L’argomento mi prese a tal punto che inizia ad occuparmene e scoprii molte cose rispetto a quel movimento che fu, negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, un’occasione di rinascita soprattutto culturale del popolo afro-americano.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Il movimento ebbe anche implicazioni politiche perché si legò ad organizzazioni già operanti che sostenevano la causa dei neri d’America ma non raggiunse la portata di quello degli anni Sessanta rimanendo un fenomeno perlopiù letterario e artistico.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ciò che mi aveva colpito era stato appunto lo sforzo e l’impegno di affermare i propri diritti attraverso la costruzione di un’identità culturale. Un’operazione ambiziosa che nel suo stesso porsi aveva forse i suoi limiti, quelli cioè di non parlare a tutti ma di rivolgersi prevalentemente ad una élite di intellettuali ed artisti. Un germe che, malgrado non ottenne forse i risultati sperati, lasciò qualcosa alle generazioni successive e ai futuri movimenti di emancipazione della comunità afro-americana.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Addentrandomi nella questione mi colpiva sempre di più il carattere ambiguo della società americana rispetto alla posizione che i neri occupavano (e occupano ancora, possiamo dire). Da un lato una specie di integrazione con l’accesso all’istruzione (seppur limitata nella frequentazione di alcune scuole) e a professioni anche di prestigio come l’avvocatura o l’insegnamento; dall’altro la sopravvivenza, dopo la fine della schiavitù, di fenomeni di emarginazione quando non anche di brutale ostilità come le famigerate leggi <i>jim crow </i>che molti stati adottarono o, nei casi più estremi, di suprematismo bianco che manifestava tutta la sua violenza nella pratica dei linciaggi.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Società poliedrica, complessa, forse ipocrita dove l’essere WASP (White Anglo-Saxon Protestant) costituiva un titolo di merito ma nello stesso tempo voleva mostrare la sua faccia progressista con il miraggio del “self-made man”, una formula che apparentemente offre a tutti quelli che hanno le doti necessarie l’opportunità di determinare il proprio futuro. L’opportunità, appunto, ma c’è da chiedersi quali opportunità ti vengono date quando sei relegato nelle parti marginali della società. Quando anche i locali pubblici, dove tu, nero ti esibisci portando le “tue doti”, il tuo talento, sono interdetti ad altri neri come te: “white only” c’è scritto sulla porta. Ma non serve che ci sia scritto, lo sai perché è questo l’ordine sociale e quello è non è il tuo posto.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Dov’è il posto per un bambino nero? Scriverà Langston Huges nella sua poesia “Merry-Go Round”. Merry-Go-Round è una di quelle giostre circolari, la metafora del mondo, dove non c’è un davanti né un dietro e la domanda dove sia il posto per quel bambino su quella giostra si svuota di senso.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Tutte queste cose mi hanno interessato nel lungo lavoro che ho fatto ma non ho trovato condivisione né grande interesse. Forse l’argomento è troppo limitato, surclassato dal ben più ampio movimento degli anni Sessanta, forse l’interesse si svilupperà in futuro. Forse non sono riuscita a trasmettere la portata della “rinascenza di Harlem” come avrei voluto. Comunque sia quel lavoro sta lì, in attesa.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Mi piace terminare questo racconto con la dedica che Gwendolyn Bennett fece presentando una sua poesia nella serata memorabile al <span class="fs12lh1-5"><i>Civic Club</i></span>, la poesia, divenuta poi famosa, si intitola <i>To Usward</i>, ed è una specie di manifesto:</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">“Dedicata a tutti i negri conosciuti e sconosciuti che hanno una canzone da cantare, una storia da raccontare o una idea per i figli della terra.”</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ecco, dedicata a tutti quelli che ancora vivono in una condizione di soggezione affinché si possano sentire le storie che anche loro hanno da raccontare.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 14 Mar 2021 13:28:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Dei dialetti, la poesia, il furore]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001F"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/animale2-mini_dpuvip74.JPG"  width="445" height="431" /> 	 	 	 &nbsp;&nbsp;<div>Quale spazio dovrebbe trovare il dialetto nello studio della lingua in ambito scolastico?<div>Questa è la domanda di partenza, un punto che però necessita di un preambolo.</div><div>Nella mia esperienza di studente prima e di insegnante poi - ho una frequentazione scolastica che occupa la maggior parte della mia vita - ho potuto vedere come il valore dato ai dialetti e alle lingue minoritarie della Penisola si sia modificato nel tempo.</div><div>Negli anni Sessanta e Settanta, periodo della mia formazione scolare, ricordo una certa attenzione per le parlate locali: i racconti della maestra erano arricchiti da espressioni popolari, le antologie scolastiche riportavano motti, proverbi, testi non in lingua (come si diceva). Nel tempo le antologie hanno mantenuto alcune proposte, perlopiù di poesie, di dialetti italiani ma soprattutto sono comparsi esempi di scrittura in altre lingue. L'incontro con culture diverse nella scuola richiede una attenzione per le altre lingue, quelle dei migranti. Attenzione che non si esaurisce in operazioni che spesso rispondono più al politicamente corretto che ad un efficace strumento didattico, come l'inserimento di brani in lingua straniera nelle antologie. È vero che per avvicinare il ragazzo non italofono alla lingua si usa la mediazione culturale ma è anche vero che una pagina scritta ad esempio in una lingua indoaria serve solo a riempire una pagina e a nient'altro posta la non conoscenza di quella lingua da parte dell'insegnante e forse, relativamente al codice scritto, neanche da parte del discente. Quindi un'operazione del tutto inutile mentre il problema dell'integrazione scolastica e culturale è una cosa seria e va affrontato con sensibilità e coscienza. Ma non è mia intenzione parlare di questo né mettere a confronto culture diverse: la digressione è servita a rendere il contesto.</div><div>La domanda si potrebbe riformulare così: in un'epoca di incontro tra culture diverse quale spazio dovrebbe trovare il dialetto nello studio della lingua in ambito scolastico? Nel tempo della globalizzazione ha ancora senso proporre testi che si riferiscono a gruppi sociali ristretti?</div><div>Se la questione viene proposta così un certo scetticismo pare quasi scontato, sostengo invece il contrario e cioè che confrontarsi con la tradizione, con una lingua minoritaria, con la cultura radicata sul territorio sia ancora una prospettiva essenziale per capire se stessi e il nostro stare al mondo.</div><div>Se da un lato è vero che per descrivere determinate cose, fatti, eventi (di solito di ambito scientifico, tecnico o troppo attuali) il dialetto non ha le parole sufficienti e il suo lessico è legato più alla quotidianità che a settori più specifici, per altro verso ci sono delle espressioni in quella che si può definire la lingua degli affetti che raggiungono una grande intensità espressiva. Esemplificherò quanto detto proponendo una questione lessicale in riferimento a un testo poetico.</div><div>Si tratta di una poesia di Franco Loi, poeta genovese che scrive in meneghino, mi soffermerò sul primo verso: “De Diu sun matt, se streppa la cunscienza”, di Dio sono matto, si strappa la coscienza. Decisamente meno forte nella traduzione. Nell'originale colpisce subito invece quel definirsi “matt de Diu”, pazzo di Dio, ma dirlo in italiano non ha la stessa efficacia. Mi viene in mente un verbo, quello sì in lingua italiana, “indiarsi”, cioè avvicinarsi a Dio, farsi quasi simile a lui. Lo usa Dante forse per primo ma ritrovo il furore di questo verbo, che me lo avvicina alla pazzia suggerita da Loi, in Giordano Bruno e nel suo proclamarsi, come uomo, co-artefice della realtà. Quel “matt” non è usato in maniera banale, è un vocabolo della quotidianità ma, espresso in un contesto profondo, porta alla coscienza tutto il tormento di una ricerca di senso dell'esistenza, di una religiosità che, proprio come per Bruno, trascende il dogma rivelato e apre l'umanità a una dimensione più alta e infinita. De Diu sun matt è un avvicinarsi a Dio in maniera disperata così come fu disperato l'indiarsi di Giordano Bruno.</div><div>Ma siccome non si può sempre restare negli “spazi infiniti” e negli “universi mondi” mi tocca ripiombare nella realtà più concreta di una lezione di italiano e dire che sì, io quella poesia in dialetto la proporrei ai miei studenti e non importa se le parole non ci sono familiari, se quel lessico non lo useremo mai ed è più lontano del pur lontanissimo it's all right “va tutto bene”.</div><div>In quella poesia c'è un uso profondo della lingua, del sentimento, del significato dell'esistenza che merita di essere conosciuto.</div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 06 Dec 2020 16:59:00 GMT</pubDate>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 23 - Bologna - Ustica: 27/06/1980]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001D"><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/IMG_20200223_102138-mini.jpg"  width="600" height="337" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non è tempo di partenze ma di ritorni con la mente a quei luoghi dello spirito, alle situazioni che hanno toccato il nostro sentire. Posti che ci hanno sfiorato l'anima, luoghi che si ricordano.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È capitato proprio poco prima di questa chiusura che ci ha atomizzati nel nostro orizzonte individuale. Una visita non programmata, suggerita da una conversazione occasionale, una di quelle circostanze che se le vai a cercare non le trovi ma sembrano capitate così, in maniera spontanea, e che solo dopo essere state accolte si sistemano nel nostro “orizzonte” e trovano senso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">A Bologna c'è un luogo che conserva in maniera fisica e tangibile la memoria del disastro del DC-9 Itavia, precipitato al largo di Ustica quaranta anni fa, il 27 giugno 1980. Lo ricorda in maniera fisica e tangibile ma anche sensoriale ed emotiva per ciò che viene là dentro rievocato.</span></div><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/IMG_20200223_105119-mini.jpg"  width="400" height="225" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I resti dell'aereo, lamiere accartocciate e parti di esso, sono stati recuperati e riassemblati secondo la forma originaria nella vecchia sede tranviaria cittadina, un impressionante relitto al centro degli ex magazzini sventrati e ricostruiti rispettandone l'impianto originale. Quei resti, scarni, essenziali eppure ancora così vivi e pulsanti, sono la prima cosa che colpisce entrando nell'edificio. Subito però si viene attratti da sussurri: sono le voci, le piccole cose che si immagina i passeggeri si stessero raccontando durante il viaggio. Cosa si dicono quei sussurri? Cosa ci raccontano? Frammenti... schegge di vita... storie comuni di vacanzieri spensierati, ignari, di persone che eventi più grandi hanno assorbito e annullato. Così come avviene sempre quando la storia “grande” inghiottisce e annulla le storie quotidiane dei tanti che da essa vengono portati via.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La vista, catturata all'inizio dal grande relitto, viene nuovamente orientata verso un'altra suggestione: dal soffitto pendono ottantuno lampadine che alternativamente si affievoliscono fino a spegnersi, come le vite di quelle ottantuno persone che volavano sull'aereo.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/IMG_20200223_104822-mini.jpg"  width="600" height="337" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Oltre ai resti dell'aereo, infatti, il Museo per la Memoria di Ustica accoglie una installazione dell'artista Christian Boltanski che, nella scelta delle soluzioni, si è dimostrato particolarmente sensibile. Boltanski, infatti, nel rispetto delle vittime, ha preferito non far vedere gli oggetti personali che sono stati ritrovati nelle stive in fondo al mare, li ha nascosti alla vista che la curiosità rende spesso poco pietosa: essi sono dentro nove casse nere sistemate attorno al relitto, nere come neri sono gli specchi da cui provengono le voci che simulano quelle dei passeggeri.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il messaggio è chiaro: per la nostra cultura occidentale il nero è il colore del lutto, di chi è scomparso, ma è anche il simbolo di ciò che non è chiaro, di ciò che sa di torbido e misterioso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il Museo per la Memoria di Ustica, se non restituisce un senso all'evento, consola con la forza del ricordo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Così, sarà anche per questo tempo di piccole storie che si incrociano e vengono assorbite dagli eventi più grandi: quando se ne potrà parlare lontani dall'urgenza del momento, se non si troverà un senso sarà necessario non venir sommersi dalla dimenticanza, dando al ricordo la forza consolatoria che ci permette di andare avanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div></div><div><span class="fs12lh1-5"><a href="https://www.museomemoriaustica.it/il-museo/" target="_blank" class="imCssLink">www.museomemoriaustica.it</a></span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 19 Apr 2020 08:41:00 GMT</pubDate>
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		<item>
			<title><![CDATA[Ah, questi genitori!]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001C"><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Ragazzo.JPG"  width="700" height="501" /><br></div><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><br></div></div><div class="imTAJustify">Naturalmente ogni scelta è soggettiva e la responsabilità è sempre personale. Per questo parlare per categorie, semplificare con la pretesa di trovare dei tratti comuni non è un buon modo di ragionare. Si diventa superficiali. Eppure, eppure a volte lo si fa. Prendiamo per esempio i genitori o, meglio, i genitori nella scuola. Ce ne sono di attenti e collaborativi, pronti a cercare una soluzione comune al problema che sta loro più a cuore in quel momento e cioè la formazione del proprio figlio ma sembrano essere dei tipi fuori moda, quelli che oggi vanno per la maggiore sono invece molto meno collaborativi e molto più inclini a considerare la categoria degli insegnanti, tutti gli insegnanti, come la parte contraria a cui ci si deve per forza opporre. La casistica è molto varia, incominciando dal genitore che si dà tanto da fare per dimostrarsi partecipe ma riduce questo suo impegno alla fase verbale e i suoi rimangono solo propositi; poi c’è il genitore che ritiene che il proprio figlio sia sempre trattato ingiustamente rispetto ai compagni, dei quali sa vita morte e miracoli e soprattutto sa che voto dare ad ognuno di essi; un altro “classico” è il genitore che studia con il figlio ma che, soprattutto, lo interroga e non si capacita di quel voto che gli è stato messo perché “sapeva tutto” e “non è possibile”; infine c’è quello che, più genericamente, “è sempre colpa degli altri” precisando però che non difende mai il proprio figlio, ma…</div><div class="imTAJustify"> &nbsp;</div><div class="imTAJustify">E, in tutto questo, chi sbaglia è sempre l’insegnante, anche se non te lo dicono apertamente come quella madre che, al primo anno di scuola media del figlio, si è premurata di inviare al preside una lettera per il consiglio di classe in cui delineava i principi didattici e le strategie che gli insegnanti avrebbero dovuto seguire nella classe del ragazzo. Oppure come la madre “competente”che si lamenta del <st1:metricconverter productid="6 in" w:st="on">6 in</st1:metricconverter> filosofia del figlio perché lei è consulente e scrive per delle edizioni scolastiche e si inoltra in complicate spiegazioni docimologiche, lasciando il sospetto che più del voto le interessi far sapere della sua attività. Ma quelle sono mamme illuminate!</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Di solito le lamentele sono meno argomentate: si contestano i voti delle verifiche, come ho già detto, le note, i voti d’esame, perfino i rimproveri che non andrebbero mai rivolti ai propri ragazzi ma agli altri perché quelli sì sono un grande disturbo in classe… anzi, in quei casi la scuola è troppo blanda: perché non vengono presi provvedimenti esemplari? Ecco, soprattutto su questo ultimo punto l’organizzarsi in “gruppi”, il commentare sui social diventa per il genitore un’arma in più.</div><div class="imTAJustify"><br></div><span class="fs12lh1-5"> </span><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify">Ognuno vuole il meglio per i propri figli, questo è normale ed è quasi banale affermarlo, ma per molti i figli sono un progetto di vita che non può assolutamente fallire. Anche il successo o, viceversa, le difficoltà e l’insuccesso scolastico vengono vissuti come una propria conquista o una mancanza. Vengono proiettate sui ragazzi aspettative e frustrazioni proprie senza considerare che i figli non sono un’appendice ma hanno una loro individualità e prima o poi (meglio prima) si devono muovere con le loro gambe e assumersi le responsabilità di quello che fanno. Invece l’operato della scuola è sempre messo in discussione, il giudizio sempre appellabile; per chiedere “giustizia”non ci si rivolge più all’insegnante ma direttamente al dirigente, a volte addirittura all’ufficio scolastico quando non si decide di ricorrere alla giustizia amministrativa.</div><div class="imTAJustify"><br></div></div><div class="imTALeft"><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/Bambine-mini.JPG"  width="700" height="489" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div></div><div class="imTAJustify">L’ho detto in apertura: non mi
piace fare di ogni erba un fascio, ma sono sempre più frequenti le richieste da
parte dei genitori di visionare le verifiche o le prove d’esame, va bene, è un
loro diritto ma spesso è anche una implicita dichiarazione di mancanza di
fiducia e di rispetto nell’operato degli insegnanti. E non solo. In questo modo
si comunica ai ragazzi che c’è sempre papà o mamma che sistemerà le cose e non
serve riflettere su ciò che si è fatto, non serve impegnarsi più che tanto, quello
che conta è il risultato, comunque sia stato ottenuto. La scuola, insomma, è
vista come antitesi nella contrapposizione di una dialettica immatura in cui ci
si ferma ai due primi momenti senza giungere alla sintesi. E per sintesi qui si
intende il processo di formazione dell’individuo che dovrebbe essere, invece, un
obiettivo comune di famiglia e scuola.</div><span class="fs12lh1-5"> </span><br><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify">Rileggendo questo mio scritto mi sono accorta di aver dimenticato una tipologia di genitore altrettanto comune, quello per il quale la scuola è una seccatura che prima o poi passerà, come quella mamma preoccupata per la sorte del figlio che, a due giorni dalla fine dell’anno, viene a chiedere se sarà bocciato. Cosa risponderle? Gli scrutini non sono ancora stati fatti e poi non dipende da un solo insegnante, i risultati verranno pubblicati solo all’inizio della prossima settimana… Lo sa, sa tutto ma il nonno ha promesso di portare il nipote con sé in crociera, come premio per la promozione, e la crociera parte proprio quel sabato…</div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Jul 2019 12:19:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 22 - Ritorno - La penisola del Sinis]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001B"><div class="imTAJustify">Una linea di promontori che si protende nel mare: come posso descrivere questo luogo che mi prende, senza farne un’immagine stucchevole? Quali aggettivi potrei usare per non renderlo banale? Ci penso ma tutto quello che mi viene in mente mi lascia delusa. Troppi aggettivi rischiano di falsare la realtà. In questa penisola di mare e vento, in questo luogo deserto di uomini ma non di pensieri mi colpisce invece la potenza di un sostantivo: <i>ritorno</i>. Non è la barca a tre alberi che vedo in lontananza a suggerirmi la parola, è qualcosa che viene da dentro e si identifica in una forma antica, originaria: il mare. Mi piace immaginare come tutto sia venuto da lì, dal mare.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Questi sono i pensieri che mi vengono guardando il mare del Sinis.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Promontorio.JPG"  width="700" height="467" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Più avanti la penisola continua fino a capo San Marco, l’estrema punta, dove c’è un faro, pochi visitatori si spingono fino là. </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><i>The road ran long the shores of the stagnant <st1:place w:st="on"><st1:placetype w:st="on">lake</st1:placetype> &nbsp;of <st1:placename w:st="on">Cabras</st1:placename></st1:place> and then lost itself in a maze of sandy, weed-grown tracks. To the right and left parched crops were struggling for existence with the choking weeds. Just over the ears of the corn the air trembled as it trembles over a lime-kiln. The rank grass swarmed and hummed with life. (…) A myriad forms of life were busy upon their infinitesimal activities (…)</i></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">“La strada procedeva lungo la costa dello stagno di Cabras e poi si confondeva in un labirinto di erbe e sentieri sabbiosi. A sinistra e a destra le colture disseccate combattevano contro le erbe infestanti. Sulle pannocchie l’aria tremolava come attorno ad una fornace. I prati brulicavano di un vitale brusio. (…) Una miriade di forme di vita si affaccendava in minuscole attività (…)”</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">(J. E. Crawford Flitch, <i>Mediterranean Moods – Footnotes of Travel in the <st1:placetype w:st="on">Island</st1:placetype> of <st1:placename w:st="on">Mallorca</st1:placename>, Menorca, Ibiza and Sardinia</i>, <st1:place w:st="on"><st1:city w:st="on">London</st1:city></st1:place> 1911)</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/Bici.JPG"  width="700" height="467" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Abbiamo preso a nolo delle biciclette, pedalare contro il maestrale è stato faticoso ma, in questa caletta di sabbia e rocce nere, siamo soli, ci siamo lasciati indietro la spiaggia più affollata, si sente solo il rumore del mare.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/S2.JPG"  width="700" height="467" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Su questa penisola i fenici fondarono Tharros, uno dei tanti empori che fecero importanti i loro commerci, ad essi si sostituirono i mercanti punici e poi i romani. Sembra che, a dar retta al viaggiatore inglese, il nome derivi da una donna, la moglie di un re (<i>the very name of Tharros, tradition says, derives from a woman of Phoenicia, the wife of a king</i>). Altro non so. Se ne possono vedere ancora i resti lungo la sponda orientale e la visita non toglie nulla a quell’atmosfera solitaria e primordiale che qui si respira, anzi, la rinforza così come, seppur con tutt’altra suggestione, l’idea di antico si esprime nella nudità della chiesa romanica di San Giovanni, all’imbocco della sottile propaggine che dallo stagno di Cabras si protende verso il mare aperto. Il Sinis è lungo in tutto <st1:metricconverter productid="20 chilometri" w:st="on">20 &nbsp;chilometri</st1:metricconverter> e occupa la zona settentrionale del golfo di Oristano ma questa è l’ultima sua parte.</div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mentre sto scrivendo il mare si è ingrossato, si è alzato ancora di più il vento, l’aria è frizzante ed è piacevole stare sotto il sole però il richiamo è forte, il digradare lento della costa permette di ritornare agevolmente al suo generoso abbraccio. Ho deciso: farò un altro bagno.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mi immergo fino a metà. l’acqua è calda, allungo le braccia e scivolo dentro con una spinta decisa del busto. Con lunghe bracciate mi allontano dalla riva, le onde mi spingono, mi fanno cambiare direzione.</span><br></div><div class="imTAJustify">Apparteniamo al mare e forse non ci siamo mai staccati dall’acqua assaporo la dolcezza del<i> ritorno</i>.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.act1.it/images/Cappellino.JPG"  width="467" height="700" /><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 22 Jul 2019 12:01:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 21 - Gorges du Fier (Gole di Fier) - Haute Savoie]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000001A"><div class="imTACenter"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/Gole-di-Fier--27--mini.JPG"  width="350" height="525" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Una leggenda per raccontare la nascita delle Gole, una storia d’amore non corrisposto…</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si dice che ancora oggi, di notte, si sentano i lamenti del paggio che per amore e per vendetta cadde nel Fier. Ma a raccontarla con ordine questa storia presenta all’inizio lo schema di tante storie con un finale insolito. C’è la bella Diane che il marito geloso, conte di Montrottier, fa controllare da un paggio e lui, a forza di seguirla in tutti i suoi spostamenti, si invaghisce della sua padrona. C’è l’antagonista: il giovane conte di Pontverre che, dopo il solito sguardo, si innamora, ricambiato, della contessa. A questo punto il paggio è ferito nei suoi sentimenti (forse non poteva sperare molto vista la sua condizione di subalterno ma, si sa, l’amore…) e da figura positiva diventa crudele. Riferisce al Montrottier della tresca e li fa sorprendere. Pontverre, che in questo caso non dà prova di grande coraggio né di essere ardentemente innamorato, fugge lasciando l’amata alla sua sorte (si dice che sia stata poi imprigionata nel castello, di solito avviene così…). Il paggio però, per trattenerlo, si attacca alla coda del cavallo. Altra prodezza di Pontverre: con un fendente netto taglia la coda al cavallo (neanche per il cavallo aveva una grande considerazione, a quanto pare) e il paggio cade. Tanta era la rabbia e l’amore ferito di quel povero paggio che, precipitando, scavò una gola poi il Fier fece il resto…</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0 fright" src="https://www.act1.it/images/Gole-di-Fier--7--mini.JPG"  width="350" height="525" /></div><div class="imTARight"><span class="imTALeft fs12lh1-5"> </span><br></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5">E ci si mise d’impegno perché il canyon provocato dall’erosione è davvero notevole. Durante le piene la portata d’acqua raggiunge livelli molto alti come sta ad indicare un pannello lungo la passerella sul quale si può vedere come è salita l’acqua negli ultimi cento anni durante i periodi di piena. All’ingresso del percorso un cartello avvisa, provocando un certo brividino, che in poche ore può aumentare di oltre venti metri.</span></div></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Con questo stato d’animo si imbocca la passerella che costeggia la gola, posta a circa venticinque metri dal torrente e che si snoda per un percorso di trecento metri dalla partenza nei pressi del castello di Montrottier. A causa delle piene abbondanti è stata più volte rifatta perché rami e detriti, accumulatisi per la forza delle acque, l’hanno sfondata in più punti.</div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12lh1-5">Al termine del percorso si giunge al Mer des Roches il cui nome non smentisce l’aspetto di quelle grandi pietre levigate che, dopo lo strapiombo, si distendono sul piano. Se si soffre di vertigini è meglio non guardare in basso durante il tragitto ma anche se non si ha questo problema è preferibile rivolgere al fiume rapidi sguardi… anche perché, soprattutto nel percorso di ritorno, ormai abituati all’idea di stare sospesi nel canyon, è piacevole perdersi a ricercare le figure che l’acqua ha scavato nelle rocce…</span></div></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/Gole-di-Fier--23--mini.JPG"  width="600" height="400" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Jun 2019 10:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Le magliette]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000019"><div class="imTAJustify">Oggi i ragazzi discutevano sui nomi da mettere sulle magliette. È ormai tradizione che anche in terza media alla fine dell’anno scolastico si indossi “la maglietta” della classe. Da giorni cercano di trovare un nome e un motto che li rappresenti. </div> &nbsp;<div class="imTAJustify">A qualcuno è venuto in mente <i>Yin </i>e <i>Yang</i> per due che sono inseparabili: cercano in Internet la conferma e si perdono nelle alternative…</div><div class="imTAJustify">In altri tempi avrebbero proposto <i>Cip</i> e <i>Ciop</i> ma le cose sono cambiate, la <i>New Age</i> ha preso il posto dei cartoni animati, almeno di quei cartoni animati.</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Ritorno alla mia esperienza delle medie: avrei saputo, per ognuno, trovare un soprannome, un epiteto che lo identificasse? Per qualcuno sì (lo ricordo ancora) ma forse non per tutti. Quindi, come criticarli?</div> &nbsp;<div class="imTAJustify">Mi sembra comunque che questi ragazzi, che ricorrono a Internet per trovare nomi per compagni che dovrebbero conoscere e frasi “originali” che definiscano il gruppo di cui fanno parte, siano fuori strada. Sono stati insieme per tre anni e qualcosa di ognuno di loro dovrà pur averli colpiti. Provo a suggerire un’idea (mi sembra che sia anche spiritosa) ma non ha l’esito che mi sarei aspettata: dalle loro risposte si misura la distanza che c’è fra di noi. Parliamo la stessa lingua ma non ci capiamo, e anche <i>Cip</i> e <i>Ciop</i> cadono dall’albero.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Albero-mini.jpg"  width="360" height="595" /><br></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Come posso arrivare a toccare le loro corde se non usiamo gli stessi codici, se la lingua, pur essendo la stessa, veicola altri significati? Quanti passi dobbiamo fare gli uni verso gli altri per trovare un punto in comune? Non so fino a quanto sia giusto proporre un mio punto di vista o invece sia bene assecondare il loro. Forse è il problema di sempre nel rapporto tra generazioni ma, a volte, sento che siamo davvero troppo lontani e mi avvilisco in cerca di mediazioni e compromessi. È vero che le prospettive non sono mai nette ma c’è un discrimine che mi fa rigettare un’idea e tenerne un’altra, e quello dovrebbe essere il punto di equilibrio. Non sto ovviamente parlando delle cose marginali, come le magliette, che sono solo un’occasione per riflettere, ma gli stessi interrogativi si possono riproporre in tutte le questioni: sono soprattutto quelle “importanti” che mi interessano. Probabilmente è sempre stato così, forse il processo di formazione richiede una sedimentazione, ha bisogno di tempo e il tempo smussa le posizioni troppo radicali; se sono state importanti, le idee dei più vecchi ritornano nella nostra vita. Forse è così ma ce ne rendiamo conto sempre con fatica.</span><br></div> &nbsp;<div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/animale1-mini.JPG"  width="328" height="322" /> <img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/animale2-mini.JPG"  width="333" height="322" /></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify">Non so come andrà a finire questa storia, dove troveranno le idee che mancano ma ho la sensazione che affidarsi unicamente alla ricerca in rete non sia un buon metodo, che li banalizzi e li impoverisca. Offrire l’alternativa: io ci provo sempre, magari più avanti se ne ricorderanno.</div><div class="imTAJustify">Intanto, però, c’è il problema delle magliette, e quello è il più urgente, adesso.</div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTARight"><span class="fs9lh1-5">(Illustrazioni:</span><span class="fs9lh1-5"><i> Rosanna Nardon</i></span><span class="fs9lh1-5">)</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 13 Jun 2019 10:15:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 20 - Jamaica]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Jamaica: suonava sufficientemente esotico. Jamaica: la nostra “luna di miele”.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Qui andava di moda Bob Marley e la scelta poteva essere un singolare tributo al <i>reggae</i>, un’idea distante da un viaggio di nozze tradizionale oppure una suggestione di paese lontano colta chissà dove.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Comunque sia, partimmo, il mio “nuovo” marito ed io, giovanissimi, con tante idee per la testa e la voglia di amarci e stare insieme.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">In Jamaica c’era un odore caldo e tropicale, un odore dolce e speciale così come dolce e speciale è stata la nostra avventura.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Donna.jpg"  width="492" height="375" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il rafting sul Rio Grande è un'attrattiva per turisti: forse un tempo il seguire la corrente del fiume con delle chiatte fatte di tronchi e manovrate con lunghi pali era una necessità. Ora, con le moderne strade asfaltate che tagliano la splendida Fern Gully, la foresta di felci, da una parta all'altra dell'isola, l'attrazione è riservata ai pallidi viaggiatori che, arrossati da eritemi e bolle solari si ammassano sulle sponde del fiume per poi scendere a valle trasportati dai barcaioli.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Intorno a noi una natura fantastica, uno di quei paesaggi che si vedono solo in cartolina. Ad un certo punto, come in un copione scontato, compaiono frotte di bambini, si tuffano a raccogliere le monetine che i turisti nella loro onnipotenza vacanziera hanno gettato; poi, un'altra sequenza da film: una donna, sottane alzate a scoprire le cosce, si muove tra le secche attraversando a guado il fiume, porta sulla testa una fascina, senz'altro la stessa del giorno prima, e forse del mese prima ma noi, turisti estasiati, stiamo al gioco e la scena ci sembra tanto folkloristica.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Al nostro arrivo incappiano in un premuroso indigeno che si offre di fotografarci ma poi non ci lascia scendere ripetendo insistentemente “tip, tip”con una pronuncia larga, americana. Noi, sbalorditi escursionisti, già piuttosto frastornati dall'avventura sul fiume, non capiamo e ci scambiamo sguardi imbarazzati finché dai ricordi scolastici, ma quelli di seconda categoria perché al liceo andava per la maggiore Shakespeare, Rossetti, Wilde e roba simile, emerge il significato di quella parola. Un processo piuttosto faticoso perché tu sai benissimo che il Bardo per dire <i>you</i> diceva <i>thou</i> – ma questo non ti serve, almeno sul Rio Grande – e non ti ricordi proprio che <i>tip</i> vuol dire mancia. Alla fine, paghiamo e riusciamo a scendere dall'imbarcazione.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sul pullman che ci riporta all'albergo, sfiniti ma felici, avvertiamo qualcosa di stonato ma l'eccitazione e l'impegno del viaggio ci obbligano a sentirci in armonia con quello che ci circonda, proprio come si addice al ruolo del turista esotico, di quello che crede di aver fatto un'esperienza unica e, soprattutto, ha qualcosa di caratteristico da raccontare tornato a casa.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Intanto si è fatta ora di pranzo e provvidenzialmente l'autista si ferma in un punto di ristoro. Il locale, situato in una zona polverosa e isolata, ricorda uno di quelli, questa volta sì molto reali, visti nei film americani, quei film che descrivono la periferia. L'interno non delude.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/Locale.jpg"  width="492" height="314" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"> </div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Avevamo abbastanza fame, in fondo avevamo lasciato l'albergo la mattina presto per quell'escursione ed erano già quasi le due del pomeriggio ma pensai che fosse meglio andare sul sicuro e la nostra fame si ridimensionò in un sandwich al pollo. A dire la verità non c'era molto altro che avesse un aspetto passabilmente commestibile e il sandwich sembrò adeguato a tutti e due.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Tentai di ordinare al banco ma la donna addetta alle ordinazioni, prima che potessi fare la richiesta, mi mandò in cucina. Così il mio discorsetto rimase monco lasciando nell'aria le solite formulette di rito in buon inglese scolastico (anche quelle praticamente inutili per la circostanza).</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La cucina, come il resto, non lasciava presagire molto di buono (in termini gastronomici, naturalmente) ma era animata da frenetici garzoni che si passavano la roba e dicevano cose per me incomprensibili. Tutto dava l'idea di una certa efficienza, un po' disorganizzata, forse, ma allegra. Mi incantai a osservare l'insieme, esclusi l'audio per concentrarmi meglio sulla scena, come la spettatrice di un film muto. Ma quella cucina... non c'era niente di artefatto, era proprio così. Quella sì che era un’esperienza fuori dal comune!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fui colta di sorpresa quando uno dei lavoranti mi si rivolse con uno sguardo sbrigativo e, mi parve, un po' insolente. Ordinai in fretta per non fare brutta figura: “Two sandwiches with kitchen, please!” E invece dovetti incassare, vergognandomi, un evidente lapsus. Mi risposero due occhi sgranati che mi illuminarono sull'errore: “Two sandwiches with chiken, please!”, corressi prontamente. Il ragazzo non sembrò preoccuparsene più di tanto, forse aveva capito già prima dato che i fraintendimenti sembrano essere abbastanza comuni in inglese; dietro c'era la fila e si mise subito all'opera.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Cinque minuti dopo ci sistemammo fuori dal locale per consumare il nostro pranzo e ridere su tutto immersi in quel dolce e speciale odore della Jamaica.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 10 Mar 2019 12:00:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 19 - Quel mio strano andare]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/Garda-mini.JPG"  width="419" height="308" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quel mio strano andare comincia su una pagina. “Multas per gentes”, l’incipit di una lirica: un buon inizio per chi si appresta al cammino. Di gente in gente, da un posto all’altro…</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">I versi mi ritornano alla mente un pomeriggio mite d’autunno, una mitezza che solo la presenza del lago può dare. La superficie si increspa e si mescola ai frammenti di versi. Anche Catullo evidentemente apprezzò il clima del lago di Garda se, come si dice, costruì una grande villa sulla punta della penisola di Sirmione. Un giorno o l’altro ci devo proprio andare alle grotte di Catullo. Non lo so perché io le abbia sempre trascurate. E adesso il ricordo di quel carme latino, un commiato dal fratello sepolto nella Troade...</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Catullo nasce a Verona ma, ben provvisto di mezzi, si reca presto a Roma dove conosce l’amore di una donna, la Lesbia delle sue poesie. Roma è troppo grande e troppo carica di passato per sperare di ritrovare l’atmosfera elegiaca di quei componimenti di amore e di affetti ma qui sul lungolago ritornano i versi che credevo dimenticati.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs9lh1-5"> &nbsp;</span><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Marmo-mini.jpg"  width="492" height="139" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mi spingo un po’ più in là e ritrovo, tra quelle, altre parole per un fratello, per quel Giovanni di cui Foscolo piange la morte lamentando l’impossibilità di recarsi sulla tomba dove solo la madre “suo dì tardo traendo” funge da legame tra gli affetti che l’esilio e la morte hanno allontanato, un legame che non è mai stato spezzato. Non c’è più la calma e l’accettazione del destino della lirica di Catullo ma la disperazione di chi è lontano e si “strugge” per le “secrete cure”, di chi ha come unico conforto la speranza di una sepoltura in patria.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma ecco che il mio peregrinare tra quei versi me ne richiama altri, più antichi, e con altri sentimenti: la stanca vecchiezza della madre è come l’andare di quel “vecchierel canuto e bianco” del Petrarca. A dispetto dell’età, egli, “trahendo (…) l’antiquo fianco”, se ne va a Roma (ancora Roma!) per ricercare l’immagine di Cristo nel velo della Veronica. Così anche il Poeta (e questa è la chiusa del sonetto) spera di trovare in quello delle altre donne il volto della sua amata.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La mia attenzione si sofferma adesso su quel verbo di derivazione latina, “trahere”, ed è una nuova partenza, questa volta sì con destinazione Roma. “Trahere”, trascinare, condurre, portare da un luogo ad un altro. Mi colpisce il suo ritrovamento in un affresco dell’XI secolo nella chiesa inferiore di San Clemente a Roma. Si tratta di uno dei primi documenti in volgare italiano, l’iscrizione di San Clemente, appunto. “Fili de pute, traite!”, dice il pagano Sisinnio ai suoi servi che hanno legato con delle corde il Santo per portarlo in prigione. I suoi aguzzini non si accorgono però, ed è questo il miracolo, che il Santo è stato trasformato in una pesante colonna.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/San_Clemente-mini.JPG"  width="449" height="115" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La chiesa è fuori dai percorsi turistici anche se si trova a breve distanza dal Colosseo. Quando ci sono andata per vedere l’iscrizione ho dovuto chiedere più volte per trovarla, molti non la conoscevano. Un volta entrati ci si trova di fronte ad un caleidoscopio di marmi che rivestono il pavimento e al meraviglioso mosaico absidale con il Trionfo della Croce. La chiesa superiore è una vera rarità per bellezza. Ma non era lì che si trovava il “mio tesoro”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si scende per le scalette e si arriva nella basilica del IV secolo, un ambiente uniforme per colorazione che all’inizio delude l’occhio assuefatto alla policromia della parte superiore. Ma quale suggestione trovarsi sopra un altro insediamento in cui c’è un mitreo del I secolo!</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’altare di San Clemente mi passa quasi inosservato, lo cerco ma ci passo davanti senza accorgermene. Torno indietro ed eccola lì la preziosa testimonianza in una lingua ancora incerta ma, voglio credere, già abbastanza risoluta da apparire sull’affresco di una chiesa. Fantastico! Ho avuto quello che cercavo, era dai tempi del liceo che quella scritta mi frullava nella testa. Ritrovare secoli dopo, nell’uso già maturo della lingua, un verbo che qualcuno aveva scritto come un fumetto per accompagnare un’immagine in una chiesa e poi ritrovarlo ancora in un sonetto dell’Ottocento è stato come partecipare ad una caccia al tesoro. E vincerla, per giunta.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">L’umidità si fa sentire e il ricordo romano svanisce, i frammenti di versi si ricompongono, resta il formicolio del lago. Ritorno sui miei passi, fa freddo, è tempo di rientrare.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 18:23:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il canto della caduta - Recensione]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_teatro"><![CDATA[Recensioni teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000013"><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Corvi-mini.JPG"  width="418" height="200" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Marta Cuscunà è brava, molto brava. La sua voce ha una notevole capacità espressiva, una abilità non comune nella modulazione di toni e registri diversi in un continuum dialogico che non vede incertezze o sbavature. Una giovane artista ma già con una buona padronanza scenica. La tecnica di rappresentazione è originale, l’uso delle figure meccaniche in scena definisce o, meglio, evoca una dimensione archetipica e nello stesso tempo esprime lo straniamento del futuro. Il tema affrontato, la guerra, è un tema forte, su cui si può lavorare in profondità ma anche cadere banalmente nella superficialità della retorica, ciò che non avviene nello spettacolo</span><span class="fs12lh1-5"><i> Il canto della caduta</i></span><span class="fs12lh1-5">, rappresentato per la prima volta a Udine il 25 ottobre 2018. Un lavoro che non è scontato anche perché alla base della performance c’è una riflessione, a mio avviso molto stimolante, che è stata chiarita dalla stessa attrice nel colloquio con il pubblico e che, attraverso il mito ladino di Fanes, propone la contrapposizione tra una società in cui le differenze di genere condannano gli uomini alla guerra e una in cui il riconoscimento dei diritti per tutti è il naturale presupposto per la collaborazione e la pace.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Eppure, malgrado la bravura della protagonista e di tutto il suo gruppo di lavoro, malgrado l’originalità della messa in scena, c’è qualcosa nello spettacolo che non convince completamente ed è la presenza, a mio avviso troppo invadente, di quel monitor al centro della scena. Mi sembra che l’averlo introdotto crei una disarmonia nell’insieme perché il mezzo non è congruente con la scelta meccanica che costituisce invece il carattere forte dell’allestimento. Il video propone delle suggestioni, rocce, montagne, elementi astratti che risultano in contrasto con l’essenzialità delle montagne “concrete”, costruite con sottili tubi metallici ai lati del palco su cui vengono animati i corvi meccanici ai quali è affidata la narrazione. Sullo schermo passano delle parole e delle frasi che servono a spiegare e a risolvere certi passaggi che non trovano una collocazione nei dialoghi. La necessità di spiegare quello che forse avrebbe potuto essere lasciato implicito provoca una certa frammentazione del testo che ha invece il suo punto di coesione nei dialoghi dei corvi e che si chiude, a fine spettacolo, chiamando in causa direttamente il pubblico che non può non sentirsi coinvolto in quella brutta faccenda che è la guerra.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ho trovato molto suggestiva e pregnante l’essenzialità della scena definita dagli stessi artisti “animatronica” e cioè tutto quell’insieme di congegni, fili, leve che la stessa Marta aziona per animare i personaggi meccanici progettati da Paola Villani. Forse, in un lavoro come questo che è di buon livello e nel quale si intuisce una ricerca seria e continua e una passione “giovane” che fa piacere scoprire, si sarebbe dovuto insistere di più sull’aspetto, per così dire, “industriale” e lasciar perdere quello tecnologico visivo certo molto accattivante e di effetto ma che rimane più in superficie.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 27 Oct 2018 07:23:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[... e il naufragar m'è dolce in questo mare]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Rileggere l’<i>Infinito</i> è per me ogni volta emozionante, quando lo faccio con i miei alunni non sono sicura però che i sentimenti siano gli stessi. E la cosa, anche se mi provoca sempre una certa delusione, non mi stupisce considerando la loro giovane età. Rimangono perplessi (pochi), indifferenti (i più), ostili (i coraggiosi!). Eppure ad ogni classe che termina il ciclo delle scuole medie la ripropongo fiduciosa: qualcosa arriverà, prima o poi, nel tempo riusciranno a cogliere quelle sensazioni e forse, rileggendola quando saranno più grandi, si ricorderanno di me e del mio entusiasmo solitario…</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Recanati--7--mini.JPG"  width="420" height="218" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Mi colpisce la potenza che quella lirica esprime, uno stato d’animo che alterna momenti tanto forti, quasi insopportabili, alla percezione dell’ordinario come il fruscio del vento, sensazioni contrastanti che si placano nella meravigliosa chiusa.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nei primi tre versi Leopardi introduce l’idea di limite ricorrendo alla metafora del colle e della siepe che materialmente precludono lo sguardo verso l’orizzonte. È un’immagine concreta, obiettiva, che in maniera inesorabile definisce la nostra condizione esistenziale. Subito dopo, però, a contrastare il tono a prima vista rassegnato ma che quel “caro” riferito all’ostacolo tradisce come carico di aspettativa, viene posto, all’inizio del quarto verso, l’avversativo “ma” che in maniera contrastiva ed eroica apre la possibilità dell’immaginazione, facoltà immateriale che il poeta rivendica con forza come prerogativa umana e che ci permette di superare l’angustia dei limiti e dei condizionamenti. Il “ma” posto all’inizio spezza l’atmosfera idilliaca dell’inizio e la annulla aprendo un varco verso una dimensione più alta.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Subito però questa infinità disorienta, “per poco il cor non si spaura” ed è necessario recuperare quei confini che, seppur odiosi, ci fanno comprendere (e apprezzare) la possibilità assoluta. Perché è di questo che si tratta e forse deve essere ricercato proprio qui il senso della vita: nella “possibilità” di raggiungere vette insperate, di superare limiti e confini intesi non in senso materiale ma come capacità di determinare la nostra esistenza. All’inizio l’imposizione del limite deriva all’uomo all’esterno, poi è l’uomo stesso che si vincola e il condizionamento gli permette di comprendere e di spingere sempre più il là l’idea del limite e del suo superamento.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma di nuovo un pensiero ci costringe a piegare su noi stessi: il fluire del tempo e l’inesorabile trascorrere della nostra vita. Solo il presente ci dà la concretezza dell’esistenza tra i due limiti estremi della nascita e della morte, quelli sì invalicabili.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Sono pensieri che inebriano, danno lo stordimento, ci fanno volare in alto per farci ritornare poi al punto di partenza ma più ricchi, con l’ossimorico conforto del “dolce naufragar”.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Forse i miei alunni sono ancora troppo giovani per capire tutto questo ma, sono sicura, fra qualche anno l’<i>Infinito </i>emozionerà anche loro. Basta aspettare.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"> </span></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">L’<i>Infinito</i> di Giacomo Leopardi</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs8lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Sempre caro mi fu quest'ermo colle,<br></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">E questa siepe, che da tanta parte</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Ma sedendo e mirando, interminati</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Spazi di là da quella, e sovrumani</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Silenzi, e profondissima quiete</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Io nel pensier mi fingo; ove per poco</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Il cor non si spaura. E come il vento</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Odo stormir tra queste piante, io quello</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Infinito silenzio a questa voce</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">E le morte stagioni, e la presente</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">E viva, e il suon di lei. Così tra questa</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">Immensità s'annega il pensier mio:</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">E il naufragar m'è dolce in questo mare.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 14 Oct 2018 18:45:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 18 - 8 luglio 2018]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">8 luglio 2018: il tempo oggi è variabile. Ricordo poche nubi nel cielo del Salento. Ma oggi il nero viene dal mare e grosse nuvole si addensano dall’interno. La spiaggia è nel mezzo; un po’ di vento ci fa ben sperare ma sappiamo che il bello non durerà per molto. Infatti il sole sparisce completamente, poi ritorna per poco, poi, di nuovo, se ne va. L’aria è fresca, di temporale. Le nuvole si spostano velocemente; rimanere sulla spiaggia sarebbe un azzardo. Approfittiamo per spingerci lungo il sentiero che costeggia le saline alle spalle, separate dal mare dalle dune, un sentiero che non abbiamo mai percorso interamente. Il vento esalta i profumi di timo, di cisto e di elicriso. Le prime gocce leggere si fanno sentire ma non durerà, si vedono ancora squarci di azzurro.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/Salina-dei-Monaci--6--mini.JPG"  width="492" height="328" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/Salina-dei-Monaci--5--mini.JPG"  width="200" height="299" /><span class="fs9lh1-5"> &nbsp;</span><img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/Salina-dei-Monaci--8--mini.JPG"  width="200" height="299" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La Salina dei Monaci si chiama così perché fino al 1400 erano i Benedettini di Aversa ad averne cura. Un canaletto scavato nella roccia permette il passaggio dell’acqua marina e la congiunge alla spiaggia di Torre Colimena. Ci si passa sopra un piccolo ponte di legno. A destra, venendo dalla torre, si estendono trenta ettari di sale. Oggi c’è molta acqua ma nei giorni di arsura il bacino si prosciuga e i miasmi della palude si mescolano agli odori delle piante alofite e del mare. Strano come alcune piante, le alofite, appunto, riescano a crescere in luoghi con grande concentrazione di sale, posti che per altra vegetazione sarebbero impossibili. Tra gli arbusti sempreverdi che proteggono dal vento le dune e da esse sono protetti crescono le salicornie in forma di piccoli cespugli, dette anche “asparagi di mare” per il loro valore commestibile e i bellissimi gigli di mare che spuntano a ciuffi dalla sabbia. Esili e fragili alla vista, ma proprio la loro flessuosità asseconda gli sbotti del vento. Sono il corrispondente vegetale dei cavalieri d’Italia, specie di trampolieri eleganti, che vivono in piccole colonie sulle sponde della salina. Le loro zampe danno l’idea che siano sempre lì lì per spezzarsi, tanto sono lunghe e sottili. Le garzette dal piumaggio candido condividono con essi lo spazio palustre. E poi, in questo luogo inconsueto, c’è il maestoso fenicottero rosa, di ben più grandi dimensioni, che, per non smentire la favola, da piccolo è grigio e si confonde con i colori del bacino.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Saline-Monaci--36--mini.JPG"  width="492" height="328" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> &nbsp;<div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il cielo si è fatto più scuro, gli squarci di azzurro si sono richiusi sotto un tendone nero, il mare che intravediamo tra le dune è grigio, rabbioso di onde e ci allontana. Ecco le gocce più grosse, poi più fitte. Nello spazio di qualche secondo lo scroscio comincia a gonfiare, ci lascia il tempo di salire in macchina e si rovescia furioso, come il mare.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Salina-dei-Monaci--1--mini.JPG"  width="492" height="328" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il temporale è breve e il cielo torna più limpido di prima, a voler fissare l’inizio del cambiamento non sapresti trovarlo: di colpo è il sereno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Fermiamo la macchina lungo la strada per vedere il mare: è azzurro, non completamente calmo ma accogliente. Di nuovo ci cattura.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Non si può andare via senza un altro bagno.</span></div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 01 Aug 2018 12:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Laboratorio vs rappresentazione]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Scuola_e_Teatro"><![CDATA[Scuola e Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Teatro-mini.JPG"  width="332" height="258" /></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Messa così sembra più un <i>match</i> che una tesi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">In realtà la contrap</span><span class="fs12">posizione non è così netta come l’afferma</span><span class="fs12">zione farebbe sup</span><span class="fs12">porre; </span><span class="fs12">ciò non toglie che delle due modalità non si possano evidenziare i tratti specifici e quello che rende maggiormente praticabile in ambito formativo la prima opzione rispetto alla seconda, vale a dire ciò che mi fa propendere per un avvicinamento al teatro che sia prima di tutto di tipo laboratoriale.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Affronterò per prima la rappresentazione e le sue implicazioni in campo educativo.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Quale valenza ha la messa in scena di uno spettacolo teatrale come proposta didattica?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">È innegabile che ci sia un notevole impegno e coinvolgimento degli studenti, sia dal punto di vista più strettamente tecnico e teorico che emotivo, personale e di gruppo. Tutto il lavoro che precede il risultato finale costituisce un momento importante nella formazione di un ragazzo in termini di acquisizione di contenuti, di tecniche formali, di assunzione di responsabilità verso se stessi e gli altri, di messa in gioco di sé. Nella parte conclusiva (e non solo) sono fondamentali i fattori emotivi che condizionano spesso la prestazione; la sfida con se stessi è più evidente, così come la scoperta o la conferma delle proprie potenzialità. E a volte si prova anche la delusione delle cadute, anch’esse occasioni di crescita. Insomma, ci sono buoni argomenti a favore di un approccio più tradizionale: preparazione, recita.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Orientare il lavoro al risultato finale, cioè a uno spettacolo ben confezionato, presenta però anche dei rischi. Innanzitutto la tentazione di lavorare sempre con un occhio rivolto al pubblico &nbsp;attribuendo un’eccessiva importanza alla fase conclusiva. Riporre troppe attenzioni sulle aspettative mette spesso in secondo piano la cura che si dovrebbe avere per i processi di autoanalisi e per l’attenzione nella gestione del gruppo con le sue dinamiche relazionali non sempre solide: si deve confezionare qualcosa di estetico e si punta tutto il lavoro sul raggiungimento di tale obiettivo evitando il più possibile gli intoppi. Così il ragazzo più intraprendente, quello più bravo, su cui non si deve lavorare molto, farà il protagonista, gli altri le parti minori, le comparse, i servi di scena… Tutti ruoli importantissimi nel teatro, ma nel teatro degli adulti, perché per i ragazzi la “distribuzione delle parti” è quasi sempre un ulteriore motivo di frustrazione. Invece sono proprio i ragazzi più “fragili” quelli che dovrebbero trovare nel teatro un motivo di affermazione.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Anche l’insegnante, nella modalità “rappresentazione finale”, da facilitatore quale dovrebbe essere in una visione più aperta, rimane ingabbiato in un ruolo più tradizionale di dispensatore di compiti e di consegne perché il suo obiettivo, come ho già detto, è quello di produrre un buon lavoro.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Non è questo (o non solo questo) il modo di fare teatro a scuola.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">E allora, laboratorio. Ma perché?</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Darò alcune definizioni del termine cercando di spiegarne il senso.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><ul><li><span class="fs12">Il laboratorio dovrebbe essere “un ambiente in cui sia possibile svolgere un lavoro continuativo.” (E. Barba) Questo primo enunciato si adatta al campo della formazione dove i risultati non si possono ottenere in tempi brevi ma il loro raggiungimento necessita di un impegno costante e duraturo come avviene a scuola, appunto.</span><br></li><li><span class="fs12">Nel teatro-laboratorio ci si mette in gioco con le proprie esperienze, come si è, con le sicurezze e le paure perché si lavora insieme, non c’è giusto o sbagliato ma si fa qualcosa con i compagni e con gli insegnanti. Si sviluppa cioè una vera comunità educante senza le preoccupazioni del prodotto a breve termine o delle prestazioni personali sottoposte a giudizio.</span><br></li><li><span class="fs12">Il teatro-laboratorio ha in sé l’idea di ricerca e quindi di un processo che, come l’apprendimento, non si esaurisce mai.</span><br></li><li><span class="fs12">Infine, anche se l’assunzione è implicita in quanto è stato già detto, nel laboratorio-teatro il lavoro è su di sé e ha come obiettivo la scoperta delle proprie capacità.</span><br></li></ul></div> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Per concludere: se è vero che lavorare con il corpo e sul corpo porta a rendere “visibile” la nostra attività, e in questo senso ci conduce al palcoscenico, è altrettanto vero che nella modalità laboratoriale il prodotto è il laboratorio stesso, nel suo farsi, indipendentemente dal risultato finale.</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 17 May 2018 15:54:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 17 - L'Orto botanico di Padova]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È una strana sensazione quella che si prova nel vedere come da molte parti vengano tagliati alberi di alto fusto adducendo i più disparati motivi (o non giustificandosi affatto) e nel trovare poi nel centro di una città, tra un via vai di macchine e persone, uno spazio verde come l’Orto botanico di Padova in cui il verde afferma senza esitazione una presenza altrove negata.</span></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ed è ancora più sorprendente constatare come sia sempre un’azione antropica il motore di tutto questo. Da una parte cioè l’uomo distrugge senza criterio, dall’altra cerca di mantenere &nbsp;con tenacia il patrimonio vegetale che la natura ci ha dato.</span><br><span class="fs12lh1-5">Dico tenacia perché l’Orto botanico di Padova ha una lunga vita, è stato fondato, infatti, nel</span><span class="fs12lh1-5"> </span><span class="fs12lh1-5">1545, in </span><span class="fs12lh1-5">origine ad uso degli studenti di medicina per lo studio delle piante officinali che lì venivano coltivate. Oggi, in un’estensione di circa due ettari, conserva quasi settemila specie botaniche suddivise tra “orto antico” (</span><i class="fs9lh1-5"><span class="fs12lh1-5">hortus cinctus</span></i><span class="fs12lh1-5">) in cui si alternano i “semplici”, la macchia mediterranea, la flora alpina e una grande diversità di alberi, e “giardino della biodiversità” dove è possibile attraversare la foresta tropicale, quella pluviale, le aree temperate, i deserti: cinque biomi con piante provenienti da tutto il mondo.</span></div></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Si entra nel giardino antico e subito nell’immaginario il mondo vegetale si fonde con quello animale in un processo simbiotico di cui sembra di cogliere la causa interna, l’interdipendenza del tutto.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Padova-Orto-botanico--66--mini.JPG"  width="321" height="214" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Guardando le radici del grande olmo del Caucaso solidamente in rilievo sul terreno vien fatto di pensare alle zampe di un elefante...</span></div><div data-line-height="1.5" class="lh1-5 imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">... ma quelle più agili delle mangrovie riportano alla mente una cavalletta con la sua eleganza sottile e spiritosa.</span><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/Padova-Orto-botanico--52--mini_9yp9rvg2.JPG"  width="251" height="376" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Le felci a corna di cervo, appese su una parete del giardino della biodiversità hanno l’aspetto di trofei di caccia e non smentiscono il proprio nome...</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/Padova-Orto-botanico--46--mini_zm942cwf.JPG"  width="251" height="375" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">... mentre più oltre il falso uccello del Paradiso assomiglia quasi al becco di un pappagallo che osserva, muto, il visitatore in sosta, catturato dal suo rosso sgargiante.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.act1.it/images/Padova-Orto-botanico--43--mini_7z0mh248.JPG"  width="251" height="376" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo stesso visitatore che, ingannato dal colpo d’occhio, constata con sollevato disincanto, che quei serpenti che si attorcigliano e si avviluppano gli uni con gli altri in lunghi fili, altro non sono che una varietà di piante grasse.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.act1.it/images/Padova-Orto-botanico--57--mini_q4bsk29w.JPG"  width="251" height="376" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Altrettanto colpito, se non per lo stesso motivo, deve essere stato Goethe in quest’orto nel vedere una palma a cui poi si è legato il suo nome.</span><span class="fs9lh1-5"> </span><div><img class="image-7 fleft" src="https://www.act1.it/images/Padova-Orto-botanico--8--mini_ku56vcy1.JPG"  width="251" height="377" /><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">La “palma di Goethe” risale al 1585 e oggi misura dodici metri di altezza ma abbastanza alta doveva già esserlo ai tempi in cui il poeta la vide durante il suo famoso tour nel 1786 e da essa trasse ispirazione per elaborare una teoria di tipo evoluzionistico che, secondo alcuni, avrebbe anticipato l’ipotesi darwiniana anche se non ebbe alcun riscontro scientifico. A differenza di Darwin Goethe parla di una essenza interiore che dà origine al primo esemplare, una sorta di prototipo, il quale poi si adatta a condizioni ambientali diverse. Un’ipotesi affascinante che suggerisce l’idea di un’architettura interna alla base delle modificazioni a cui le piante andrebbero soggette. In verità la palma di Goethe non è pianta originaria e fin dalla sua piantumazione è stata protetta con serre che via via sono state ingrandite seguendo la crescita della pianta e che le hanno permesso di godere di buona salute per più di quattrocento anni.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-8" src="https://www.act1.it/images/Padova-Orto-botanico--11--mini.JPG"  width="324" height="485" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Comunque sia, l’ipotesi di un’essenza interiore alle piante è affascinante e, come le analogie con il mondo animale ce le rendono più vicine nella fantasia così, immaginarle sensibili, smuove la nostra empatia. Per questo osservarne lo scempio è doloroso. </span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 15 May 2018 17:40:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Abbastanza]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/scatola1.jpg"  width="242" height="323" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Di Sofia Viscardi mi ha parlato per la prima volta una mia alunna, sua grande ammiratrice. Così, ignara di chi fosse il personaggio, per non perdere terreno con i miei studenti, sono andata a curiosare tra i video che la famosa (ma non per me fino a quel momento) YouTuber propone con regolarità e costanza sulla rete.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Tra questi mi sono imbattuta in un ragionamento (piuttosto prolisso, a dir la verità, con una verbosità di quelle che se osassi adottare in classe scatterebbe il riflesso condizionato “mano-alzata-posso-uscire”, ma lì funzionava, evidentemente), un ragionamento, dicevo, sulla difficoltà di conciliare il proprio tempo libero con i compiti e lo studio e l’esortazione agli insegnanti ad andarci piano con troppe richieste (sic!).</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Siccome quella mia alunna - sì, la fan della YouTuber - era un tipo che curava molto di più il tempo libero che l’impegno domestico (che tradotto dal gergo scolastico sarebbero i compiti a casa), ho ritenuto quel video perfettamente coerente con il suo profilo e me ne sono compiaciuta per la consequenzialità dimostrata dal pensiero ai fatti. Credo tuttavia, per dare a Cesare quel che è di Cesare, che nella sua poca solerzia ci mettesse molto di suo e che come influencer <st1:personname productid="la Viscardi" w:st="on">la Viscardi</st1:personname> abbia avuto un ruolo marginale su questo tema, semmai di conferma di certezze già acquisite.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ma sto divagando e non è di quell’alunna che volevo parlare ma dell’ultimo libro di Sofia Viscardi, il suo secondo romanzo. Parlare, però, è una parola grossa perché non l’ho letto e così vado solo a naso.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Insomma, per farla breve, l’altro giorno, alla fine di una settimana piuttosto faticosa, mi concedo un’oretta in libreria. Trovo </span><span class="fs12"><i>Abbastanza</i></span><span class="fs12">, l’ultima fatica della YouTuber, edita da Mondadori. Non resisto alla tentazione. Davanti, oltre al titolo e al nome dell’autrice, due foto di ragazzi che si baciano, quindi suppongo che il tema sia l’adolescenza: mi può interessare. Sulla quarta di copertina leggo: “La scuola, gli amici, l’adolescenza, la matura, l’amore.” Non mi sono sbagliata, e poi continua: “È tutta una questione di essere abbastanza.” Già, può essere… ma mi coglie di sorpresa il “tocco di fioretto” finale: “E io non sono mai abbastanza un cazzo.”</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Dopo questa presentazione avrei potuto averne abbastanza anch’io ma, non contenta, apro a caso e trovo (mi si perdonino le citazioni poco rigorose, dato che non mi sono appuntata i numeri di pagina, ma credo che l’operazione possa essere ripetuta da chiunque con uguale fortuna): in una &nbsp;pagina “stronzate”, altra pagina “coglione”, altra ancora “merda”. A quel punto decido che ne ho proprio abbastanza e penso che non consiglierò il libro come lettura per le vacanze a costo di sembrare snob, passata; mi si dica pure vecchia, superficiale perché, lo ripeto, il romanzo non l’ho letto e il mio più che un giudizio è una sensazione, sommaria, per giunta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Forse mi perdo qualcosa perché l’argomento è di quelli “forti”, lo stile è accattivante. Leggendolo potrei conoscere di più sui gusti dei ragazzi, sui loro comportamenti e riflettere magari su certe scelte editoriali che li interessano. Potrei ma, pazienza, non lo faccio. In compenso mi risparmio qualche parolaccia che di questi tempi è già un gran sollievo.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 21 Apr 2018 20:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[La commedia umana]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"> 	 	 	<style type="text/css"> 	<!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--> 	</style> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Commedia1-mini.JPG"  width="289" height="335" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">È stato il mio libro di narrativa delle medie, ero forse in seconda.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Complice una indi-sposizione che mi ha costretto a casa per alcuni giorni, l'ho riletto tutto d'un fiato in quel lungo pomeriggio di più di quarant'anni dopo. A dire la verità avevo tentato più volte di recuperare l'edi-zione a uso scolastico, con le noiose schede di ap-profondimento in appendice ma <i>La commedia umana</i> di William Saroyan non c'era più tra i miei vecchi libri.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Provvidenziale è arrivata la riedizione dell'opera per i tipi della <i>Marcos y Marcos</i>. Così ho ritrovato quel testo che mi era rimasto tanto impresso.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Leggendolo, però, ho provato una delusione: cosa mi aveva tanto colpito da farmelo prima cercare e poi comprare con tante aspettative?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12"><i>La commedia umana</i> è un frammento di vita di un ragazzo, Homer Macauley, della sua modesta famiglia che riesce a fronteggiare dignitosamente le avversità, ma soprattutto è il ritratto di un luogo, Ithaca, la piccola cittadina della West Coast americana. Il padre di Homer è morto pochi anni prima, il fratello maggiore, Marcus, è partito per la guerra (siamo nel secondo conflitto mondiale), il ragazzo frequenta il liceo e, anche se ha solo quattordici anni e la legge non lo permetterebbe, alla sera si è impiegato come fattorino nell'ufficio telegrafico per contribuire al bilancio famigliare e permettere alla sorella Bess di andare all'università. Il componente più piccolo di questo nucleo famigliare è Ulysses, un bambino di quattro anni fin troppo giudizioso, una caratteristica che non manca ai personaggi del romanzo. Tutti sono buoni e si aiutano l'un l'altro, i bambini, anche molto piccoli, pensano e agiscono come adulti assennati. Anche Homer sembra un personaggio irreale, fin troppo responsabile, l'unica “tirata” provocatoria è quella sui nasi durante un assurdo dibattito scolastico, una pagina che, come quelle sulla gara ad ostacoli del liceo, sembra piuttosto estemporanea nell'economia dell'opera. Sì perché lo stile non convince, volutamente ingenuo nel proporre una realtà edulcorata e stucchevole, l'unico personaggio “opaco” è il professore di ginnastica, il signor Byfield poco caratterizzato però e del quale viene presentata solo la gratuita malafede.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Certo non mancano nel libro delle parti felici, brani in cui Saroyan riesce a esprimersi in maniera quasi poetica come il dialogo tra Homer e la madre dopo il lavoro o episodi ironici come quello al Circolo delle conferenze la cui conclusione però ne frammenta la coerenza perché ricade nella trappola dei buoni sentimenti.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ma allora perché quel libro aveva un posto così speciale nelle mie letture? Non basta la giovane età a farne un campione perché sono sempre stata molto selettiva in fatto di libri. C'era qualcosa che mi richiamava a rileggerlo, un'atmosfera che mi attraeva, un particolare clima.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il protagonista de <i>La commedia umana</i> non è Homer, il ragazzo del telegrafo, né suo fratello Ulysses, sempre in giro per la città a scoprire cose nuove, né le tante figure che si susseguono nel racconto ma tutte loro insieme e soprattutto il luogo dove esse vivono, Ithaca.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ithaca rappresenta la casa, la metafora del ritornare, il luogo al quale si sente di appartenere, come il soldato Tobey, l'amico di Marcus che, senza averla mai vista, la sente come la sua città, lui che, orfano, non ha una città dove andare. Ithaca è un brulicare di vita, di affetti, la nostalgia per chi è lontano, la serenità per chi ci vive, il luogo in cui ci si contenta “di come si è”, come dice il vecchio Grogan sintetizzando a Homer il senso di tutta la vicenda. Le ultime pagine sono addirittura commoventi (e mai avrei pensato di asciugare una lacrima dopo aver provato quasi fastidio per quell'accozzaglia di buoni sentimenti). Le ultime parole della signora Macauley, che ha appena appreso della morte del figlio, sono per Tobey, l'amico senza casa, l'unico che è ritornato: “Entra, ti prego, non vuoi che ti facciamo vedere la casa?”</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Così mi sono spiegata tutto quel mio gran cercare il libro delle medie: rileggerlo è stato anche per me un ritornare a Ithaca.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 17 Mar 2018 16:04:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Della scuola, dei vaccini e del cittadino]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000B"><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Devo a mio padre l’aver conservato molte cose che risalgono alla mia infanzia: disegni, quaderni, certificati, perfino ricette mediche. Così, rovistando tra le vecchie carte, mi è capitato tra le mani l’invito, da parte del medico ufficiale sanitario, ad effettuare la vaccinazione contro la poliomielite. La lettera era rivolta a mio padre, un prestampato con gli spazi da compilare con i dati di ogni bambino. Certo la forma è standard e veniva inviata a tutte le famiglie ma il documento è apprezzabile per lo stile che non stento a definire quasi poetico. Il rapporto medico-paziente è personalizzato da una affettuosa retorica, certamente fuori da questo nostro tempo segnato dall’efficientismo, dalla informatizzazione del sistema, da generali principi di <i>policy</i> che hanno trasformato il malato in un utente.</span></div> &nbsp;<div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Torre3.jpg"  width="390" height="381" /><br></div><div><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Invece quel testo, come ho detto, è sensibile, educato, persuasivo; ne riporto alcune frasi, le più significative. Esordisce dicendo:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12"><i>Adempio il dovere di farVi presente che Vostra figliuola (segue nome) si trova attualmente nell’età in cui è maggiormente indicata la vaccinazione contro la poliomielite, dato che appunto in questa età maggiore è la disposizione a contrarre detta malattia</i>.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Seguono delle evidenze sull’opportunità di far vaccinare i bambini, poi si affermano i limiti della “scienza medica” nell’<i>assicurare la guarigione completa della poliomielite</i>. Per concludere che</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12"><i>nei confronti di una così temibile infermità, è più che mai necessario attenersi a quanto da secoli la saggezza consiglia: “meglio prevenire che curare”</i>.</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">E infine è posta un’esortazione seguita da un consiglio:</span></div> &nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12"><i>Ricorrete, dunque, anche Voi, con fiducia, a questa efficace difesa della Vostra bambina! Il mio consiglio è dettato dalla mia coscienza e dalle mie cognizioni di medico: <st1:personname productid="la Vostra" w:st="on">la &nbsp;Vostra</st1:personname> decisione sarà ispirata dall’affetto per <st1:personname productid="la Vostra" w:st="on">la Vostra</st1:personname> creatura e dalla piena consapevolezza dei compiti inerenti alla Vostra missione</i>.</span></div> &nbsp;</div><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/Torre1.jpg"  width="295" height="416" /></div><div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Colpisce lo stile, certa-mente datato, con un lessico forse artefatto: creatura, missione… ma colpisce anche il tono, pacato e semplice: non c’è in questa lettera la boria del sapiente o l’arroganza del potere. E, infatti, ma è piuttosto suggerito che detto, la medicina non è onnipotente, come si tende a pensare al giorno d’oggi. Anzi, tra tutte le discipline scientifiche è quella meno definitiva (posto che questa parola abbia un senso rispetto al processo scientifico). Non è un dogma assoluto ma una ricerca che si basa su sperimentazione ed evidenze elaborate in termini statistici e in una parte della lettera anche questo viene implicitamente dichiarato. Il fatto è che proprio l’uso strumentale dei dati statistici può fortemente condizionare non solo l’opinione pubblica ma anche assunzioni di ben più alta rilevanza. Come si deve porre dunque la scienza medica di fronte a decisioni che riguardano l’intera società ma che prima di tutto interessano il singolo e il suo diritto di scegliere? Deve spiegare e dar conto delle evidenze (non delle assolute certezze) in suo possesso o arroccarsi su posizioni fondate sull’arrogante principio di “quelli che sanno”? La domanda è retorica e la risposta è scontata. Meno scontato, riferendomi al tema dei vaccini come condizione per la frequenza scolastica, è l’alternativa tra il diritto alla salute e il diritto allo studio. Come si conciliano, rispetto alla recente normativa, i due diritti? Mi sembra che la protervia con cui è stata gestita la questione da parte delle istituzioni abbia esacerbato gli animi e, anziché trovare delle vie alternative di confronto, abbia contribuito a definire in maniera netta posizioni che potevano essere più sfumate e concilianti nel rispetto dei diritti di tutti. Come ha fatto la mia vecchia lettera d’invito, pretesto per queste considerazioni, sarebbe stato meglio spiegare, argomentare, entrando in punta di piedi nella vita delle persone con il rispetto che esse meritano. Si è preferito, invece, sfruttare il vantaggio delle posizioni di partenza ma così, inutile dirlo, il gioco è risultato poco “sportivo”.</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 19 Feb 2018 18:03:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 16 - Le finestre]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000008"> 	 	 	<style type="text/css"> 	<!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 	--> 	</style> &nbsp;&nbsp;<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Che cosa ci raccontano le finestre? O, meglio, che cosa ci lasciano immaginare? Perché le storie, quelle vere, sono una proprietà privata ed è bene tenersele strette, ma la fantasia, quella è di tutti e non c’è un limite nel creare immagini e situazioni.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Panchia--1--mini_doda0d76.JPG"  width="282" height="422" /><span class="fs12"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Così, per liberare un po’ la mente, mi piace immaginare che cosa sta dietro alle finestre che incontro, ma non mi interessano tutte: a dir la verità, le scelgo senza criterio né metodo. A volte mi colpiscono finestre del tutto banali - e sono quelle a me familiari - che vedo durante le mie passeggiate: mi basta un appiglio, una luce, uno scaffale supposto nello spazio tra due tende; altre volte sono finestre più complicate che ho trovato in altri paesi e che per la loro forma, per la loro bellezza o per altro particolare si sono distinte.</span></div> <div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/Varsavia.JPG"  width="282" height="194" /><span class="fs12"><br> </span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">C’era un terrazzino di fronte alla mia prima casa da sposa, trascurato e sporco, subiva le continue incursioni dei colombi che tormentavano tutto il quartiere. La casa sembrava quasi abbandonata ma c’era vita dietro a quelle persiane che venivano aperte ogni mattina. Ero ancora all’università e tra il falsificazionismo di Popper e l’ontologia di Heidegger mi piaceva prendermi delle pause e fare congetture sugli inquilini del terrazzino. Il mio ultimo esame prima della tesi, uno dei più temuti: il terzo di Storia della Filosofia ma, forse, ad essere temuto era soprattutto il professore, figura austera che aveva fama di essere poco “amichevole”. Oppure era il corso monografico - quell’anno su Hegel – che mi ossessionava con quel suo sistema in cui finito ed infinito dialetticamente si nascondono, si rincorrono e si palesano, proprio come quei bambini di cui mi piaceva immaginare l’esistenza oltre il terrazzino e ogni volta che mi sembrava di vedere le tende muoversi avevo come la sensazione di sentirli ridere e gridare. Non ho mai visto nessuno affacciarsi a quelle finestre, l’unico segno di vita rimasero le persiane che si aprivano con regolarità ogni mattina e un triciclo pencolante sul terrazzino.</span></div> <div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/98-San-Gallo--11--mini.JPG"  width="206" height="309" /> &nbsp;&nbsp;<img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/98-San-Gallo--10--mini.JPG"  width="207" height="310" /><span class="fs12"><br> </span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Le finestre a sporto di San Gallo sono bellissime, decorate in mille modi: colorate con tinte vivaci, istoriate, eccentriche, più sobrie, mai scontate. Ma sono troppo ricche per raccontarmi delle storie. L’immaginazione ha bisogno di poco. Ho visto però una finestra che tra le altre mi è sembrata più interessante: quella con le facce di manichini.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">In quella casa, ne sono sicura, ci sono dei ragazzi, artisti di strada, di quelli che si vedono nelle piazzette delle città più grandi. Vivono lontano dalle loro famiglie e per qualcuno di loro forse è un mezzo per pagarsi gli studi, per altri solo la passione per la scena. Adesso i manichini sono stati riposti fino a sera, quando ci sarà l’esibizione. Le bambole hanno lo sguardo fisso davanti a sé e sembrano non curarsi della gente che passa di sotto ma qualcosa nelle loro espressioni mi fa capire che invece sono molto attente e, come quei bambini del terrazzino, in assenza dei loro padroni aspettano il momento giusto per fare le marachelle.</span><br></div> <div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/SAM_0477-mini.JPG"  width="282" height="188" /><span class="fs12"><br> </span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Dietro alla finestra con il tetto a punta coperto di neve, invece, c’è una donna che macina caffè e fiuta tabacco, lo fa da tanto tempo e lo farà ancora per chissà quanto perché vive in un ricordo. È vestita di nero e tutto intorno la stanza è scura, con il soffitto che sembra si sia alzato quando la bambina è entrata. La finestra è piccola e non faceva pensare ad un interno così grande. La bambina si spaura vedendo la donna che gira tre volte la manovella e fiuta una presa di tabacco, poi altri tre giri e una presa di tabacco, e così via, senza stancarsi mai. Solo ogni tanto si ferma per soffiarsi il naso. Non è benevola con la bambina: se non le piace il posto, la casa, che se ne torni da dove è venuta. La bambina piange ed esce; va nel fienile dove trova la piccola gerla che qualcuno le ha regalato. Così si consola ma nella casa della finestra con il tetto a punta coperto di neve non vuole più tornare.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.act1.it/images/Irlanda.jpg"  width="282" height="193" /><span class="fs12"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">Nel Connemara vivono due leprechaun, <a href="http://act1.it/files/m-m.pdf" onclick="return x5engine.utils.imPopUpWin('http://act1.it/files/m-m.pdf','imPopUp', 900,675);" class="imCssLink">Munachar e Manachar</a>, li vedo dietro le tendine che ballano in maniera scomposta e si tormentano facendosi dispetti. Sono così piccoli che, pur di affacciarsi alla finestra, curiosi come sono, darebbero una fortuna per una spanna in più, in compenso ne hanno messe sui berretti, di spanne, voglio dire: quelle punte si agitano come forsennate! E se fossero invece le <a href="http://act1.it/files/donne.pdf" onclick="return x5engine.utils.imPopUpWin('http://act1.it/files/donne.pdf','imPopUp', 900,675);" class="imCssLink">donne con le corna</a>?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12">L’ipotesi è interessante e qui la fantasia può andare…</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 14 Jan 2018 17:09:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 15 - I dolcetti del matrimonio]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000004">
	
	
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<div class="imTAJustify"><span class="fs12">L’ospitalità tunisina
è una delle cose che mi ha colpito di più visitando i paesi del
Maghreb. Mi ero avvicinata a quel mondo con una certa titubanza ma
anche con un grande desiderio di conoscere e di capire. Quando ci
andammo i paesi africani che si affacciavano sul Mediterraneo erano
un mondo per noi ancora molto lontano, esotico, ma già allora quella
distanza era riuscita a ridursi attraverso dei gesti quotidiani, ai
quali in altre situazioni non avrei dato peso ma che lì, in quel
momento, mi sembrarono importanti. Tutto contribuì a farci sentire
ospiti graditi: dal commerciante che, con un approssimativo “io
guardo” e senza volere nulla in cambio, si era reso disponibile a
sorvegliare la nostra moto mentre ci avventuravamo nella medina di
Tunisi, ai ragazzi che, di ritorno dal deserto, ci offrirono da bere
e da lavarci, ai dolcetti di quel matrimonio tunisino, di cui ricordo
ancora il sapore.</span></div>
<div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Tunisia4.JPG"  width="274" height="411" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il dolce di marzapane e
il profumo dei gelsomini sono le mie <i>madeleine</i>, le sensazioni
che mi riportano alle notti del nord Africa e in particolare a quella
notte, la notte del matrimonio tunisino.</span></div>
<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il giorno prima il
venditore di tappeti nel suo <i>atelier</i> nella medina mi aveva
invitato a sedermi su un letto, forse a quattro piazze, comunque
enorme, sopravvissuto all’istituto della poligamia che, con un atto
rivoluzionario per i tempi, era stata abolita in quel paese nel 1956.
L’uomo me lo disse con una certa fierezza, con la convinzione di
essere un moderno. Il suo scopo era quello di venderci un tappeto ma
fu gentile, la storia ci piacque e quel tappeto è da trent’anni
nel nostro salotto.</span></div>
<div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/Tunisia-2-.jpg"  width="295" height="198" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La sera in albergo c’era
un matrimonio. Un’insolita cerimonia, probabilmente il culmine dei
festeggiamenti che secondo la tradizione sembra durino più giorni in
Tunisia e &nbsp;che noi cercammo di spiare, non visti, dal balcone della
nostra camera. La nostra discrezione però fu inutile perché fummo
presto scoperti e ad un certo punto arrivò un cameriere con un
vassoio di dolcetti, dono degli sposi, che evidentemente, loro sì,
ci avevano visto molto bene. Colti sul fatto e con un po’ di
vergogna dovemmo palesare la nostra presenza ai festeggiati.</span></div>
<div class="imTAJustify"><span class="fs12">La sposa stava su un
trono, con un abito sfarzoso di cui il velo colorato, che le copriva
parzialmente il viso, era un componente fondamentale. Piccoli
pendagli dorati le scendevano sulla fronte e file di catene le
incorniciavano il viso fino sul petto; sotto, il velo era sostenuto
da un rinforzo circolare che rendeva la forma piatta sulla testa, in
cima. Alle mani e ai polsi la sposa aveva anelli, bracciali,
catenelle. Anche il marito le sedeva accanto ma, a differenza di lei,
si alzava ogni tanto e si univa alle danze degli invitati. Era
decisamente più libero, la donna invece era ferma, si lasciava
“corteggiare” dagli invitati che le giravano intorno ballando e
muovendosi, ogni tanto le si avvicinavano e la accarezzavano o
indicavano i suoi vestimenti con gesti di ammirazione. Tutto sembrava
ben orchestrato, le movenze erano obbligate eppure sincere. Come una
pantomima, in cui ognuno aveva un ruolo e lo sosteneva con molta
convinzione: la sposa veniva onorata dagli invitati nella sua
posizione di privilegio.</span></div>
<div class="imTAJustify"><span class="fs12">Quel matrimonio per noi
inusuale ci aveva colpito immediatamente e per questo ci eravamo
attardati sul balcone a guardare, mai avremmo pensato di partecipare
a quell’evento con dei dolcetti di marzapane che degli sconosciuti,
nella loro felicità, ci offrirono.</span></div>
<div class="imTAJustify"><br>
</div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 07 Dec 2017 21:18:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Una lettura scenica]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Scuola_e_Teatro"><![CDATA[Scuola e Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000003"><div class="imTACenter"><span class="imTAJustify fs12lh1-5">Una lettura scenica tratta da </span><span class="imTAJustify fs12lh1-5"><i>L’amico ritrovato</i></span><span class="imTAJustify fs12lh1-5"> di Fred Uhlman</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5"><i>Suggerimenti per la messa in scena di uno spettacolo con una classe terza di scuola secondaria di primo grado</i></span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/pixabay-bb4b3dcb982e44425e.jpg"  width="321" height="213" /><span class="fs12lh1-5"><br></span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Lo spettacolo prevede un allestimento essenziale: sul palco solo un leggio posto in uno dei lati. Lo spazio restante è riservato alla scena “agita”. Infatti è stata scelta una formula a metà tra la lettura scenica e la rappresentazione teatrale; ai brani letti si alternano momenti recitati e momenti in cui il racconto è affidato alla gestualità e al movimento. Anche l’illuminazione, così come la scena sarà diversa per le due parti: fissa sul leggio, seguirà invece i cambi di azione nello spazio rimanente.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Ma come si arriva ad una lettura espressiva? Quali sono le richieste affinché sia davvero efficace e non si trasformi in uno svolgimento noioso?</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Il primo obiettivo a cui tendere nella preparazione dello spettacolo è la correttezza nella pronuncia, non tanto per seguire in maniera ferrea le regole di dizione (anche se è importante che, pur nelle differenti sfumature regionali si arrivi ad un italiano medio) quanto la precisione che si ottiene scandendo bene le parole, abbandonando la fretta ed esercitandosi alla lentezza, rispettando le pause e il ritmo della narrazione, evitando le cantilene e i birignao, dando rilevanza alle parole-chiave del testo.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">È piuttosto comune, specialmente nella lettura dei ragazzi, in presenza di un punto interrogativo terminare la frase spostando l’intonazione verso l’alto. Nulla di più sbagliato e fastidioso dell’effetto domanda che diventa una vera e propria cantilena. Le frasi interrogative si leggono invece proprio al contrario: è all’inizio che l’intonazione va su per poi scendere come se fosse una normale frase dichiarativa. Per dire: “Cosa potevo offrire a quel ragazzo?” (una battuta del testo) non si deve salire sulla parola “ragazzo” ma sulla prima parte della frase “cosa potevo offrire”.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Questo lavoro preliminare può essere fatto su qualunque testo perché si tratta di creare un’abitudine alla lettura ad alta voce. Sul copione invece si lavorerà evidenziando i punti importanti, quelli ai quali dare rilevanza, le parole chiave che sono come dei grimaldelli per dischiudere ciò che si deve cogliere sotto il testo che verrà letto. Va fatto per così dire a tavolino e il modo migliore è disporsi in cerchio e guardarsi negli occhi, per non perdere l’attenzione dei ragazzi e dare il senso del lavoro collettivo.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Quando si sarà raggiunta una certa sicurezza nella lettura bisognerà dedicarsi alla gestualità e alla gestione dello spazio sul palco. Sarà necessario stabilire bene le entrate e le uscite per raggiungere il leggio e, contemporaneamente, animare la scena con le azioni corali. È un aspetto da curare con molta attenzione per evitare incertezze e momenti morti durante la rappresentazione.</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5">Nella mia proposta lo svolgimento della vicenda, segnato da un’amicizia che si costruisce tra due ragazzi che hanno gli stessi interessi ma che le convenzioni e le regole imposte dalle circostanze separeranno, dall’allontanamento brusco e dal successivo ritrovamento, viene suggerito dai gesti di un personaggio che in scena distende un lungo telo di stoffa bianca (l’amicizia che si costruisce e si sviluppa). Quando i due amici si separeranno anche il telo verrà strappato in pezzi, riannodati nel finale, a significare il ricongiungimento e la “ritrovata amicizia”</span></div> <div class="imTAJustify"><span class="fs12lh1-5"><br> </span></div> <div class="imTACenter"><span class="fs11lh1-5">(Il testo dello spettacolo si trova nella sezione Teatro - <a href="https://www.act1.it/copioni.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.act1.it/copioni.html', null, false)">Copioni del sito</a>)</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 29 Oct 2017 16:48:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[L'amico ritrovato - Destinatario sconosciuto]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000001"><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Mi era stato consigliato da una collega e amica dopo che, per un anno, con una classe di terza media, avevo lavorato su <i><a href="https://www.act1.it/una-lettura-scenica.html" class="imCssLink" onclick="return x5engine.utils.location('https://www.act1.it/una-lettura-scenica.html', null, false)">L’amico ritrovato</a></i> di Fred Uhlman. L'ho letto tutto d'un fiato: è veloce ma solo nella forma.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Si tratta di un lungo racconto epistolare scritto da Kressman Taylor nel 1938 e pubblicato in Italia nel 2000 col titolo <i>Destinatario sconosciuto</i>.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/SG-Libri5.JPG"  width="300" height="200" /><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Come per L’amico ritrovato il tema è un’amicizia che viene travolta dagli eventi che in Germania precedettero lo scoppio della seconda guerra mondiale e in particolare dall' essere, uno dei due amici, di origine ebraica.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12"><i>Destinatario sconosciuto</i> è tratto da una storia vera e da alcune lettere su cui l’autrice statunitense di origine tedesca si era basata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Se ne <i>L’amico ritrovato</i> i due protagonisti sono degli adolescenti, Konradin e Hans, i personaggi della Taylor sono due adulti, amici uniti dagli affari negli Stati Uniti ma originari della Germania. La galleria d’arte di cui sono soci, lo si capisce subito dalla prima lettera, continua ad essere portata avanti da Max, l’amico ebreo, mentre l’altro, Martin è da poco ritornato con la famiglia in Germania dove ha scoperto di poter vivere con agio, grazie al denaro accumulato in America, nel paese che sta sopportando con afflizione le conseguenze della prima guerra mondiale. Ma la soddisfazione di Martin per il suo relativo benessere diventa ben presto coinvolgimento e adesione all’ideologia nazista e alle teorie antisemite. Con pochi tratti (il racconto in origine era stato pubblicato sulla rivista americana “Story”) l’autrice riesce a dare un quadro dell’epoca attraverso i sentimenti e i pensieri di due uomini prima amici e poi divisi irreparabilmente.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Casa-Ghetto.JPG"  width="333" height="222" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Lo stile narrativo è diverso: più diretto quello della Taylor, pieno di rimandi e suggestioni il testo di Uhlman, ma ci sono buoni motivi per comparare i due libri e ritrovare in essi sinistre analogie con il presente. Si considerino innanzitutto le giustificazioni fornite dai due amici che aderiscono al nazismo. Le parole di Max sono fredde, calcolate, grette; riferendosi ai pogrom così si esprime nella lettera datata 9 luglio 1933 e scritta per la prima volta su carta intestata della banca in cui lavora (indizio significativo che evidenzia il distacco): “Per quanto riguarda i gravi avvenimenti che ti hanno tanto sconvolto, anche a me all’inizio non piacevano affatto, ma poi ho dovuto ammettere che si rendevano dolorosamente necessari (…)”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Anche Konradin, il giovane tedesco de <i>L’amico ritrovato</i>, nella sua ultima lettera motiva all’amico ebreo Hans l’adesione della sua famiglia al nazismo come un fatto inevitabile, anche se lo fa esprimendosi in maniera più ideale (e forse questo, unito alla sua giovane età e agli esiti che avrà la sua vita, ne dà una parziale discolpa): “La Germania di domani sarà diversa da quella che abbiamo conosciuto. Sarà una nazione nuova, guidata da un uomo che deciderà del nostro fato e di quello di tutto il mondo per i prossimi cento anni. So che resterai sconvolto nell’apprendere che io credo in quest’uomo (…)”.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-2 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Varsavia---Muro-del-Ghetto---26-.JPG"  width="328" height="492" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Quello che colpisce nel racconto della Taylor rispetto al romanzo breve di Uhlman è l’amarezza della conclusione. La storia di Uhlman ci lascia uno spiraglio di umanità: il ritrova-mento simbolico dell’ amicizia fra i due ragazzi è un mes-saggio positivo; nel libro della Taylor la conclusione è una vendetta che, sulle prime, sollecita un sentimento primitivo di giustizia che è in ognuno di noi ma poi, ad una riflessione più approfondita, ferisce come un pugno nello stomaco.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il messaggio de <i>L’amico ritrovato</i> è forte ma espresso in maniera lieve, quello di <i>Destinatario sconosciuto</i> ha tutto il peso del castigo. Ognuno di noi, di fronte alla colpa e al reo, ha una posizione ben precisa che deriva dalla sua sensibilità, dalla formazione, dal contesto culturale in cui vive, tuttavia, per mantenere il senso della civiltà bisogna distinguere tra il sentire privato e quello collettivo e pubblico, separare la comprensibile reazione personale dalla giustizia che è frutto di un patto sociale e che pertanto trascende i sentimenti dei singoli. Ci sentiamo appagati di fronte ad una “giusta punizione” ma il giudicare che ci sostiene in un primo tempo, svuotatosi dallo sdegno del momento, ci lascia le domande e sono sempre domande scomode: cosa avrei fatto io? fino a dove si spinge il mio coraggio? quali responsabilità ho nei confronti di chi amo? Per questo il libro di Kressmann Taylor è bello e potente, pur nella sua brevità, ma appartiene al privato perché ci chiede uno sforzo critico per essere “digerito”.</span></div><div class="imTAJustify"><hr></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Fred Uhlman, <i>L’amico ritrovato</i>, Feltrinelli, Milano, 2007.<br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Kressmann Taylor, <i>Destinatario sconosciuto</i>, BUR, Milano, 2014.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 28 Oct 2017 19:34:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 14 - Crespi d'Adda]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_3p19lfly"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Crespi-d-Adda--9-.JPG"  width="321" height="181" /><span class="fs12">Crespi d’Adda è uno dei villaggi operai che tra Otto e Novecento venivano costruiti attorno agli opifici e poi alle fabbriche di più ampie dimensioni e che ha conservato intatto il suo assetto urbanistico originario. La sua costruzione inizia negli ultimi vent’anni dell’Ottocento per concludersi nel 1920 su una sponda dell’Adda, in una zona particolarmente favorevole per la ricchezza d’acqua, essenziale alla produzione cotoniera.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il signor Crespi infatti aveva acquistato il terreno per costruire il cotonificio che diventerà l’impresa di famiglia. A parte l’abitazione-castello del padrone che, con la chiesa costituisce il centro del potere, quasi un retaggio feudale, il vero fulcro del paese, ciò che lo rende “moderno” è la fabbrica che con la sua maestosità attira immediatamente l’interesse del visitatore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La costruzione del villaggio risponde ad un’idea paternalistica della società e del lavoro, effetto di quell’utopia sociale che si impose nella prima metà del secolo con l’intento lungimirante più o meno dichiarato di opporsi alle idee socialiste e rivoluzionarie. L’obiettivo era infatti quello di istituire un ordine sociale in cui capitale e forza lavoro potessero convivere in armonia e concordia.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-8 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Crespi-d-Adda--11-.JPG"  width="250" height="444" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Le case degli operai di Crespi d’Adda erano sufficientemente spaziose per ospitare una o due famiglie che condividevano lo stesso edificio diviso in due abita</span><span class="fs12">zioni separate.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Accanto o sul retro c’era un orto da coltivare che veniva regolarmente controllato dal padrone il quale sapeva bene ciò che serviva ai propri operai. Prendersi cura di un piccolo appezzamento di terra significava, infatti, non sperperare il proprio tempo libero, evitare le lusinghe dell’osteria e la conseguente piaga dell’alcolismo e contribuire con il ricavato al sostentamento della famiglia. Infine allo stare a piedi nudi sulla terra veniva attribuita una funzione terapeutica perché permetteva, secondo le idee igieniste di Crespi, di arrestare negli operai più giovani e gracili i primi segni di rachitismo dovuti alle posizioni viziate che assumevano durante i turni di lavoro.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-7 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Crespi-d-Adda--3-.JPG"  width="250" height="444" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Nel villaggio si scandiva una vita organizzata attorno ai ritmi della fabbrica; dopo il lavoro erano previste strutture di sostegno, aggregazione e svago, prime fra tutte l’asilo e la scuola, l’ambulatorio, il lavatoio, la chiesa, il teatro, il velodromo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ai dirigenti dell’azienda erano riservati degli eleganti villini in stile eclettico costruiti con materiale più ricercato. Ma è soprattutto il cimitero il luogo in cui le differenze sociali vengono rimarcate. Esso si presenta con un lungo viale ai cui lati stanno le tombe degli operai: semplici tumuli con i simboli del lavoro; di fronte, alla fine del viale, il grande mausoleo dei Crespi sovrasta imponente lo spazio circostante con la sua massiccia forma piramidale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">È innegabile che la vita degli operai dell’opificio Crespi fosse migliore di quella di tanti altri lavoratori e che le motivazioni della sua edificazione derivino da una sensibilità filantropica non tanto comune all’epoca, eppure l’esistenza stessa del villaggio rivela un atteggiamento che “concedendo” delle condizioni di vita vantaggiose vuole legare a sé il subalterno, un soggetto ritenuto incapace di organizzare liberamente la sua vita manifestando i propri bisogni e rivendicando i propri diritti.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-6" src="https://www.act1.it/images/SG-Crespi-d-Adda--5a-.JPG"  width="330" height="352" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Guardando dall’alto il villaggio con le sue file di case ordinate vien da porsi l’eterna domanda, un dilemma più che una domanda (tanto più urgente nei momenti di insicurezza), se sia più conveniente mantenere la libertà di pensiero e di scelta o avere la certezza di un tetto sulla testa. All’idealista verrebbe da rispondere la prima, ma come si fa a pensare e scegliere nell’indigenza? Se invece si decide per la seconda alternativa, quella della sicurezza - garantita però da un rapporto di subordinazione - che ne è del rispetto per noi stessi?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">E di rimando si presenta un’altra questione: il povero, il derelitto, di quale rispetto gode? Di quello degli altri? o di se stesso?</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Domande che mettono in crisi e che certamente superano l’impegno di una visita.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 19:47:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[E' a copertinare]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000006"><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/Drago_9ctyiq2q.jpg"  width="332" height="465" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12 ff1">Ieri</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12 ff1">Ricordo l’inizio della scuola di quando ero bambina: l’acquisto del materiale, i libri, i quaderni, la prima cartella di cuoio, il suo odore…</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12 ff1">Mio padre faceva il militare e il lavoro, gli addestramenti, i campi militari lo tenevano spesso fuori casa, ma i momenti che ci dedicava erano intensi e preziosi. Uno di questi, all’inizio dell’anno scolastico era dedicato alla copertura dei libri e dei quaderni. I primi anni la carta era spessa, di colore blu, poi si è passati alla più moderna plastica trasparente.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12 ff1">Alla sera mio padre eseguiva le operazioni con una precisione che gli invidiavo e che, connaturata alla sua stessa persona, mi sembrava non avrei mai potuto eguagliare. Sgombrava il tavolo della cucina e appoggiava i libri e i quaderni da una parte, poi tagliava dal rotolo dei rettangoli sufficienti alla copertura, non troppo grandi per evitare di piegarli più volte né troppo piccoli da non coprire tutta la superficie: giusti. Con cura rivestiva il libro fissando i risvolti all’interno delle copertina, tagliando gli angoli a quarantacinque gradi perché dovevano essere precisi anche se da fuori non si vedevano. La linguetta ritagliata tra il davanti e il dietro veniva piegata all’interno per rinforzare la costa. Infine preparava le etichette: nome, cognome, classe, materia.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12 ff1">Oggi</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12 ff1">I primi giorni, si sa, i ragazzi sono spesso sprovvisti del materiale: libri non consegnati in tempo, quaderni da comperare… sono tollerante, capisco, anche se so che per qualcuno è un pretesto per prolungare le vacanze. Lascio correre, per i primi giorni, almeno. Le motivazioni sono sempre le stesse: non è arrivato… pensavo che oggi fosse… (e buttano lì una materia a caso); le giuro che l’avevo messo nello zaino… non so come… Quest’anno, però, il repertorio si è arricchito di una nuova motivazione. Richiesto del libro, un ragazzo in maniera svogliata e quasi infastidita per la sollecitazione mi ha risposto: “Non ce l’ho, è a copertinare.” “Ah!”, osservo disorientata lasciando scivolare la risposta e il neologismo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12 ff1">Col passare del tempo, complice la nostalgia, si attribuisce più valore alle cose del passato che a quelle presenti e si è portati ad istituire paragoni illusori a favore delle prime. Forse le mie copertine non erano tanto perfette come il ricordo me le restituisce e forse non è così importante che io continui a farlo, eppure, ancora oggi, rivestire i libri mi sembra un gesto d’amore.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 05 Oct 2017 15:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 13 - Redipuglia]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4vi5hghw"><div> &nbsp;	 	 	 	 &nbsp;&nbsp;</div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-SAM_0092.JPG"  width="303" height="202" /><span class="fs12">Questo è forse il momento migliore per apprezzare il Sacrario: la pietra bianca, abbagliante e quasi ostile d’estate, poi cupa d’inverno, si adatta sotto il cielo settembrino, luminoso ancora ma già pesante d’autunno.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Attorno, il verde dei cipressi e, più oltre, sul Carso, i primi accenni di sommaco evidenziano il contrasto cromatico. La fine dell’estate è il momento in cui i pensieri si raccolgono e questo stato d’animo predispone il visitatore al silenzio e alla sacralità del luogo.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Dall’ampio piazzale, su cui sono fissate le lastre di bronzo con i nomi dei luoghi delle battaglie, si arriva fino ai sacelli dei generali posti alla base della scalinata e poi si sale percorrendo i gradoni fino in cima: sulle pareti di ogni piano i nomi dei caduti in ordine alfabetico. Cerchi il nome conosciuto - se per caso un lontano parente… - con la serenità e la leggerezza di chi si sente sicuro perché quella guerra è ormai un fatto passato.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il Sacrario ha un aspetto maestoso, si distende, occupandolo interamente, lungo il pendio del Monte Sei Busi. Con i suoi gradoni, come soldati schierati prima della battaglia, le tombe dei generali simbolicamente al centro, ai lati le linee continue dei cipressi aperte come se fossero un sipario, è la metafora di una grande rappresentazione intesa a generare pietà attraverso un’architettura tutta forza e potenza. Il Sacrario di Redipuglia è un spazio allestito per conservare la memoria di un popolo esaltandone gli eroi. Ma la retorica celebrativa ha un effetto anestetizzante: la ritualità spettacolare conforma e svuota il privato in una dimensione pubblica, di maniera, a volte quasi sfacciata. </span></div><div class="imTACenter"><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/SG-SAM_0088.JPG"  width="359" height="239" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Eppure, a dispetto della sua monumentalità, del suo essere dichiaratamente troppo pubblico, il Sacrario rimane un luogo intimo, un posto in cui si è costretti a stare con se stessi e a misurarsi con il proprio destino; a considerare quanto siano fragili le nostre certezze in equilibrio tra l’essere e il non essere; a toglierci di dosso la patina di vanità per prepararci, nel nostro andare, a “viaggiare leggeri”.</span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><a href="http://www.sacrarioredipuglia.it" target="_blank" class="imCssLink">www.sacrarioredipuglia.it</a></span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 17 Sep 2017 16:35:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 12 - Der Zauberberg - Davos]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_am0rpfrh"><div> &nbsp;	 	 	 	 &nbsp;&nbsp;</div><div class="imTAJustify"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/SG-40-Berghotel-Schatzalp--59-.JPG"  width="492" height="328" /><span class="fs12">Soggiornare al Berghotel Schatzalp di Davos è un viaggio nel viaggio. In origine l’albergo era un sanatorio di lusso, il Berghof, ma non era una clinica qualunque, seppur prestigiosa: è il luogo scelto da Thomas Mann per ambientare il suo romanzo capolavoro <i>Der Zauberberg</i>, <i>La Montagna Incantata</i>, uscito per la prima volta nel 1924.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-58-Schatzalp-funicolare.JPG"  width="315" height="471" /><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Subito, all’arrivo del trenino a cremagliera (unico mezzo di ascesa) il vecchio portone di legno si apre con moderno automatismo e Schatzalp ti accoglie e inghiottisce. Si percorre una passerella coperta da una tettoia di legno fino all’edificio che si allunga su una “terrazza erbosa (…) con una torre a cupola e la facciata verso sud-ovest, che da lontano, così ricca di logge e balconate, appariva bucata e porosa come una spugna (…)”*</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Tutto (o quasi tutto) è rimasto nel passato (se qui la parola ha un senso): le grandi terrazze un tempo dedicate alla “cura”, i lunghi corridoi con “le porte numerate e verniciate di bianco”*, doppie con un vano interno (cosa che incuriosisce ancora e non solo il protagonista del romanzo!); “il largo lavabo i cui rubinetti nichelati scintillavano alla luce elettrica”* e la sala da pranzo “non molto fonda in proporzione alla lunghezza (…) i pilastri, rivestiti fino a metà dell’altezza di legno impiallacciato di sandalo lucido, poi imbiancati come la parte superiore delle pareti e il soffitto (…)”* a cui si accede attraverso delle porte vetrate, come una volta. Molto di quel che c’era testimonia l’impianto originario degli ambienti: nell’ingresso, sulla cui destra è situata la <i>conciergerie </i>e a sinistra la <i>reception</i>, ci si trova di fronte alla scala che porta ai piani superiori e ad uno degli ascensori; sul lato opposto della sala da pranzo si apre la grande sala del caminetto, da lì, su per dei gradini, si accede ad altre sale più piccole destinate allo svago.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/SG-15-Berghotel-Schatzalp--16-.JPG"  width="492" height="328" /><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il tempo (è per questo che la parola passato ha un valore relativo) sembra non avere importanza nel Berghof Schatzalp e del resto le digressioni sul “tempo” sono una costante di tutto il romanzo di Mann, anzi, sono forse il tema centrale del romanzo stesso. Un tempo che si dilata e si contrae incurante dei grandi orologi che pendono dai soffitti dei corridoi, anch’essi rimasti là, come prima, e che con la loro costante presenza scandivano le giornate degli ospiti del sanatorio. Una presenza incombente a ricordare che, comunque, il tempo scorre; tuttavia, pur annotandoli come una insolita particolarità, credo di non essermi mai basata sulle loro indicazioni durante il periodo della mia permanenza allo Schatzalp, avendo accettato, per così dire, una dimensione senza coordinate.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-3 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-5-Berghotel-Schatzalp--38-.JPG"  width="266" height="399" /><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12"><i>Der Zauberberg</i> è considerato un bildungsroman, un romanzo di formazione, e i sette anni trascorsi dal protagonista, Hans Castorp, nel sanatorio costituiscono per lui una maturazione e una crescita spirituale. Il tempo, tanto minuziosamente scandito nel corso delle giornate ma così irrilevante nel lungo periodo, sembra perdersi deflagrando alla vigilia del primo conflitto mondiale che pone fine non solo ad un’epoca ma anche alla permanenza del giovane Castorp sulla montagna di Davos.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Una vacanza estiva non può certo produrre troppi cambiamenti eppure quell’atmosfera, l’essere relativamente isolati dalla vita che si affaccenda giù a Davos-Platz (e dalle proprie consuetudini), il fatto di trovarsi in un luogo in cui tante vite si sono consumate, tutto ciò lascia un’impronta. Il tempo è la chiave per comprendere la diserzione dagli schemi consueti e il conseguente sentimento di estraneità di fronte al resto a “quelli laggiù” (così vengono definiti i sani nel romanzo), come una sorta di assoluta possibilità che stordisce e alla fine fa ricercare il limite, il conosciuto.</span><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Così, alla fine, ogni cosa ha il suo termine e mentre la campanella con i suoi tre squilli avvisava la partenza del trenino, in quel momento, ho sentito forte l’urgenza del “ritorno”.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/SG-51-Schatzalp-funicolare--1-.JPG"  width="282" height="423" /><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12"><br> </span></div><div> </div><div><span class="fs10">* Thomas Mann, <i>La Montagna Incantata</i>, (trad. it. Ervino Pocar), Mondadori, Milano, 1992.</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 27 Aug 2017 14:13:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 11 - Nicosia, la città divisa]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_fpkie5si"><span class="fs12lh1-5">Cipro è un’isola divisa: la parte sud, la Repubblica di Cipro, è quella greca, al nord, invece, il territorio è conteso perché dalla metà degli anni ’70 è stato occupato dalla Turchia e la Repubblica turca di Cipro del Nord è uno stato non riconosciuto dalla comunità internazionale.</span><div><span class="fs12lh1-5">Provai una specie di empatia visitando la capitale della Repubblica di Cipro, Nicosia. La causa, lo capii subito, era la Green Line, un’analogia con la città dove sono nata. Nicosia è infatti divisa in due da tratti di muro, filo spinato, sacchetti di sabbia, una linea di demarcazione presidiata da garitte. Alla divisione arbitraria di una città era abituata, avevo visto tante volte gli effetti negativi (non senza tratti paradossali) di un confine tracciato a tavolino. Per questo la città mi ispirò simpatia.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Alberocopia.jpg"  width="300" height="200" /><br></div><div><span class="fs12lh1-5">Un misto di sollievo e inquietudine ci pervase in quel mezzogiorno estivo quando ci sedemmo sotto un enorme platano in una piazzetta poco distante dalla linea verde. L’ombra ci dava il refrigerio di cui avevamo bisogno dopo una mattinata sotto il sole ma la presenza del presidio militare ci lasciava sospesi, con una sensazione di disagio, di colpevolezza, quasi. Il consiglio di un greco-cipriota che ci aveva messo in guardia dal non passare il confine confermò il nostro turbamento. Mi parve di capire che la divisione non riguardasse tanto l’appartenenza ad una nazione o ad un’altra ma il far parte di un’etnia, il sentirsi greci o turchi e che nella contesa i perdenti erano entrambe le popolazioni. All’inizio non capii perché portata a considerare un’invasione come un atto di forza da condannare sempre e comunque e la soluzione ovvia del problema mi sembrava essere il ritiro. Ma le cose evidentemente non sono mai così semplici, una parola sembrava riassumere le cause di quello che era successo e della situazione presente: “enosis”, unione. La crisi di Cipro si deve ricondurre infatti alla pretesa di unificazione dell’isola alla Grecia, sostenuta da quest’ultima e sfociata in un tentativo di colpo di stato contro l’allora presidente Makarios, che si opponeva alla nuova prospettiva politica. La Turchia intervenne a sostegno dei turco-ciprioti, che rappresentavano la minoranza sull’isola, occupando circa un terzo del Paese. A complicare le cose ci si son messi poi gli interessi internazionali e gli equilibri (o squilibri) geo-politici della regione.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Andai a Cipro dopo che il muro di Berlino era caduto. Qualche anno dopo anche la mia Gorizia avrebbe visto scomparire la divisione che la separava da Nova Goriza, la Gorizia slovena. Adesso che gli sbarramenti tra le due città non ci sono più è rimasta solo la piazza Transalpina come simbolo della divisione. Prima separata da una recinzione ad altezza d’uomo, è tornata ad essere un’unica piazza al cui centro, nella pavimentazione, è segnato il confine: di qua l’Italia, di là la Slovenia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5">Ma, naturalmente, questa è una storia diversa e l’analogia tra le due città si ferma davanti a un muro.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 10 Aug 2017 21:27:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--11---nicosia,-la-citta-divisa</link>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 10 - Imbarco per Citera]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_dqxbwe11"><span class="fs12">Il viaggio a Citera risale a molto tempo fa; l’idea di andarci, la suggestione che nasce nella mente e che spinge a partire, a molto prima.</span><div><div><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/Mare.JPG"  width="300" height="404" /></div><div><span class="fs12">Dal mito viene la prima esigenza di vedere, conoscere, sapere. Citera è l’isola di Afrodite e con Cipro si contende i natali della dea.</span></div><div><span class="fs12">Nel sonetto "A Zacinto", Foscolo definisce lo Ionio “il greco mar da cui vergine nacque, Venere”; così come Zante, Citera è un’isola ionica, ma si trova nella parte orientale di quel mare, al confine con l’Egeo, a sud del Peloponneso. Ѐ una piccola massa rocciosa che emerge, con le sue calette di sabbia, da acque smeraldine. Brulla per la maggior parte ma sulla sua sommità c’erano boschi di conifere presidiati (al tempo, adesso non so, l’ho detto: ne sono passati di anni) da squadre di pompieri pronti a intervenire alle avvisaglie di fuochi che, a giudicare dagli arbusti inceneriti intorno, quell’anno dovevano essere stati frequenti.</span></div><div><span class="fs12">Ma il viaggio è appunto prima, nella testa, nell’immaginare <i>il che</i> e <i>il come </i>osservando un quadro: "Il Pellegrinaggio a Citera", che avevo visto forse distrattamente al Louvre ma che poi sono andata a cercare nei miei libri d’arte. Nella fantasia di Antoine Watteau, l'autore del quadro, i personaggi sono immersi in una rigogliosa natura, la gran parte di essi sparpagliati sulla riva in una sorta di processione che giustifica il titolo; altri, un po’ discosti, impegnati nel gioco del corteggiamento sotto un grande albero, forse una quercia. Su tutto, a destra, in posizione discreta ma vigile, l’erma della dea circondata da rose che ne avvolgono il basamento. Dietro al corteo s’innalza la figura del battelliere, a torso nudo, nello sforzo del compito che si accinge a fare. Partenza o ritorno? I vacanzieri attendono l’imbarco o sono reduci dal viaggio sull’isola? Nella seconda versione del quadro, conservata a Berlino, ogni dubbio sembra essere fugato già dal titolo, “Imbarco per Citera”. Rispetto all’opera del Louvre l’erma sulla destra è una statua di Venere dalle movenze sinuose ed è circondata da amorini; dietro ai passeggeri, sullo sfondo, emerge l’albero di una barca con le vele e una bandiera sul pennone a significare che l’imbarco è prossimo. Il gioco d’amore si fa più complesso, coinvolge più villeggianti e intorno, nell’aria, gli amorini intrecciano girotondi: l’atmosfera è più rilassata per questi personaggi, forse per l’idea dell’imminente partenza, e la loro mollezza contrasta con l’eccitazione degli altri sulla riva.</span></div><div><span class="fs12">Ma forse non sono state quelle immagini a invitarmi sull’isola e, a pensarci bene, il cromatismo del quadro non prefigura l’abbagliante brillantezza del paesaggio greco, senza dubbio non ne rende ragione. Forse ad attirarmi è stata la distopia di una poesia di Baudelaire, "Un Voyage à Cythère", il cui senso, ambiguo e problematico, suscitava la curiosità di vedere quale fosse realmente la realtà di una terra così tanto immaginata. L’isola, comunemente apprezzata per la sua natura (<i>belle île aux myrtes verts, pleine de fleurs écloses</i>), viene descritta dal poeta come triste e nera (<i>Quelle est cette île triste et noire? – C’est Cythère</i>) e non è più che <i>un terrain des plus maigres, un désert rocailleux</i> &nbsp;tormentato da aspre grida. L’attenzione di Baudelaire, appressandosi all’isola, viene attirata da una forca da cui pende un corpo in parziale decomposizione e nel quale il poeta paventa l'immagine di se stesso: “nella tua isola, oh Venere! ho trovato soltanto il simbolo di una forca issata da cui pendeva la mia immagine…” (<i>Dans ton île, ô Venus! Je n’ai trouvé debout/Qu’un gibet symbolique oú pendait mon image</i>…)</span></div><div><span class="fs12">O forse il mio "primo viaggio" a Citera è continuato in quelle tante gocce d’acqua che si aggregano e si ingrossano a formare un’onda, si alzano, travolgono, si acquietano ne l’Isle joyeuse di Claude Debussy che come il mare mi ha attirato nel suo mistero.</span></div><div><span class="fs12">Così sono partita, per il secondo viaggio, avendo già nella mia mente consumato il primo.</span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 10 Aug 2017 21:07:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--10---imbarco-per-citera</link>
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			<title><![CDATA[ALTRI CANTI D’AMOR – 43° FESTIVAL DELLA VALLE D’ITRIA]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_teatro"><![CDATA[Recensioni teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_a78bguqg"><div> &nbsp;	 	 	 	 &nbsp;&nbsp;</div><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/SG-Ingrate.JPG"  width="350" height="277" /></div><div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><i>Udite, Donne, udite! I saggi detti</i></span></div><div class="fs12"><i><div class="imTACenter">Di celeste parlar nel cor servate:</div><div class="imTACenter">Chi, nemica d'amor, nei crudi affetti</div><div class="imTACenter">Armerà il cor nella fiorita etate,</div></i></div></div><div> </div><div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><i>Sentirà come poscia arde a saetti</i></span></div> <div class="fs12"><i><div class="imTACenter">Quando più non avrà grazia e beltate,</div><div class="imTACenter">E in vano risonerà, tardi pentita,</div><div class="imTACenter">Di lisce e d'acque alla fallace aita.</div></i></div></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Con queste parole Venere si rivolge alle Donne “nemiche d’Amor”, a quelle che si sono dimostrate crudeli verso gli Amanti e che per questo sconteranno una pena. I versi di Ottavio Rinuccini appartengono al madrigale “Il ballo delle Ingrate” musicato da Claudio Monteverdi. L’opera, rappresentata per la prima volta alle nozze di Francesco Gonzaga e Margherita di Savoia nel 1608, è stata proposta dall’<i>Ensamble Barocco</i> diretto da Antonio Greco in collaborazione con l’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti” al <i>43° Festival della Valle d’Itria</i> che annualmente si tiene a Martina Franca (TA). Quest’anno ricorrono, infatti, i 450 anni dalla nascita del compositore che operò alla corte di Mantova e con le sue opere rinnovò la forma del madrigale introducendo il concetto che è la musica a doversi plasmare sulla parola.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Assieme ad altri due componimenti anch’essi tratti dall’VIII libro dei “Madrigali guerrieri et amorosi” ( <i>Il Lamento della Ninfa</i>, sempre del Rinuccini e il sonetto del Petrarca <i>Hor che’l ciel e la terra</i>), <i>Il ballo delle Ingrate</i> ha dato vita ad un quadro unitario che ha trovato la sua consistenza drammaturgica nel tema, caro a Monteverdi, del contrasto di sentimenti e situazioni. La regia di Giacomo Ferraù ha suggestivamente sfruttato tutte le possibilità offerte dal chiostro di San Domenico, scelto per la rappresentazione: logge, balconi e platea sono diventati altrettanti luoghi scenici. Molto bravi i cantanti e gli attori che sulle coreografie ideate da Riccardo Olivier hanno animato la scena che da dolce e amorosa diventava via via tragica e inquietante tingendosi dei colori dell’inferno. E proprio il colore impresso dal gioco di luci è stato un altro elemento caratterizzante dell’opera con gli interessanti effetti cromatici affidati a Giuliano Almerighi che, interpretando lo spirito delle composizioni monteverdiane, ha sottolineato la bellezza del chiostro illuminando i diversi punti della scena in maniera particolarmente suggestiva. Belli i costumi di Sara Marcucci di ispirazione Liberty nelle scene in cui si parla d’amore e che nelle parti infernali, quando il gioco d’amore rifiutato si trasforma in tormento per le ingrate fanciulle, strizzano l’occhio ad una perversa malvagità piuttosto inquietante ma decisamente efficace.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Alla fine l’Amore vince su tutto, sembra essere il messaggio, ma è un sentimento sofferto come la terzina petrarchesca ben sottolinea:</span></div><div> </div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><i>E perché il mio martir non giunga a riva,</i></span></div><div> </div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><i>mille volte il dì moro e mille nasco:</i></span></div><div> </div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><i>tanto dalla salute mia son lunge</i></span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12"><br> </span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>ALTRI CANTI D’AMOR</b></span></div><div> </div><div><span class="fs10">Martina Franca – Chiostro di San Domenico</span></div><div> </div><div><span class="fs10">Dall’<i>VIII Libro dei Madrigali guerrieri et amorosi</i></span></div><div> </div><div><span class="fs10"><i>Hor che’l ciel e la terra</i></span></div><div> </div><div><span class="fs10"><i>Lamento della Ninfa</i></span></div><div> </div><div><span class="fs10"><i>Il Ballo delle Ingrate</i></span></div><div> </div><div><span class="fs10"><br> </span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Amore </b>Graziana Palazzo</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Ninfa</b> Venere Monica Bacelli</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Plutone</b> Eugenio Di Lieto</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Ingrata </b>Cristina Fanelli</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Altre Ingrate</b> Ilaria Bellomo, Arianna Rinaldi, Antonia Fino</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Ombre d’Inferno</b> Yasushi Watanabe, Raffaele Feo, Massimiliano</span></div><div><span class="fs10"><b>Guerrieri </b>Hikaru Onodera</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Lo Sposo</b> Libero Stelluti</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>La Sposa</b> Giulia Viana</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><br> </span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Coreografie </b>Riccardo Olivier</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Maestro</b> concertatore al cembalo e direttore d’orchestra Antonio Greco</span></div><div> </div><div><span class="fs10">Progetto artistico<b> Eco di Fondo</b></span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Regia </b>Giacomo Ferraù</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Aiuto regia</b> Giulia Viana</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Scene </b>Alessia Colosso</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Costumi </b>Sara marcucci</span></div><div> </div><div><span class="fs10"><b>Lighting &nbsp;designer</b> Giuliano Almerighi</span></div><div> </div><div><span class="fs10">Ensamble Barocco del Festival della Valle d’Itria</span></div><div> </div><div><span class="fs10">Nuovo allestimento in collaborazione con l’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”</span></div><div> </div><div><br> </div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 01 Aug 2017 20:40:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?altri-canti-d-amor---43--festival-della-valle-d-itria</link>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 9 - One of the most spectacular libraries in the world]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_sthq2j50"><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/SG-M-cr-6.JPG"  width="300" height="213" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">“One of the most spectacular libraries in the world”, si legge sulla guida ad uso turistico della John Rylands Library di Manchester. E in effetti la grande biblioteca non smentisce le aspettative. L’edificio della fine del XIX secolo è sopravvissuto alle architetture moderne della città come volle Enriqueta Augustina Rylands per onorare la memoria del marito, imprenditore del cotone e filantropo ottocentesco a cui la biblioteca è dedicata.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">L’interno è maestoso con i suoi archi a costoloni, le grandi scalinate e i soffitti a volta. Grandi corridoi con ampie finestre che danno sulla parte interna dell’edificio collegano le diverse sale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La modernità è stata un tratto caratteristico del palazzo fin dalle sue origini e costituisce, oltre alle pregevoli collezioni di libri, un elemento di interesse: subito fu installato un impianto di filtraggio dell’aria per ridurre l’inquinamento atmosferico di una città come Manchester che guidava il nuovo fenomeno dell’industrializzazione. La biblioteca fu uno dei primi edifici della città dotati di luce elettrica e i servizi sanitari al piano interrato, conservati nella loro forma originale, sono un esempio di efficienza ottocentesca.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Anche solo passeggiare nella grande sala di lettura che occupa il centro dell’edificio e respirare l’odore del tempo che in quel luogo si è stratificato dà un senso di benessere ed è piacevole cogliere l’occasione di fermarsi ad uno degli scrittoi posti nelle nicchie rivolte verso la luce che entra dagli ampi finestroni, un luogo raccolto, appartato pur nella vastità di quegli interni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ma è la ricchezza delle collezioni di manoscritti, incunaboli, antichi testi su supporti primitivi che stordisce il bibliofilo e per un momento lo allontana dalla consuetudine: “one of the most spectacular libraries in the world”, appunto. Dalle tavolette d’argilla di origine mesopotamica, alla copia del Libro dei Morti dell’antico Egitto, dal frammento del Vangelo di Giovanni, probabilmente il più antico del Nuovo Testamento, alle varie edizioni del Corano e ai testi ebraici e buddisti. E ancora frammenti di una copia copia dell’Odissea scritta su papiro e risalente al III secolo, la prima edizione dei Sonetti di Shakespeare, le pagine miniate di Chaucer e i nostri Dante e Petrarca: sono solo citazioni alla rinfusa perché tante sono le preziosità che la biblioteca conserva. Ѐ un viaggio nel viaggio che mi è ritornato alla mente quel 22 maggio 2017, ascoltando la radio.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 15 Jul 2017 13:19:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--9---one-of-the-most-spectacular-libraries-in-the-world</link>
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		</item>
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			<title><![CDATA[èStoria 2017 - Sarà un Paese]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ew7jhgwn"><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Nell’ambito del “XIII Festival internazionale della Storia èStoria” di Gorizia, per gli alunni delle scuole secondarie di primo grado dell’Isontino, è stato proiettato il film “Sarà un Paese” di Nicola Campiotti.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Nuvole-3.jpg"  width="307" height="230" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il lavoro è costruito su molte metafore, sulla giustapposizione di immagini che mutuano il loro significato una dall’altra ed è ben fatto dal punto di vista tecnico: suggestive le immagini, significativi i piani di ripresa con i dettagli sui primi piani, evocativi i campi lunghissimi delle scene in esterno, efficaci i controcampi delle parti dialogate. Le varie parti di cui è composto sono state montate in modo da dare dinamicità al racconto senza perdere la chiarezza del contenuto; la sceneggiatura gode di freschezza e spontaneità che si avvantaggiano anche dall’uso della presa diretta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il film, che è a metà tra la finzione e il documentario, offre molti spunti di riflessione. Forse troppi, a dire la verità, tanto che è piuttosto difficile riassumerne la trama in un breve spazio senza il timore di dimenticare particolari importanti.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il filo conduttore di tutto il racconto è l’alfabeto come strumento per creare il linguaggio e le diverse situazioni proposte dalla trama sono scandite dalla lettera che ne rappresenta l’iniziale. Ma c’è anche un significato più profondo: attraverso le immagini evocate dalle Sibille di una realtà fatta di parti interconnesse e mai risolte in entità separate, viene suggerita la funzione comunicativa del linguaggio che crea un legame tra le persone ed è l’elemento fondante di un mondo in cui la parola confini non ha alcun senso.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Cogliendo il pretesto di una recita scolastica in cui viene messo in scena il peregrinare di Cadmo, l’eroe fenicio che secondo la mitologia avrebbe introdotto in Grecia l’alfabeto, si dipana il viaggio di due fratelli attraverso una parte del nostro Paese. Cadmo va in cerca della sorella Europa rapita da Zeus, il bambino Elia e suo fratello vanno alla ricerca di storie di persone comuni. Un viaggio insomma attraverso una quotidianità spesso ferita perché ciò che viene raccontato sono principalmente situazioni dolorose ma anche attraverso momenti complessi della contemporaneità come il richiamo alla pacifica convivenza delle diverse religioni o la ricerca della propria identità da parte del ragazzo egiziano che, nato nel nostro Paese, rivendica la sua italianità e non viene compreso dalla madre per la quale l’Italia è sempre un paese straniero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Insomma ci sono tante cose, tante prospettive da cui interpretare il presente e sembra che non sempre l’argomento del linguaggio riesca a tenerle assieme. Forse un elemento di unione può essere trovato nella metafora della mitologica Europa che viene rapita e si perde e che sembra trovare una corrispondenza nei giudizi finali che ragazzi di diverse nazionalità danno dell’Europa intesa nel suo significato geo-politico. La ricerca di Cadmo fallisce, le osservazioni dei ragazzi lasciano degli spazi di interpretazione. Se questa fosse una chiave di lettura, tuttavia, perché limitare il viaggio all’Italia? Se non è così, quale significato dare alle ultime scene? I ragazzi, sottotitolati perché parlano lingue diverse, sembrano contraddire l’idea del linguaggio come elemento unificatore.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Vi è poi un’altra fragilità che forse precede le altre e riguarda il messaggio che si vuol dare. Si coglie chiaramente lo sforzo, più che condivisibile, di chiamare in causa la responsabilità del singolo come parte della società per il miglioramento della società stessa (già il titolo allude a una “rinascita”) ma nel film vengono proposte anche situazioni che non sono in nostro potere cambiare, che superano l’impegno personale, come ad esempio la scena in cui il bambino tenta di fermare i giovani che vanno a cercare lavoro all’estero. Questa sovrapposizione di piani confonde il messaggio e fa sentire impotenti perché fissa l’attenzione più sulla denuncia che sulla proposta.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Tra i temi affrontati quello dell’identità culturale e della convivenza tra persone di diversa origine mi è sembrato quello più forte da “giocare” con degli adolescenti. Perché è proprio uno di quei comportamenti che sta in ognuno di noi adottare o rifiutare e sui quali l’educazione e la scuola possono e devono avere un ruolo fondamentale. E in questo senso mi sembra di poter interpretare come perfettamente coerente il trait d’union rappresentato dal linguaggio.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Non so come sia stato compreso il film dai ragazzi, non ho ancora avuto occasione di parlarne con loro ma di sicuro lo farò nei prossimi giorni. Anche perché, come ho detto, di occasioni per riflettere il film ne ha fornite molte. E indubbiamente, sotto questo profilo, la proiezione è stata piuttosto stimolante.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 26 May 2017 19:22:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?estoria-2017---sara-un-paese</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il Milite Ignoto - recensione]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_teatro"><![CDATA[Recensioni teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_42vclha1"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-SAM_1915.JPG"  width="180" height="271" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Nell’ambito del progetto l’Altra mobilitazione promosso dal Consorzio Culturale del Monfalconese in collaborazione con l’Istituto Livio Saranz di Trieste e l’Ecomuseo delle Dolomiti friulane è andato in scena a Staranzano (GO) lo spettacolo “Milite Ignoto – quindicidiciotto” di e con Mario Perrotta. La proposta si inserisce nelle iniziative presenti sul territorio per i cento anni della prima guerra mondiale.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il monologo, che è si è ispirato al libro “Avanti sempre” di Nicola Maranesi e al progetto dello stesso Maranesi e Pier Vittorio Buffa “La grande guerra, i diari raccontano, è un racconto crudo e impietoso che chiama in causa i cinque sensi per dare fisicità al dolore. La partecipazione si fa più intensa di fronte alla concretezza del corpo avvilito e martoriato del soldato costretto in uno spazio angusto, sporco, in completa balia degli eventi. Di solito pensando alla guerra (e soprattutto a quella guerra) viene in mente l’eroe che muore nobilmente sul campo sacrificando la vita per un ideale e non si pensa alla quotidianità dei pidocchi, dei topi, della pioggia e del fango che riducono i piedi in cancrena: immagini certo meno “nobili” ma non meno eroiche di giovani, operai e contadini, spesso incapaci di capire quello che sta succedendo, che vanno a combattere per una patria lontana dal piccolo spazio in cui fino a quel momento sono vissuti e che, quello sì, è sentito come la propria patria.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La vicenda viene raccontata in una lingua che è tante lingue di italiani, tanti dialetti messi assieme a creare un idioma unico di sofferenza e di rabbia, dove le frasi sono spezzate e sconnesse, il discorso frammentato in una apparente mancanza di logica che trova un senso nell’essere, quel soldato, tutti e nessuno.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La capacità di Mario Perrotta che, detto per inciso, è stato segnalato con questo lavoro come finalista al “Premio Ubu 2015” come migliore novità italiana e ricerca drammaturgica, è stata quella di far sentire reale quel dolore, spogliando i fatti narrati da tutta la retorica bellica tesa a nobilitare un atto assurdo come la guerra dove “la partita finisce sempre alla pari”.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Lo spettacolo colpisce e nello stesso tempo sconcerta per il suo carattere dissacratorio ma forse proprio per questo tocca nel profondo e costringe a porsi delle domande scomode. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi” fa dire Bertold Brecht a Galileo e c’è da chiedersi se davvero un popolo ha bisogno di eroi per sentirsi tale. Ma non è forse anche così che si costruisce l’identità di un popolo? Eppure quanto siamo disposti a dare della nostra vita, che è unica, per sostenere un ideale?</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 14 May 2017 21:09:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?il-milite-ignoto---recensione</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Formazione non fa rima con votazione]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_oeqkq7bg"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-gattorosi.jpg"  width="177" height="151" /><span class="fs12">Formazione non fa rima con votazione e questo a dispetto della struttura dei vocaboli che invece in maniera inequivocabile smentiscono l’assunto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Non fa rima perché il giudizio su un ragazzo, quello che è diventato, il modo in cui il suo sapere si è costruito e consolidato non può venir espresso da un numero.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Chi insegna sa come nell’ultimo mese di scuola genitori ansiosi, che mai prima si erano visti durante l’anno e a volte nemmeno negli anni precedenti, affollino i corridoi aspettando pazientemente il proprio turno e a volte rincorrendo l’insegnante fuori dall’orario di ricevimento per informarsi sull’andamento del figlio - sostanzialmente sui voti - per perorare cause, esercitare malcelate pressioni, chiedere tardivi consigli.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Invano il colloquio cercherà di indirizzarsi su un piano costruttivo: parliamo del ragazzo, di come è maturato, di ciò che ha acquisito… vede, dovrebbe cercare di…</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Sì, ma avrà il sei in pagella?... Mio figlio punta all’otto, lei dice che ce la farà?... Sa, ha sempre avuto nove, mi spiacerebbe adesso che…</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ecco, appunto, il voto: in due sillabe la capacità di stravolgere un intero impianto educativo. Sì, perché considerarlo come unico obiettivo di un percorso di formazione è nello stesso tempo diseducativo per i ragazzi e contraddittorio rispetto alle finalità che la scuola si è data. La valutazione numerica mortifica chi si impegna cercando di compensare i propri limiti e vede che nonostante i suoi sforzi il suo valore è basso; d’altra parte spesso i primi della classe, quelli che i voti ce li hanno alti, tendono a porsi al di sopra dei compagni, a ritagliarsi un posto speciale che rafforza il loro individualismo a scapito del lavoro collaborativo, dell’idea di aiuto tra pari che, almeno a parole, la scuola persegue.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">E poi c’è il valore del lavoro dell’insegnante: che senso ha un due che diventa sei a fine anno perché l’ammissione alla classe successiva o all’esame non prevede insufficienze? Perché insistere con la valutazione numerica durante tutto l’anno se poi questa cambia? Perché creare frustrazioni, rivalità, tensioni, minare l’autostima dei ragazzi? Che valenza educativa ha tutto questo? I ragazzi si temprano, dirà qualcuno. Forse, ma anche imparano i trucchi, gli imbrogli, le strategie per scansare le valutazioni negative o per mantenere la “media alta” nella convinzione che sia più importante ciò che si prende rispetto a ciò che si è.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La modesta proposta che mi sento di avanzare sarebbe quella di un giudizio globale serio e motivato che prescinda da qualsiasi incasellamento in gabbie numeriche e che tenga conto invece dello sviluppo, dell’impegno, dei risultati raggiunti dal ragazzo. Un giudizio che esprima veramente i progressi formativi, evidenzi le difficoltà su cui lavorare prima di passare al grado successivo. Ma questo implicherebbe un’organizzazione scolastica diversa, con classi aperte e percorsi flessibili che si conciliano poco con test standardizzati e somministrati a tutti indistintamente con scarso riguardo alla centralità del discente. Si tratterebbe di una rivoluzione copernicana in campo scolastico, di una vera riforma nel modo di concepire la formazione, che tenga conto delle diverse intelligenze, che dia risorse vere alla scuola in termini di denaro e motivi i docenti a rivedere i propri metodi di insegnamento.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Forse ho volato un po’ troppo in alto e il suono della campanella mi riporta alla realtà: ci sono ancora un paio di genitori a cui dare i numeri…</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 09 May 2017 20:24:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?formazione-non-fa-rima-con-votazione</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[La multiculturalità: una prospettiva educativa]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_b8wafj95"><div>

	
	
	
	


</div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/citta.JPG"  width="327" height="171" /><span class="fs12">Quali sono i compiti
della scuola di fronte ad una società sempre più complessa che si
presenta variegata per la presenza di culture diverse e a volte
sembra incrinarsi nelle sue convinzioni dovendosi confrontare con
principi divergenti? La questione dei rapporti tra le diverse culture
è stata da sempre un nodo centrale nelle relazioni fra i popoli ma è
divenuta più urgente con l’intensificarsi della mobilità e degli
scambi che lo sviluppo dei mezzi di comunicazione (di persone, merci
e idee) ha incrementato.</span></div><div>
</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ci sono due modi per
affrontare questo tema con degli adolescenti: uno è di tipo emotivo
fatto di casi singoli, di esempi, di storie; l'altro più teorico,
apparentemente più distaccato. Entrambi hanno delle buone
motivazioni a sostegno: per il primo la naturale empatia dei ragazzi,
la loro capacità di <i>compatire</i> in situazioni di concreta
ingiustizia; per l'altro la convinzione che, a prescindere dal caso
concreto, ciò che deve essere interiorizzato è un valore, un
principio riconosciuto come condiviso in seno alla collettività di
cui si fa parte. Propendo per questa seconda modalità perché, come
cercherò di spiegare, non ha le caratteristiche della soggettività.</span></div><div>
</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il tema si può porre in
questi termini: se da un lato non è legittimo porre i propri valori
come assoluti, dall’altro fino a che punto è giusto spingersi a
riconoscere usanze e leggi che in maniera manifesta contrastano con
le proprie? Fino a che punto siamo disposti a tollerare sistemi
giudiziari che prevedono per esempio la pena di morte o punizioni di
tipo corporale con esplicita violazione dei diritti umani? Fino a che
punto ci può essere tolleranza sulle discriminazioni di genere,
razziale o sociale? Sono temi che riguardano allo stesso modo
l’occidente e l’oriente e che un sistema globalizzato di
relazioni fa emergere con particolare evidenza. Un discorso di questo
tipo porta necessariamente a definire il concetto di diritti degli
individui e in particolare di diritti umani. Le dichiarazioni
ufficiali e gli atti formali, molto spesso disattesi, sono documenti
da tenere in considerazione ma, oltre a ciò, credo si possa proporre
la riflessione che segue.</span></div><div>
</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Fatto salvo il concetto
di relativismo culturale cui si è fatto cenno e cioè l'assunto che
quello che nella nostra società è considerato negativo o
inopportuno può non esserlo per un’altra, esiste uno “zoccolo
duro” oltre il quale non si può andare e che accomuna tutto il
genere umano? A questa domanda, sempre in nome del relativismo, si
può porre la seguente obiezione: come è possibile fissare un limite
e determinare esattamente i confini oltre i quali non ci si può
spingere? Non si limita così la libertà e di conseguenza si viola
un altro diritto?</span></div><div>
</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">A costo di operare una
forzatura, alla prima domanda mi sento di rispondere sì, quello
“zoccolo duro” esiste ed è rappresentato dal concetto di dignità
della persona. Quando un comportamento, l’applicazione di una pena,
di un trattamento medico o coercitivo intacca il rispetto che quella
persona ha di sé allora è stato violato il suo diritto
fondamentale. Non riesco a dare altra definizione di dignità
personale se non questa, che non è una interpretazione nominalistica
o puramente descrittiva del concetto ma ne definisce la sostanza:
quando una persona a seguito di una azione di altri percepisce se
stessa più come oggetto che come soggetto allora si può dire che
sia stata privata della propria dignità.</span></div><div>
</div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il punto di partenza
dunque è l' interrogarsi sul significato di umanità e uno dei
principali compiti educativi dovrebbe essere quello di riflettere sui
principi inalienabili che fondano il nostro vivere civile. Sostenere
con convinzione questo principio che deriva dall'essenza stessa
dell'umanità e dalla sostanziale uguaglianza nel percepire e patire
se stessi non è un atteggiamento di esclusione ma il modo per
rispettare anche le persone di culture diverse che con la nostra
entrano in contatto.</span></div><div>
</div><div class="imTAJustify"><br>
</div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Apr 2017 18:59:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?la-multiculturalita--una-prospettiva-educativa</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 8 - Imbarco al Pireo]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_dikz1uxc"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/Corinto.JPG"  width="492" height="695" /></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 20 Apr 2017 18:50:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--8---imbarco-al-pireo</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 7 - Pwll Mawr]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_z748nqj0"><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Big Pit, nel Galles meridionale, è una vecchia miniera di carbone che attiva dalla rivoluzione industriale, ha cessato la sua attività nel 1980. Il suo nome gallese, “Pwll Mawr”, è per noi impronunciabile ostico come la landa che la ospita.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ci si arriva dopo aver percorso proprio quei paesaggi inglesi che ti aspetti di vedere, con le stradine tortuose che assecondano le staccionate dei campi e si insinuano tra gruppi di cottage sparsi tra il verde. Di colpo, superata la cittadina di Blaenafon, ci si ritrova in una distesa spoglia e battuta dal vento.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Big-Pit-2.JPG"  width="292" height="219" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Nel corso degli anni la miniera è stata adeguata alle tecniche moderne di estrazione: gli ascensori hanno sostituito le ceste con cui si calavano uomini e animali; i cunicoli sono diventati più grandi del corpo delle donne che, piegate in avanti, trascinavano carponi e in salita i carrelli pieni di carbone in uno spazio in cui riuscivano appena a passare; anche le docce sono state piastrellate di bianco (ammesso che all’inizio ci fosse un po’ d’acqua per lavarsi dalla caligine); da tempo sono vuote anche le gabbie dei canarini che rivelavano la presenza del monossido di carbone, se continuavano a cantare si poteva star sicuri seull’assenza di gas.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-1 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Big-Pit-5.JPG"  width="292" height="219" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Le gallerie di una miniera sembrano parlare, come se il buio riportasse il pulsare delle tante anime che vissero sotto terra la maggior parte della vita, in una notte che durava tutto il giorno e collegandosi alle altre notti non finiva mai.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12"><span class="">A Big Pit c’era un lavoro che veniva riservato ai bambini. </span><span class="">“Spegnete le vostre lampade per qualche minuto”, disse l’ex minatore che ci accompagnava nella visita. Prima di scendere ci erano state fornite delle torce e i caschetti che avevamo dovuto indossare erano dotati di una lampada sulla parte davanti. Seguimmo il suggerimento della nostra guida e divertiti dall’insolita richiesta spegnemmo le torce. Il buio divenne assoluto, gli occhi non riuscirono ad abituarsi all’assenza totale di luce, solo il respiro ci dava il senso della prossimità.</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ci eravamo fermati in un piccolo slargo vicino a due porte che immettevano in un’altra galleria. Proprio lì, per tutto il giorno, rimanevano dei bambini di sei, sette anni, senza una candela perché sarebbe stato uno spreco, al buio: era il loro lavoro. Ogni tanto vedevano profilarsi le sagome degli animali nella debole luce che i convogli portavano con sé. Il compito dei bambini era quello di aprire le porte per permettere ai muli di passare con i carri di carbone.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">I commenti cessarono e il buio, se ancora fosse stato possibile, mi sembrò farsi più denso. A malapena il senso di angoscia si diluì quando accendemmo le torce.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 30 Mar 2017 19:17:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--7---pwll-mawr</link>
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			<title><![CDATA[Sul fare teatro a scuola]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Scuola_e_Teatro"><![CDATA[Scuola e Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_mfdt4arm"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Disegno3.jpg"  width="289" height="203" /><div class="imTALeft"><span class="fs12">Fare teatro a scuola è una modalità didattica di lungo periodo che ha una grande valenza dal punto di vista formativo e presenta significative ricadute in termini di motivazione, apprendimento e crescita personale dei ragazzi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">È un mettersi in gioco sia per i discenti che per gli insegnanti in un confronto continuo con se stessi e con gli altri. Inoltre la modalità laboratoriale favorisce un apprendimento di tipo collaborativo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Poiché l’esperienza di fare teatro a scuola si inserisce in quelle pratiche funzionali all’acquisizione di competenze di tipo trasversale, il suo scopo primario non è e non deve essere finalizzato alla produzione di una rappresentazione finale. Se questa ci sarà dovrà essere il risultato di un percorso che pone il ragazzo a confrontarsi con le proprie capacità e i propri limiti, a instaurare con i compagni una reale collaborazione perché il teatro è come una macchina. Suggerisco sempre questa metafora durante i laboratori: ogni piccolo ingranaggio, ogni vite, ogni bullone serve a farla andare avanti, se anche uno solo di questi elementi viene a mancare o funziona male tutto il meccanismo ne risentirà. Un esercizio che mi piace proporre ai ragazzi e che mi dà la misura di quanto il gruppo si sia formato è lo scambio di posto. Ci si mette in cerchio assumendo una posizione rilassata ma vigile, in silenzio ci si “ascolta”. Durante l’ascolto si crea una situazione particolare di tensione e partecipazione assieme, si percepisce il respiro degli altri, si spia il minimo movimento, si intuiscono le intenzioni ma soprattutto ci si assume un compito, quello di trovare un’intesa con un compagno solo con lo sguardo e scambiarsi di posto con lui. Questo deve avvenire in maniera spontanea, senza mettersi d’accordo e senza l’intervento dell’insegnante. Se il gruppo funziona i movimenti non si accavalleranno, ogni coppia avrà il suo turno e i tempi di tutti verranno rispettati. È quindi il senso di responsabilità che viene richiesto al singolo, la presa di coscienza che non si sta lavorando solo per se stessi ma si è parte di un gruppo. Si lavora assieme, con rispetto.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Per questo sono convinta che al di là delle implicazioni di tipo contenutistico (attraverso il teatro si possono affrontare molti argomenti di studio) l’importanza del teatro nel sistema educativo stia proprio nel suo essere uno strumento di crescita sia personale che collettiva.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 25 Mar 2017 22:02:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 6 - L'arazzo di Bayeux]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_53a8c3b2"><div class="imTACenter"><a href="https://www.act1.it/files/infografica.JPG" onclick="return x5engine.utils.imPopUpWin('https://www.act1.it/files/infografica.JPG','imPopUp', 900,600);" class="imCssLink inline-block"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/infografica.JPG"  width="492" height="690" /></a></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 07 Feb 2017 22:16:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[A proposito di educazione di genere]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_dc9k209l"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Animale.JPG"  width="301" height="148" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il dibattito sulla questione dell’identità di genere che negli ultimi tempi sta interessando il mondo dell’educazione si è rianimato in questi giorni con la campagna a favore o contro uno spettacolo teatrale per ragazzi, <i>Fa’afafine</i>. Lo spettacolo è l’occasione, il pretesto, il nodo centrale è invece il ruolo dell’educazione e in particolare della scuola rispetto a questo tema.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Confesso di non aver visto <i>Fa’afafine</i> e quindi di non poter dare un giudizio motivato sullo spettacolo. Non avendone esperienza diretta potrei solo assumere posizioni ideologiche e preconcette ed è ciò che non intendo fare.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ho sentito parlare per la prima volta di questo lavoro dall’autore stesso, Giuliano Scarpinato, che ne cura anche la regia, durante uno dei suoi laboratori. L’argomento non mi ha stimolato più di tanto all’inizio e continua a non suscitare in me una particolare curiosità. Messa così potrebbe sembrare che temi come l’identità di genere, le scelte e le libertà personali, gli stereotipi educativi, fino all’omofobia non mi interessino. Tutt’altro. Quello che non mi interessa sono da un lato le crociate e la loro ipocrita moralità e dall’altro le barricate spesso altrettanto acritiche e preconcette.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Semplicemente credo che l’educazione al senso civico, al rispetto, alla democrazia, alla diversità ecc. non si possano affrontare come si affronta una poesia di Leopardi o un argomento di storia: “oggi parliamo di…” ma siano valori che vanno “costruiti” giorno per giorno nella prassi quotidiana, con il linguaggio (barzellette, luoghi comuni, offese di natura sessuale sono non solo tollerati ma ritenuti anche divertenti); con i giudizi (perché un ragazzo non può manifestare un sentimento tenero verso un compagno? o farsi vedere quando piange?); con l’attenzione ai modelli proposti.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Mi è capitato di leggere a scuola un libro per ragazzi sulla mafia. Tema forte con molte occasioni di approfondimento sulla legalità, il rispetto delle regole, il senso dello Stato e quello di appartenenza ad un gruppo. Insomma un bel tema da affrontare con adolescenti. Peccato che il linguaggio e gli stereotipi di quel libro ne abbiano in parte vanificato gli intenti.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Non darò alcun riferimento bibliografico perché non intendo farne una recensione ma mi domando se le frasi che seguono siano adeguate all’educazione di un ragazzo. Per significare il coraggio del personaggio di cui parla ad un certo punto l’autore scrive: “i neonati di solito piangono sempre, tu per esempio non la smettevi più: una femminuccia…” e più avanti “gli uomini non piangono, mio figlio l’ho educato così da piccolissimo”. <i>Est modus in rebus</i> e pensieri di questo tipo certamente potevano essere espressi in altra forma; purtroppo invece affermazioni così sono il prodotto di una mentalità accettata e condivisa in cui la componente “femminile” viene considerata inferiore e in subordine rispetto all’elemento “maschile”. (Ovviamente gli aggettivi posti tra virgolette non sottendono banalmente il significato di donna o uomo ma si riferiscono ad ogni tipo di discriminazione e l’averle evidenziate attribuisce loro un giudizio di valore.) È talmente normale esprimersi in quel modo che anche in un libro per ragazzi non ci si pone il problema quale sia il messaggio che viene trasmesso. E un messaggio implicito è più subdolo di una dichiarazione esplicita.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ritornando allo spettacolo teatrale da cui sono partita, non so se sia un bello spettacolo oppure no, non so se sia “pericoloso” oppure no ma se da un lato mi coinvolge poco una proposta esplicita di trattazione tematica rispetto a questo argomento e preferisco la coerenza di un modello educativo che si sviluppi nel tempo cogliendo tutte le occasioni offerte dalle circostanze senza stacchi tra ciò che si è e ciò che si fa, dall’altro mi inquietano i ricorsi alla censura e i linciaggi morali.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Forse, come per il libro sulla mafia, delle cose si dovrebbe avere conoscenza se non altro per esercitare coscientemente il diritto di critica.</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 27 Jan 2017 22:03:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?a-proposito-di-educazione-di-genere</link>
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			<title><![CDATA[Per caso ... alla radio]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_uzndm7l8"><div><span class="imTAJustify fs9"><a role="button" href="javascript:x5engine.utils.popup({text: 'Rosanna Nardon  - \'Profano\'&lt;br /&gt;Tecnica: Acrilico - Dimensioni: 15 x 15', graphics: true, background: 'rgba(0, 0, 0, 0.8)', backgroundBlur: false, width: '30%'})" class="imCssLink fleft inline-block"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/rosi.jpg"  width="243" height="157" /></a></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Tornando a casa in macchina, come sempre succede, ascoltavo distrattamente la radio con la mente divisa tra l’attenzione alla guida, i miei pensieri e l’orecchio alla musica. Ad un certo punto la radio in sottofondo prende il sopravvento. Quel brano mi ha colpito immediatamente. Forse il modo di parlare con gioviale accento padano, senz’altro i suoni di quel gruppo di musica sperimentale, i Frank Sinutre che in maniera coraggiosa aveva associato la musica alle parole e poi il testo. Un testo ironico, fresco ma nello stesso tempo di quelli che ti toccano dentro.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">“Iolanda Pini” è il racconto di alcuni momenti di un’esperienza fatta dal narratore in una casa di riposo come obiettore di coscienza. Con poche pennellate l’autore, Michele Menghinez riesce a cogliere il senso di un’esistenza nello scorrere del tempo. Si vive “tutto”, il tempo naturalmente, senza perderne neanche un istante.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Iolanda Pini è una vecchia signora, bizzarra come i vecchi sanno essere a volte nei modi e nelle risposte, che alla richiesta dei suoi anni ne aggiunge sempre un pochi per arrivare al numero tondo: cento. Una sola volta si avvicina ai suoi novantuno e risponde novanta, salvo poi correggersi in cento. Ma quando alla fine alla consueta domanda di Michele risponde “tutti, ce li ho tutti”, perché gli anni non sono come un giubbotto in saldo, bisogna farli tutti, in quel momento si chiarisce il senso della narrazione.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La poesia di questo racconto che si propone con un’ironia gentile e a cui la brevità conferisce leggerezza sta in quel rapporto tra un’anziana e un giovane, in quel cercarsi solo per scambiare due parole, per chiedersi l'età che già si conosce.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La curiosità per saperne di più è scattata subito, senz'altro favorita dall'accattivante fusione tra la storia e la particolare musica, prodotta oltre che con strumenti tradizionali, anche con dispositivi costruiti dai due ideatori del progetto, Isi Pavanelli e Michele Menghinez. Prendo al volo l'appunto, arrivo a casa e faccio la ricerca in rete, salvo il link tra i preferiti e vado a cercare il testo. L'idea è di proporlo domani ai ragazzi a scuola.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Scopro che l'album si intitola<i> Musique pour les poissons</i> ed è uscito nel 2014 (<u><span class="cf1"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=xRgwmXcz7Yc" target="_blank" class="imCssLink">https://www.youtube.com/watch?v=xRgwmXcz7Yc</a></span></u>) mentre la raccolta da cui è tratto il testo è stata pubblicata in e-book nel 2013 e ha un nome molto evocativo <i>Racconti per Pesci del Mare d’Aria</i>.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Lo capiranno il senso dei ragazzi di terza media? Sapranno cogliere l'ironia e distinguerla da una banale presa in giro? Come si porranno di fronte ad un testo non “tradizionale”, che non c'è sul libro ma si può ascoltare con la musica?</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ebbene, l'hanno capito, hanno colto e saputo distinguere, non si sono “annoiati” come qualcuno di loro ha detto leggendo i soliti brani. Hanno gradito molto il testo. Sulla musica invece va fatto un discorso a parte. Devo dire che non tutti hanno visto l'originalità della proposta. Alcuni (pochi) l'hanno apprezzata come qualcosa di insolito, altri invece, e devo dire che erano la maggior parte, avrebbero preferito “una musica più dolce”. Forse li conosco poco perché puntavo molto sull'aspetto musicale, forse sono più conformisti di quanto si creda, forse dalla scuola si aspettano solo proposte prevedibili. Non so. L'esperimento però mi pare riuscito: alla fine è piaciuto e senza dubbio li ha fatti pensare.</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 25 Dec 2016 18:35:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?per-caso-----alla-radio</link>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 5 - Ait Ben Haddou]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_1hf35585"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/ksar.JPG"  width="252" height="154" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Come un’ombra che si stacca dal muro il ragazzo si accostò silenzioso, il contrasto tra la luce accecante del deserto e il buio di quell’androne lo rendeva ancora più scuro. L’incontro fu inaspettato perché il luogo fino a quel momento era deserto, lui però sembrava aspettarci, o meglio, sembrava aspettare qualcuno. Ci prese di sorpresa e ci fece quasi paura.</span></div><div class="imTAJustify"><div><img class="image-1 fright" src="https://www.act1.it/images/aid.JPG"  width="255" height="173" /><span class="fs12">Aït Ben Haddou è un merletto di fango e d’argilla ai confini del deserto, passavano di là le carovane che dal Sahara arrivavano fino a Marrakech e poi di ritorno. Dichiarata patrimonio dell’UNESCO per la sua bellezza, riprodotta sui manuali di architettura come esempio urbanistico, nella cittadella si entra varcando una delle spesse porte ma prima si deve superare un fiume che nella bella stagione è ridotto a un rigagnolo. Lo si passa in equilibrio sulle grosse pietre che fanno da ponte.</span></div><div> </div><div><span class="fs12">Il ragazzo ci chiese di scrivergli una lettera per un’amica di Milano. Nemmeno per un momento credemmo al pretesto ma ci lasciammo trasportare tra le viuzze della kasbah fin dentro una casa dove una vecchia dal respiro pesante dormiva in una nicchia e una donna lavorava ad un rudimentale telaio mentre le galline le starnazzavano intorno. Salimmo le scale fino ad una terrazza bellissima circondata dalle torri; le altre case del villaggio erano più basse. La donna del telaio ci seguì e volle farsi fotografare contro il sole. Era vestita malamente, all’occidentale, non era giovane ma forse non vecchia quanto sembrava e mi colpì quella sua vanità di mettersi in posa per una foto che non avrebbe mai visto.</span><br></div><div><div class="imTACenter"><img class="image-2 fleft" src="https://www.act1.it/images/Finestra_grata1.JPG"  width="272" height="180" /></div><div><span class="fs12">Dentro, nella stanza più in alto della casa, l’ombra era densa e dalle grate delle finestre entravano scie di pulviscolo secco. Bevemmo il tè alle foglie di menta che il ragazzo aveva preparato e dovetti scrivere la lettera, un compito al quale all’inizio avevo cercato di sottrarmi.</span></div><div><div><span class="fs12">Così andò quella volta nel sud del Marocco ma ormai sono passati degli anni e il ricordo è sfumato. Nel vecchio ksar di Aït Ben Haddou adesso vivono in pochi e quella lettera scritta tempo fa, che con la foto della donna sulla terrazza condivide la gratuità di un atto di cui non ho ancora compreso il significato, chissà se avrà mai avuto una risposta.</span><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/strada.JPG"  width="424" height="270" /><br></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 08 Dec 2016 17:15:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--5---ait-ben-haddou</link>
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		</item>
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			<title><![CDATA[Crescete e consumate]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_c36cye83"><div><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/foglia1.jpg"  width="187" height="125" /></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">E' iniziata la scuola e come sempre in questo periodo i cortili si rianimano con il vociare dei ragazzi che si affrettano per non far tardi al suono della campanella, gli insegnanti si entusiasmano per i nuovi progetti pensati per l'anno che incomincia, i genitori si destreggiano tra libri che non sono ancora arrivati, le circolari da leggere e le comunicazioni da firmare. Tra settembre e ottobre, se ci mettiamo anche gli scuolabus, è tutto un movimento. E quale momento migliore di questo per il risveglio dei “benefattori”... quelli che sono pronti a “regalare” materiale didattico (soprattutto informatico che va per la maggiore) ma anche attrezzature sportive e tutto ciò che può essere utile nella pratica scolastica o a proporsi per progetti “educativi”?</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Supermercati, catene di fast food, banche, tutti a far gara con una ridda di proposte per trovare un posticino nell'offerta didattica delle singole scuole con idee che si assomigliano del tipo “più compri più punti guadagni più vieni premiato” oppure “dai retta a noi, ti spieghiamo come funziona il mercato, ti sveleremo i segreti del commercio” e via di questo passo. Bene, si dirà, soprattutto in tempi di vacche magre, perché non approfittare?</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Già, perché?</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Perché lo sapevano bene i latini che mica per niente avevano mutuato dal diritto la formuletta “do ut des” che non è proprio quel che si dice un esempio di liberalità. Intendiamoci, qui non si sta dicendo che le politiche di marketing volte alla fidelizzazione del consumatore non siano legittime, tutt'altro ma su terreno diverso e con altri soggetti, non a scuola e non con i ragazzi. Sembra addirittura banale ricordarlo ma la scuola dovrebbe sviluppare il senso critico, orientare nel mondo, fornire strumenti di analisi e, in definitiva, formare donne e uomini consapevoli non consumatori.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Entrare in questo meccanismo però è facile, lo si fa senza accorgersene. “Tanto l'avrei comprato comunque, in più posso aiutare la scuola di mio figlio”, pensa l'acquirente convinto della sua scelta. Infatti, ognuno può regolarsi come vuole, fare la spesa dove gli fa più comodo e passare le serate dove preferisce. Chi invece dovrebbe avere una coerenza e certe cose le dovrebbe valutare con minor disinvoltura è proprio la scuola e gli insegnanti che magari hanno approvato un Piano dell'Offerta Formativa in cui è inserita l'educazione alimentare o che durante le lezioni cercano di sviluppare nei discenti il senso critico nei confronti dei consumi consapevoli e di informare i ragazzi sulle storture di una globalizzazione economica che guarda solo al profitto.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Che dire poi del pluralismo di cui un'istituzione pubblica e laica dovrebbe essere il simbolo? Privilegiare l'acquisto in un supermercato anziché in un altro, ospitare quella banca e non l'altra o incoraggiare la frequentazione di un fast food non è proprio ciò che si dovrebbe fare. Ma, certo, a voler applicare alla lettera il principio del pluralismo come si fa? si dovrebbe lasciare spazio a tutti gli attori sulla piazza con il risultato di fare della scuola un vero e proprio mercato. Sarebbe davvero troppo! Ed ecco allora che in quel movimento di cui si diceva all'inizio ci si mette anche il “benefattore” perché, si sa, è importante arrivare tra i primi...</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Francamente credo ci sia qualcosa di meglio che possiamo offrire ai ragazzi.</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 05 Oct 2016 20:21:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?crescete-e-consumate</link>
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		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 4 - Motya]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_n5srngq5"><div class="imTACenter"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/SG-Motya40001.jpg"  width="250" height="166" /><span class="fs9"> </span><img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/SG-Mozia-21.JPG"  width="250" height="167" /></div><div class="imTACenter"><div class="imTALeft"> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ce ne stiamo qui all’ombra dei pini e delle palme, tu con la testa sulle mie ginocchia, ci godiamo il fresco, nell’aria un caldo profumo di fichi si mescola a quello mutevole tra liquirizia e curry dell’elicriso. Parliamo. Di fronte a noi un cane sdraiato ci fa compagnia. Siamo soli su questa panchina davanti alla casa, gli altri turisti si sono dispersi per l’isola. All’imbarcadero ho comprato un grazioso cappellino di paglia ma qui non serve, ci sono le piante che ci proteggono dal sole.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Questa è Mozia. </span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-6 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-cappellino.JPG"  width="250" height="167" /><span class="imTACenter fs12">La laguna dello Stagnone si estende lungo la costa occidentale della Sicilia a nord di Marsala, lì c’è l’isola; ci si arriva solo in barca seguendo l’antica strada appena sotto il pelo dell’acqua e in alcuni tratti ancora visibile. Mozia è stata una fiorente colonia fenicia dell’VIII secolo a.C., oggi appartiene alla Fondazione Whitaker. Fu infatti un Withaker, Joseph, la cui famiglia commerciava in vino a Marsala, che la acquistò e condusse i primi scavi. La casa padronale è diventata un museo che raccoglie i reperti dell’isola e tra essi, quello forse più conosciuto, la statua di un efebo, il Giovane di Mozia.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><span class="fs9"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/SG-Mozia-14.JPG"  width="256" height="171" /> &nbsp;<img class="image-5" src="https://www.act1.it/images/SG-Motya50001.jpg"  width="215" height="171" /><br></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Intanto il profumo di fichi e di liquirizia ci dà un leggero torpore e l’ombra ci invita al sonno. Si sta bene qui a parlare.</span><br></div><div class="imTACenter"><br></div><div class="imTACenter"><div class="imTAJustify"><img class="image-4 fleft" src="https://www.act1.it/images/cane.JPG"  width="172" height="265" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il cane si è alzato, sembrava voler andare via, invece fa un giretto attorno e si sistema di nuovo a terra, più vicino a noi questa volta. Alla spicciolata ritornano i turisti e vanno verso l’imbarco.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Non abbiamo fretta manca ancora molto al tramonto possiamo prendere la prossima barca.</span></div></div><div></div><div></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Fri, 05 Aug 2016 20:10:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 3 - Sulle tracce di un’emozione]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_697p588z"><div><span class="imTAJustify fs12">Il viaggio è anche ricerca. La seconda guerra mondiale, studiata sui libri di storia, letta nei romanzi, ascoltata dai racconti di chi l’ha vissuta: un evento troppo vicino per non cercare di più…</span><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">E si parte dall’inizio, da dove tutto è cominciato quel 25 agosto 1939 quando con il pretesto di una visita di cortesia la corazzata Schleswig-Holstein arrivò nel porto di Danzica. Sotto il ponte c’erano 225 soldati della Compagnia navale d’assalto tedesca. Il primo settembre venne attaccata la fortezza polacca di Westerplatte.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Westerplatte--11-.JPG"  width="186" height="279" /><span class="fs12"> &nbsp;<img class="image-1" src="https://www.act1.it/images/SG-Westerplatte--12-.JPG"  width="241" height="161" /><br></span></div><div class="imTAJustify"><div><br></div><div><span class="fs12">Westerplatte è una penisola che si trova sulla foce di un ramo morto della Vistola. La costa è bassa e sabbiosa, battuta dal vento: chissà </span><span class="fs12">se que</span><span class="fs12">l giorno faceva freddo.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span></div><div><span class="fs12">Arriviamo ai laghi Masuri dopo un temporale, il cielo si è rasserenato in breve tempo e ci fa godere un panorama rilassante, difficile immaginare che poco distante c’è uno dei luoghi più inquietanti dello stato maggiore nazista: la Tana del lupo (Wolfsschanze). </span><img class="image-2 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Laghi-Masuri--5-.JPG"  width="310" height="207" /><br></div><div><span class="fs12">Così era chiamato il quartier generale di Rastenburg (in polacco Ketrzyn) &nbsp;posto sul fronte orientale per arginare l’avanzata russa. Fu lì che nel 1944 il colonnello von Stauffenberg organizzò il fallito attentato a Hitler. La tana fu distrutta dagli stessi tedeschi quando l’Armata Rossa arrivò ai confini della Prussia orientale.</span></div><div><div> </div><div><span class="fs12">È rimasto tutto quasi come lo hanno lasciato, a parte la vegetazione che si è ripresa i suoi spazi.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-3" src="https://www.act1.it/images/SG-La-Tana-del-Lupo--11-.JPG"  width="253" height="169" /> <img class="image-4" src="https://www.act1.it/images/SG-La-Tana-del-Lupo--14-.JPG"  width="248" height="166" /><br></div><div><div class="imTARight"><span class="fs12"> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</span><span class="fs10"><span class=""> </span><span class="imTARight">(</span><i class="imTARight">Polonia, luglio 2013</i><span class="imTARight">)</span></span></div><div> </div><div><span class="fs12">E dove tutto ebbe fine…</span><br></div><div> </div><div><span class="fs12">6 giugno 1944 iniziò l’operazione Overlord, lo sbarco alleato in Normandia.</span></div><div> </div><div><span class="fs12">Lungo la costa normanna sono ancora visibili le postazioni del Vallo atlantico, la gigantesca linea &nbsp;difensiva costruita dai tedeschi e che si estendeva dal Mare del Nord all’Atlantico.</span></div><div> </div><div><span class="fs12">Ad &nbsp;Arromanches per esempio.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.act1.it/images/SG-Arromanches-les-Bains--6-.JPG"  width="240" height="160" /> <img class="image-6" src="https://www.act1.it/images/SG-Arromanches-les-Bains--13-.JPG"  width="240" height="161" /><br></div><div><div><span class="fs12">E mi vengono in mente alcune descrizioni del </span><i class="fs12">Tamburo di latta</i><span class="fs12"> di Günter Grass , di quando la compagnia del clown Bebra con la quale Oskar, il protagonista, si esibiva fu invitata al fronte per uno spettacolo per gli ufficiali e la truppa.</span></div><div> </div><div><span class="fs12">“Non era il placido Baltico che mi attendeva verde bottiglia, con singhiozzi di fanciulla. Era l’Atlantico, che da tempi immemorabili si esercitava nelle sue manovre: irrompeva con l’alta marea, si ritirava con la bassa marea.</span></div><div> </div><div><span class="fs12">E poi l’avemmo a portata di mano, il cemento armato. (…) aveva la forma di una tartaruga appiattita, e con feritoie, spioncini e parti metalliche di piccolo calibro guardava verso l’alta e bassa marea.” E di quando, a guerra finita Oskar ritorna in quei luoghi con l’amico pittore Lankes ex caporal maggiore conosciuto ai tempi della tournée e si crea una scena picaresca ricordando “le sei o sette suore che cercavano granchi tra gli asparagi Rommel” </span><span class="fs10">(Günter Grass, <i>Il Tamburo di latta</i>, Feltrinelli, 1974)</span><span class="fs12">.</span></div><div> </div><div><span class="fs12">Gli “asparagi Rommel” erano dei pali di legno alti &nbsp;cinque metri circa conficcati nel terreno lungo la linea di difesa, impedivano gli sbarchi nemici perché durante l’alta marea venivano sommersi e rappresentavano perciò un pericolo per gli scafi delle imbarcazioni. Il nome, seppure ironico, rende bene l’idea.</span></div><div class="imTACenter"><img class="image-7" src="https://www.act1.it/images/SG-Omaha-beach--2-.JPG"  width="240" height="160" /> <img class="image-8" src="https://www.act1.it/images/SG-Omaha-beach--9-.JPG"  width="240" height="160" /><br></div><div><div><span class="fs12">Infine eccoci a Omaha Beach. La suggestione è forte, il litorale si estende a perdita d’occhio. Questa spiaggia fu soprannominata “Bloody Omaha”, proprio qui durante il D-Day più ingenti furono le perdite di soldati americani.</span><br></div><div> </div><div><span class="fs12">Intanto piove a dirotto.</span></div><div> </div><div class="imTARight"><span class="fs10 cf1">(<i>Normandia, agosto 2015</i>)</span></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 28 Jul 2016 19:08:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--3---sulle-tracce-di-un-emozione</link>
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			<title><![CDATA[Menocchio – recensione spettacolo (XXV Mittelfest 2016)]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_teatro"><![CDATA[Recensioni teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_4x8008kd"><div class="imTALeft"><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La storia di Domenico Scandella, detto Menocchio, il mugnaio di Montereale Valcellina (PN) che nel Cinquecento sfidò la Chiesa con le sue teorie sulla divinità e sulla creazione del mondo e si ribellò all’arroganza del potere è stata raccontata dallo storico Carlo Ginzburg nel suo libro</span><span class="fs12"> </span><i><span class="fs12">Il formaggio e i vermi</span></i><span class="fs12">. (</span><i><span class="fs12">Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del '500</span></i><span class="fs12">, Einaudi, Torino 1976) Adesso quella vicenda è diventata un’opera teatrale che è stata presentata per la prima volta sabato 16 luglio 2016 nella serata d’apertura della XXV edizione del “Mittelfest ” di Cividale (UD).</span></div></div><div class="imTALeft"><br></div><div> </div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Ritratto-di-un-mistificatore.JPG"  width="265" height="425" /><span class="fs12">L’idea di mettere in scena la vicenda del Menocchio è interessante ma la scelta di proporre un argomento per così dire “a tesi” in forma musicale, affidandosi quasi esclusiva-mente ai recitativi, è risultata poco convincente perché le semplificazioni che una par-titura musicale richiede hanno tolto forza al contenuto che invece si basa su un tema molto intenso come quello della libertà di pensiero e dell’op-posizione al potere dispotico.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Forse la vicenda sarebbe stata maggiormente valorizzata con una rappresentazione in prosa che limitasse le parti musicali ai brani del coro che è riuscito a creare una certa suggestione nello spettacolo.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Oppure - ed è questa la soluzione che di gran lunga avrei preferito - con una lettura non filologica dell’opera prescindendo da scene e costumi esplicitamente cinquecenteschi si sarebbe potuto destrutturare completamente il lavoro affidandosi più alla musica che alle parole (ad una musica molto suggestiva e potente) e all’aspetto visivo rendendo l’opera dinamica attraverso le coreografie e i giochi di luce, riservando alla parola brevi frasi, dei punti fermi attorno a cui coerentemente si sviluppasse il pensiero e si precisasse il conflitto necessario allo svolgimento drammaturgico. Immagino corpi nella loro essenzialità che si muovono sulla scena evocando lo struggimento delle idee, l’ansia di libertà, la costrizione del potere e il tormento della pena.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Apprezzabili sono stati invece gli attori che hanno sostenuto le diverse parti, non sempre di facile esecuzione, con buone capacità tecniche ed espressive, l’orchestra e il coro diretti rispettivamente dai Maestri Eddi De Nadai e Cristiano dell’Oste.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12"><br> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10"><i>Menocchio</i> – opera in un prologo, cinque quadri e un epilogo –</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10"><br> </span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Musica Renato Miani</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Libretto Francesca Tuscano</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Regia, scene e costumi Ivan Stefanutti</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Coreografie Fausta Mazzucchelli</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Luci Claudio Schmid</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Interpreti</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Gabriele Ribis, baritono</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Branko Robinšak, tenore</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Nicholas Isherwood, basso</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Elena Biscuola, mezzosoprano</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Coro del Friuli Venezia Giulia diretto da Cristiano dell’Oste</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs10">Mitteleuropa Orchestra diretta da Eddi De Nadai – maestro collaboratore Roberto Brandolisio</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Mon, 18 Jul 2016 20:51:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?menocchio---recensione-spettacolo--xxv-mittelfest-2016-</link>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 2 – I non luoghi]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_sjhplbvz"><div class="imTACenter"><span class="fs12"><img class="image-0" src="https://www.act1.it/images/South-Carolina-Morning1.jpg"  width="375" height="283" /></span></div><div class="imTACenter"><i class="fs9">Edward Hopper, Carolina Morning (1955)</i></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Di ritorno da un piacevole soggiorno nel Salento ho avuto occasione di percorrere in macchina le strade della Puglia, in particolare la statale che da Termoli porta a Foggia. In genere preferisco viaggiare in autostrada il meno possibile perché è uno dei tanti non luoghi che ci estraniano dal contesto, uno di quei posti in cui la realtà circostante ci viene proposta in maniera artificiale e perciò falsata. Percorrendo quella strada la “realtà circostante” si vede invece, e molto bene.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ai lati decine di donne, alcune davvero giovanissime, prevalentemente di colore che aspettano. Tutto il giorno sotto il sole del sud con i vapori dell’asfalto e la polvere della campagna intorno, accampate alla meglio su sedili improvvisati; le più fortunate sono state fornite di un ombrellone, le altre aspettano per ore in condizioni disumane. Anche l’inguaribile ottimista (o ipocrita) non può considerare questa una scelta volontaria, non può non osservare che se fossero così motivate almeno le modalità di esercizio sarebbero più confortevoli. Sono ragazze e donne arrivate in Italia per trovare condizioni di vita decenti e queste di certo non lo sono.</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">La prostituzione in Italia non è mica un reato se fatta sulla strada, osserva l’inguaribile ottimista, che di solito è anche un benpensante, la prostituzione no ma lo sfruttamento sì, eccome, e quelle ragazze non sono invisibili. Così come non sono invisibili i lavoranti di colore nelle campagne intorno, o fanno parte del folclore anche quelli?</span></div><div> </div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ecco, potremmo definire ottimista una politica di accoglienza che pensa di aver risolto il problema concentrandosi solo sulla prima emergenza, un po’ miope ma inguaribilmente ottimista e forse incapace di percorrere pazientemente le strade della realtà, preferendo i non luoghi.</span></div><div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 14 Jul 2016 21:48:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--2---i-non-luoghi</link>
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			<title><![CDATA[La pedagogia teatrale di Carlos Maria Alsina]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_libri"><![CDATA[Recensioni libri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_20trduq5"><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/Edward_hopper.jpg"  width="307" height="239" /><span class="fs12">Ho avuto il piacere e il privilegio di conoscere Carlos Maria Alsina per aver frequentato due suoi seminari e subito ne ho apprezzato la grande professionalità e la profonda umanità. Per questo, quando poco prima dell'uscita del libro ho ricevuto una sua e-mail con la quale informava della pubblicazione gli amici e gli allievi, ho subito sentito la necessità di leggerlo convinta di ritrovare, come poi è stato, situazioni già vissute durante i seminari e nello stesso tempo avere l'occasione di approfondire quelle tematiche.</span><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ne <i>Il metodo delle azioni fisiche</i>, edito dalla Dino Audino di Roma, Alsina affronta e chiarisce l'ultimo metodo didattico-pedagogico di Stanislavskij, quello appunto che si basa sulle azioni fisiche elementari e che si distacca, si può dire si contrappone, a quello precedentemente elaborato, conosciuto più comunemente come il “sistema” che fa ricorso invece alla memoria emotiva. Tecnica, questa, che ha trovato la sua piena applicazione nell'<i>Actor Studio</i> di Lee Strasberg negli Stati Uniti e in una recitazione maggiormente orientata verso la cinematografia. Come si è detto il metodo dell'ultimo Stanislavskij ribalta quello della memoria emotiva perché pone prima l'azione per arrivare solo nel secondo momento della creazione, come conseguenza, all'emozione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il metodo delle azioni fisiche viene messo a punto da Stanislavskij negli ultimi dieci anni della sua carriera di regista e didatta, vale a dire tra il 1928 e il 1938, anno della sua morte. Con estrema chiarezza Carlos Maria Alsina definisce questo stile drammaturgico e recitativo filtrandolo attraverso la sua esperienza e supportando le proprie considerazioni con un approfondito apparato teorico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Presupposto filosofico che sottende il lavoro è l'interpretazione dialettica della nuova didattica di Stanislavskij secondo cui all'azione di un personaggio si contrappone la reazione di un altro per arrivare poi alla risoluzione del conflitto nella sintesi dell'incontro; a questa interpretazione corrisponde una concezione del teatro inteso come “produzione” che è altra cosa rispetto al giudizio di valore che di una rappresentazione ognuno può dare. Basandosi su una serie di incontri e conversazioni avute con persone vicine a Bertold Brecht, Alsina evidenzia come il materialismo dialettico del metodo di Stanislavskij venga riconosciuto anche dal drammaturgo tedesco che nel 1953 sollecitò a tale proposito un convegno sul grande regista russo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Particolarmente interessanti sono nel libro di Alsina la descrizione degli esercizi sui diversi tipi di azione che l'attore compie nella creazione del personaggio e il lavoro di improvvisazione che viene fatto sulla base del conflitto. Infatti, come afferma l'autore: “Senza il pane del conflitto l'attore non si alimenta, non sopravvive, muore. E con lui muore il teatro”. Azione e conflitto, dunque, elementi che assieme alle “circostanze date” servono a costruire il contesto e a creare il personaggio. Nulla è dato a priori, tutto avviene sulla scena.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Gli ultimi capitoli del libro sono dedicati alla preparazione di due scene tratte da <i>Il giardino dei ciliegi</i> di Cechov e dal <i>Riccardo III</i> di Shakespeare proposte come esempi di due approcci diversi al lavoro teatrale, l'uno fortemente incentrato sull'azione fisica, l'altro sull'azione verbale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Non mi ero sbagliata: leggendo questo libro ho ritrovato il rispetto per il lavoro dell'attore e la passione che Carlos Maria Alsina, nel suo ruolo di registra maieutico, con tanta generosità riesce a comunicare durante i suoi laboratori.</span></div><div class="imTAJustify"><div><span class="fs12"><a href="http://www.carlosalsina.com/" target="_blank" class="imCssLink">http://www.carlosalsina.com</a></span></div></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 08 May 2016 21:25:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?la-pedagogia-teatrale-di-carlos-maria-alsina</link>
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			<title><![CDATA[Appunti di viaggio n. 1 - Daffodils]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Impressioni_di_viaggio"><![CDATA[Impressioni di viaggio]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_xtgujsf5"><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Un viaggio iniziato da una parola. Un vecchio ricordo scolastico. E allora via a ricercare le sensazioni e le immagini di cui già allora quel vocabolo si era caricato.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Prima.JPG"  width="236" height="176" /><span class="fs12">Da Manchester a Grasmere ci sono circa due ore e mezza di macchina. Arrivo nel Lake District in un giorno piovoso. Meglio così, sarà banale ma me l'ero proprio immaginato in questo modo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Spinta da quella parola sono venuta a cercare un'emozione.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ed eccoli lì, i narcisi...</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-2" src="https://www.act1.it/images/SG-Daffodils.JPG"  width="267" height="200" /><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">... il resto lo ha già scritto Wordsworth...</span></div><div><br></div><div class="imTARight"><img class="image-3 fleft" src="https://www.act1.it/images/SG-Continuous.JPG"  width="200" height="267" /><span class="fs12"><i><br></i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i><br></i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i><br></i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i>I wandered lonely as a cloud</i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i>That floats on high o'er vales and hills,</i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i>When all at once I saw a crowd,</i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i>A host of golden daffodils;</i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i>Beside the lake, beneath the trees,</i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i>Fluttering and dancing in the breeze.</i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i><br></i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i><br></i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i><br></i></span></div><div class="imTARight"><span class="fs12"><i><br></i></span></div><div><span class="fs12"><i>Continuous as the stars that shine</i></span><img class="image-4 fright" src="https://www.act1.it/images/SG-Ullswater-7.JPG"  width="209" height="157" /></div><div><span class="fs12"><i>And twinkle on the milky way,</i></span></div><div><span class="fs12"><i>They stretched in never-ending line</i></span></div><div><span class="fs12"><i>Along the margin of a bay:</i></span></div><div><span class="fs12"><i>Ten thousand saw I at a glance.</i></span></div><div><span class="fs12"><i>Tossing their heads in springhtly dance.</i></span></div><div><br></div><div><span class="fs9">(<i>The Daffodils</i> by William Wordsworth)</span></div><div><br></div><div class="imTACenter"><img class="image-5" src="https://www.act1.it/images/SG-Ullswater-13.JPG"  width="215" height="162" /> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<img class="image-7" src="https://www.act1.it/images/SG-Walney-Is-8.JPG"  width="225" height="169" /><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 24 Apr 2016 14:10:00 GMT</pubDate>
			<link>https://www.act1.it/blog/?appunti-di-viaggio-n--1---daffodils</link>
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			<title><![CDATA[Uno spettacolo per insegnare il rispetto]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Recensioni_teatro"><![CDATA[Recensioni teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_7k7w7205"><div class="imTAJustify"><span class="fs12">È un tema caldo nella scuola e tra i ragazzi ma come tutti gli argomenti che vengono affrontati sull'onda dell'emozione e in maniera generalizzata rischia di essere banalizzato e finire nell'indistinto mediatico. È invece una questione che deve essere trattata con fermezza ma anche con molta attenzione. Mi riferisco al bullismo adolescenziale, fenomeno non nuovo ma che oggi con un utilizzo poco cosciente delle nuove tecnologie si è ingigantito uscendo dal gruppo di pari per diventare argomento condiviso sulla rete con tutte le conseguenze che ciò comporta.</span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/rooms-by-the-sea.jpg"  width="300" height="220" /><span class="fs12">Trovare i modi e i luoghi per parlarne, dunque.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">È il caso di uno spettacolo teatrale dedicato ai ragazzi ma non solo “per ragazzi” messo in scena dalla compagnia “Quelli di Grock” di Milano e proposto in regione dal CSS di Udine, dal titolo ambivalente “<a href="http://www.cssudine.it/tig/spettacolo.php?id=933" onclick="return x5engine.utils.imPopUpWin('http://www.cssudine.it/tig/spettacolo.php?id=933','imPopUp', 800,600);" class="imCssLink">Io me ne frego</a>”. Io me ne frego, infatti, è da un lato la tipica espressione del bullo ma può anche diventare lo scatto della vittima che non accetta più di sottomettersi ai soprusi.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">In scena due attori che interpretano ruoli diversi attorno ai due principali, quello di Biglia, il ragazzo sottomesso e di Rospo, il bullo e che riescono a coinvolgere il pubblico e a renderlo partecipe di una vicenda che comincia in &nbsp;modo assolutamente normale, si sviluppa da un'amicizia infantile ma che &nbsp;diventa via via sempre più angosciante e meno “normale”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Lo spettacolo, che si dipana tra continui flash-back e anticipazioni, inizia in un commissariato di polizia. Rospo viene interrogato da una voce fuori campo. L'atmosfera è cupa, carica di tensione, il comportamento del ragazzo è sopra le righe: arrogante e volgare; evidentemente non si rende conto della gravità della situazione e crede di poter continuare con i suoi modi. Le parolacce e le battute scurrili suscitano immediatamente il divertimento nel pubblico di adolescenti. La volgarità decontestualizzata fa sempre ridere. Anche il pubblico non riesce ancora a capire la gravità di quello che sta avvenendo sulla scena. Come per il personaggio rappresentato anche il loro sarà un percorso di acquisizione di responsabilità. All'inizio quel linguaggio spiazza, i ragazzi ridono fragorosamente, tentano un applauso, vengono zittiti. Sono divertiti o imbarazzati? Forse entrambe le cose e ridono per nascondere l'imbarazzo di fronte agli adulti. Da parte sua l'insegnante non è in una condizione migliore, incomincia a fare tutta una serie di considerazioni: si poteva attenuare la situazione? Trovare altre parole? Forse sì ma si sarebbe perso in efficacia. Si dovrà far capire ai ragazzi il senso del linguaggio, contestualizzare... e poi cosa diranno a casa? Domani arriverà il solito genitore a protestare: la scuola sempre sotto accusa. Bisognerà giustificare. Insomma il gusto dello spettacolo sembra si perda un po' all'inizio ma non è così. Mano a mano che la vicenda si precisa la parolaccia non fa più tanto ridere, la frase imbarazzante non imbarazza più per la sua forma ma è ciò che esprime che mette a disagio. Mano a mano che la situazione si complica e il gioco infantile si trasforma in scherzo pesante, dileggio, umiliazione la parolaccia non fa proprio più ridere e si capisce perché c'era bisogno di dirla quella cosa, perché non si poteva rendere una situazione così “anormale” se non con parole forti e “gratuite”. Il percorso di acquisizione di responsabilità che sulla scena si conclude quando le parti dei due si invertono ed è Rospo a trovarsi in uno stato di soggezione e ad aver bisogno di Biglia è completo anche per il pubblico.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">“Prof, è uno spettacolo strano... ma ti fa pensare.” Sì, è uno spettacolo “strano” perché fa pensare, perché qui la violenza non è quella di un videogioco sullo schermo né una scazzottata in un film, qui l'atmosfera pesante si respira nelle parole, in quello che significano e in quello che fanno capire e c'è la sensazione di viverle in prima persona quelle emozioni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Più tardi se ne parlerà a scuola. Domani non ci sarà nessun genitore a protestare, ne sono certa.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Il messaggio è arrivato.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 17 Apr 2016 11:30:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Il teatro a scuola]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Scuola_e_Teatro"><![CDATA[Scuola e Teatro]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_ze58tes5"><br><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Sono state fornite dal MIUR le “<a href="https://www.act1.it/files/Indicazioni_didattica_teatrale_16_17.pdf" onclick="return x5engine.utils.imPopUpWin('https://www.act1.it/files/Indicazioni_didattica_teatrale_16_17.pdf','imPopUp', 800,600);" class="imCssLink">Indicazioni strategiche per l’utilizzo didattico delle attività teatrali</a>”. Dal prossimo anno scolastico 2016/17, dunque, riconosciuto il valore pedagogico e didattico del teatro, l’attività teatrale entra a buon diritto nel piano dell’offerta formativa delle singole istituzioni abbandonando “definitivamente il carattere di offerta extracurricolare aggiuntiva” e diventando (“elevandosi”, nel documento) “scelta didattica complementare”.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Un aspetto su cui il documento insiste e che mi sembra interessante è che il teatro “deve essere adattato alla scuola e non viceversa. Infatti, diversamente opinando si correrebbe il rischio di perdere di vista il suo valore didattico, pedagogico ed educativo (…).”</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Confesso che il documento ha incontrato subito il mio favore ed è stato in qualche modo un motivo di soddisfazione perché è da anni che mi occupo di teatro nella scuola. </span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Infatti, in apertura del mio libro uscito nel 2013 e che ha come argomento la didattica teatrale a proposito dello spazio “tolto” all’attività curricolare affermavo: “La scelta di svolgere attività teatrale nella scuola, in particolare nella scuola secondaria, è una proposta spesso "coraggiosa" perché, inevitabilmente, toglie spazio al curricolo e rischia di non essere compresa se viene considerata come qualcosa in più rispetto ai percorsi formativi e didattici, ben che vada un piacevole diversivo per realizzare un saggio di fine anno ma dopotutto “la scuola è un’altra cosa”. E più sotto: “come insegnanti, non siamo chiamati a formare attori ma uomini e donne e che quindi le nostre priorità non saranno quelle di raggiungere una perfezione interpretativa ma (…) avranno altri scopi.” (A. Nardon, Laboratorio teatro – Proposte per fare teatro a scuola, Dino Audino Editore, Roma 2013.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Dopo una lettura più attenta delle “Indicazioni strategiche” però il tarlo critico si è insinuato e ha iniziato a sollecitarmi delle domande.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Si dice innanzitutto nel documento che le buone pratiche del laboratorio teatrale entrano nell’offerta formativa, ma come in concreto? Più volte si fa riferimento alla libertà di insegnamento (“spetta ai docenti operare la scelta di come e quando…”). Più che giusto ma rischiamo di rimanere sempre allo stesso punto. A parte l’aspetto che riguarda la fruizione degli spettacoli - le scuole già da molti anni inseriscono nel piano delle uscite la visione di opere teatrali (ricordo, a questo proposito, il bel progetto di Giorgio Testa di Didattica della visione condotto in molte scuole) - è l’aspetto laboratoriale quello che qui risulta più debole. Quali saranno infatti le ore da dedicare a questa attività e in che modo si attuerà la necessaria interdisciplinarità in un’organizzazione non strutturata per l’interdisciplinarità? Temo che ancora una volta se ne faranno carico gli insegnanti con più ore (quelli di lettere) e che si dovrà comunque ricorrere a incontri extracurricolari che vanno anche bene quando si deve preparare qualcosa ma non soddisfano a pieno la filosofia che dovrebbe ispirare questa pratica, e cioè il valore formativo per tutti ma proprio tutti i ragazzi e non solo per quelli che possono fermarsi al pomeriggio. Bene quindi l’aver posto il tema ma se non si modifica l’impianto complessivo del sistema educativo questa rischia di essere una bella proposta destinata a rimanere tale.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Si chiede poi la documentazione delle attività teatrali messe in atto con schede descrittive che saranno presenti on-line quindi, par di capire, elaborate secondo uno standard per “valutare le iniziative artistiche in modo ponderato, ovvero nel rapporto mezzi/fini/economicità”. E qui invece non capisco. A chi servirà questa valutazione? Se si tratta di condividere esperienze con altri colleghi ben venga ma perché ridurre il risultato ad una valutazione di “mezzi, fini, economicità” quando più sotto si dice testualmente che non è “la qualità del risultato delle attività artistiche che rappresenta un indicatore di buona pratica ma il processo attuato in relazione alle condizioni di esercizio.” Continuo a non capire.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Insomma, in conclusione, l’attenzione posta sul fare teatro a scuola è apprezzabile e un pronunciamento ufficiale pare quanto mai opportuno, rimangono però le perplessità sulla sua realizzazione affinché non rimanga, come lo è già da molto tempo, l’iniziativa di insegnanti motivati che operano spesso in completa solitudine.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sun, 10 Apr 2016 19:26:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Elogio del tempo lungo]]></title>
			<author><![CDATA[Alessandra Nardon]]></author>
			<category domain="https://www.act1.it/blog/index.php?category=Parliamo_di_scuola"><![CDATA[Parliamo di scuola]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_z9c69651"><div class="imTACenter"><span class="fs14"><i><br>Modesta proposta per la scuola media</i></span></div><div class="imTACenter"><span class="fs12"><b><br></b></span></div><div class="imTAJustify"><img class="image-0 fleft" src="https://www.act1.it/images/pixabay-bb4b3acb9e2842405e.jpg"  width="300" height="225" /><span class="fs12">“Vite et bien ne vont jamais ensemble” recita un proverbio francese che mi piace citare per la sua musicalità; il corrispondente italiano è “piano e bene non conviene”: sintetico ed efficace. Se poi si vuol dar credito alla saggezza popolare si può dire che”la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”: tenero e colorito. Me lo ripeteva sempre mia madre quando ero troppo sbrigativa nelle cose che facevo, volevo correre per arrivare non si sa dove senza fermarmi a meditare su ciò che stavo facendo. Saggezza di madre! Il significato di queste citazioni si può sintetizzare in un altro aforisma: la fretta è una cattiva maestra. Soprattutto quando si accompagna ai processi di apprendimento, mi sento di aggiungere.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Un lungo preambolo per sostenere una posizione che vorrei proporre come argomento di discussione e che vede nel recupero dei “tempi lunghi” una possibile strategia per arginare il calo di motivazione dei ragazzi, in particolare nella fascia d’età pre-adolescenziale, quella che interessa la scuola secondaria di primo grado.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Questo segmento del sistema scolastico italiano è infatti, tra tutti, quello più problematico e purtroppo maggiormente trascurato. Procedendo con piccole modifiche, correzioni, introduzione di innovazioni che hanno negli anni stravolto l’impianto sostanziale della scuola media si è perso di vista che cosa si vuole ottenere alla fine dei tre anni. Nonostante l’innalzamento dell’obbligo scolastico il passaggio alle scuole superiori costituisce infatti ancora uno stacco importante non fosse altro perché lo studente sperimenta per la prima volta cosa significhi sostenere un vero e proprio esame. Un esame - lo dico per inciso perché l’argomento meriterebbe una trattazione a parte – che prevede ben cinque prove scritte, una orale su tutte le materie e un voto di ammissione. A tredici anni non è poco! Sottolineo il dato anagrafico perché è un’osservazione tutt’altro che trascurabile. I ragazzi che frequentano le medie, il primo anno, quando si rivolgono all’insegnante, solo alla terza opzione la chiamano professoressa dopo aver provato prima con mamma e poi con maestra. A questi ragazzi, arrivati bambini dalle elementari, viene imposta un’organizzazione scolastica che è la copia delle scuole superiori: tante materie (nella maggior parte teoriche), tanti insegnanti, uno entra e uno esce. Insegnanti che si ritrovano ai consigli di classe per parlare soprattutto dell’andamento didattico della classe e dei risultati dei singoli alunni.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Ossessionati dal programma chiediamo ai ragazzi ancora immersi in una dimensione ludica di sostenere dei ritmi che non sono in grado di sostenere dimenticandoci che l’apprendimento è soggetto alle varie fasi dello sviluppo cognitivo dell’individuo e che la capacità di astrazione in questa fascia d’età non può dirsi ancora acquisita in maniera soddisfacente. È vero che il ragazzo incomincia a staccarsi dal contenuto concreto e a formulare ipotesi inoltrandosi nel mondo del possibile, a staccarsi dal dato tangibile per giungere a concetti sempre più generali ma si tratta di un processo graduale che non può dirsi compiuto se non verso i sedici anni. (1) Affrontare contenuti troppo teorici e soprattutto in grande quantità diventa una fatica troppo grande e determina una perdita di interesse negli argomenti proposti. Bambini che alle elementari erano pronti e collaborativi diventano svogliati alle medie, rispetto agli anni precedenti incominciano a chiedersi perché si devono studiare certe cose, a cosa servono. Domande che, quando interessano la sua materia, rischiano di essere molto frustranti per un insegnante portandolo su posizioni di difesa quando non decisamente ostili, a trincerarsi dietro a un programma da svolgere e infine a giustificarsi con l’obbligo di raggiungere degli obiettivi “in vista dell’esame finale”. Tutto vero ma forse si dovrebbe ripensare al modo di farlo.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Sarebbe necessario recuperare i tempi lunghi di apprendimento e ridurre almeno in parte contenuti che verranno ripetuti con maggiore profondità alle scuole superiori concentrandosi sull’acquisizione di un metodo di studio; lasciare spazio alla creatività dei ragazzi, assecondarne le attitudini, orientarli verso proposte “forti” che non ammicchino alle mode del momento ma costruiscano dei veri percorsi formativi sul lungo periodo come la buona prassi della didattica incentrata sul teatro. (2) Non si tratta di aumentare le ore di scuola ma di renderle più a misura di ragazzo, di creare un clima di apprendimento favorevole e disteso, di non avere sempre e solo in mente il risultato e la valutazione con una mentalità che si adatta di più ad un’organizzazione aziendalistica che a quella formativa. L’introduzione dei voti numerici nella scuola del primo ciclo e dell’informatica nella registrazione dei risultati non ha aiutato questo processo; si è rivelata indubbiamente utile per l’immediatezza della comunicazione con le famiglie ma ha tolto all’insegnante quella discrezionalità che gli permetteva di valutare un ragazzo nella sua complessità e non solo su delle prove oggettive. Oltre a ciò ha creato un clima di falsa competizione tra gli alunni basata prevalentemente su ciò che si fa e non su ciò che si è. Inutile dire che un simile modo di intendere il processo formativo con i suoi ritmi serrati e il tecnicismo dei contenuti ha fortemente deviato dai propositi su cui era nata la scuola media unificata e su cui si basavano i programmi del ’79.</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs12">Tornare indietro non è facile, sarebbe necessario un ripensamento radicale sul significato della scuola secondaria di primo grado che si fondi su valori discussi e condivisi, ma qualcosa è ancora possibile fare da parte di chi opera nella scuola e cioè tenere in maggior considerazione il “tempo lungo” che non è una “perdita di tempo” ma la consapevolezza che per processi delicati come quelli che riguardano l’apprendimento la fretta è appunto una cattiva maestra.</span></div><div class="imTAJustify"><br></div><div class="imTAJustify"><span class="fs10"><i>Note</i>:</span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs9"><span class="">1.</span><span class=""> </span><span class="imTALeft">Il Decreto Ministeriale del 9 febbraio 1979 (Programmi, orari di insegnamento e prove di esame per la scuola media statale) all’art. 1 La realtà dell'alunno che si trova nella fase della preadolescenza, Parte II recita: “Gli alunni ai quali questa scuola si rivolge si trovano ad affrontare (pur nella diversità delle situazioni personali, dei ritmi dello sviluppo psico-fisico e dei livelli di maturazione) il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza per giungere ad una più avvertita coscienza di sé, alla conquista di una più strutturata capacità di astrazione e di problematizzazione e ad un nuovo rapporto con il mondo e con la società. L'aderenza alle caratteristiche psicologiche di una fase evolutiva, nella quale si sviluppa la capacità sociale di reciproca relazione e collaborazione e si avvia l'organizzazione della personalità in una responsabile autonomia, deve costituire un criterio direttivo costante dell'azione educativa e didattica dei docenti e della scuola, affinché possano realizzarsi, da parte degli alunni, proficui processi di apprendimento e di auto-orientamento. Dato per scontato che alla scuola media accedono alunni che hanno un retroterra sociale e culturale ampiamente differenziato, la scuola deve programmare i propri interventi in modo da rimuovere gli effetti negativi dei condizionamenti sociali, da superare le situazioni di svantaggio culturale e da favorire il massimo sviluppo di ciascuno e di tutti.”</span></span></div><div class="imTAJustify"><span class="fs9"><span class="imTALeft">2. </span><span class="imTALeft">Si veda il recente documento del MIUR: “Indicazioni Strategiche per l’utilizzo didattico delle Attività Teatrali - a.s. 2016/2017”</span></span></div><div class="imTAJustify"><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Sat, 09 Apr 2016 17:23:00 GMT</pubDate>
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